Il filo spinato del muro ungherese (foto G. Vale)

Il filo spinato del muro ungherese (foto G. Vale)

La Serbia ha avuto sino ad ora un atteggiamento accogliente nei confronti delle migliaia di profughi che stanno attraversando il paese. Ma se i paesi vicini sigillano le loro frontiere, molto potrebbe cambiare

21/09/2015 -  Antonela Riha

La Serbia, fino a qualche mese fa, viveva lontana dalla questione rifugiati. Sostanzialmente era un problema percepito come lontano, che gravava su altre parti d'Europa: le persone in fuga dalla guerra erano un’immagine vista in tv, identificata con i barconi strapieni che attraversavano il Mediterraneo.

Ora le cose sono diverse, sono in migliaia quotidianamente ad attraversare il paese. Dal confine macedone prima ci si dirigeva verso l'Ungheria, nell'Europa di Schengen e ora verso la Croazia. E se in queste settimane la Serbia è stata esclusivamente un paese di transito, a seguito della costruzione del muro e delle nuove misure restrittive adottate in Ungheria e dell'incertezza su come si comporteranno Croazia e Slovenia, è sempre più diffuso il timore che ci si trovi, a breve, a dover fornire protezione e assistenza a migliaia di persone, costrette sul territorio serbo per più giorni.

Sino ad ora, a fronte del comportamento contraddittorio della autorità macedoni e dell'atteggiamento repressivo di quelle ungheresi, le autorità serbe hanno dimostrato un approccio più aperto nei confronti di queste persone in fuga dalla guerra. Anzi, è stata forte nel paese la polemica nei confronti delle misure adottate dall'Ungheria. A segnare lo scarto ai primi di settembre, il primo ministro serbo Aleksandar Vučić ha visitato i profughi accampati in un parco di fronte alla stazione centrale degli autobus a Belgrado ed ha detto loro che la Serbia farà tutto il possibile per farli sentire come a casa propria. E - a differenza di altri leader dell'est Europa - è sempre rimasto aperto e in contatto sulla questione con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

L'atteggiamento delle autorità serbe si rispecchia anche nei media che, ad esempio, hanno evidenziato la differenza d'approccio con l'Ungheria mettendo a contrasto il video della giornalista ungherese che calcia alcuni profughi con la fotografia di Redžep Arifi, poliziotto di Preševo, nel sud della Serbia – postata su Twitter da una giornalista BBC - che tiene in braccio con fare amorevole un bimbo siriano.

Tuttavia sono molte le Ong locali che fanno notare che alla retorica ufficiale, le autorità serbe non hanno ancora fatto seguire adeguati passi per rispondere ad un'eventuale emergenza e che ancora troppo l'assistenza ai profughi ricadono sulle spalle di singoli cittadini e associazioni. In Serbia inoltre esiste anche un lato oscuro con cui si confrontano i rifugiati: trafficanti, tassisti, commercianti di vario tipo guadagnano con loro; c'è poi chi auspica la costruzione di muri alle frontiere e ad alcuni gruppi di destra hanno tentato – poi bloccati dalle autorità – di scendere in piazza nella capitale contro i rifugiati.

Dalla stessa polizia arrivano messaggi ambivalenti: da una parte si è dimostrato un atteggiamento non repressivo, dall'altra arrivano dichiarazioni in cui ci si dice allarmati perché tra i migranti potrebbero trovarsi persone pericolose per la sicurezza del paese.

Non c’è dubbio che l'atteggiamento del governo è condizionato dal forte desiderio di fare passi avanti nell'ottica dell'integrazione europea: ed è in quest'ottica che si ascoltano con attenzione, anche in merito alla crisi rifugiati, le richieste dei leader europei.

Ed è proprio in risposta a richieste dall'Europa e solo apparentemente in contraddizione con l'atteggiamento morbido avuto nei confronti dei profughi siriani, che in questi stessi giorni il premier Vučić non abbia esitato a fare la voce grossa per limitare le richieste di asilo di propri cittadini in paesi dell'Europa occidentale: ha infatti preannunciato una proposta di legge con la quale ai richiedenti asilo rifiutati da alcuni paesi occidentali, verrebbe negato, al loro ritorno in Serbia, il diritto all’assistenza sociale. Amnesty International ha già fatto sapere che tali norme non farebbero altro che spingere ancora di più queste persone in uno stato di povertà e che sono del tutto in contrasto con la costituzione stessa della Serbia che vieta qualsiasi discriminazione.

Intanto in Serbia si fanno i conti con l'eventualità che i paesi più a nord, lungo la rotta balcanica, decidano di sigillare le proprie frontiere: il governo ha annunciato la realizzazione di altri centri di accoglienza.

Non è una novità per il paese. In Serbia, in centri collettivi sparsi su tutto il territorio, vivono ancora persone scappate da altre zone dell'ex Jugoslavia durante le guerre degli anni Novanta. I nuovi rifugiati che arrivano ora sono stati accolti con grande empatia grazie soprattutto ai messaggi del governo in cui si è sottolineato che sono solo di passaggio. Esiste però il timore che questo caldo abbraccio estivo possa trasformarsi in una doccia gelata invernale nel momento in cui la Serbia dovesse fare i conti con il fatto che i rifugiati non siano più solo di passaggio.


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