Chiesa di Trinità di Gergeti. Sullo sfondo domina il monte Kazbegi, un vulcano estinto ed alto 5.033 mt., foto di Emanuela Marenz

L'attacco omofobo in grande scala avvenuto qualche settimana fa a Tbilisi e sostenuto dal clero locale ha permesso alla chiesa ortodossa georgiana di presentarsi come baluardo contro le aperture dello stato ai "valori occidentali". Una lotta identitaria e politica che inevitabilmente si mescola ai complicati rapporti georgiani con la Russia

13/06/2013 -  Tengiz Ablotia

Il 17 maggio, circa 10.000 nazionalisti, guidati da sacerdoti di alto rango, hanno attaccato una ventina di rappresentanti delle minoranze sessuali nel centro di Tbilisi. Questi eventi, al di là del loro significato intrinseco, possono essere analizzati nel contesto delle relazioni russo-georgiane.

La Chiesa ortodossa georgiana – che ha fortemente sostenuto l'attacco omofobo di qualche settimana fa - è infatti uno dei pilastri dell'isolazionismo nazionalista georgiano. E anche se non ha alcuna relazione diretta con la Russia, è ben noto che la maggior parte del clero, e l'istituzione nel suo complesso, hanno sempre tenuto una posizione filo-russa.

Questo per diversi motivi: in primo luogo, all'interno della Chiesa georgiana è diffusa la convinzione che la Russia sia il pilastro dell'ortodossia, il centro della vera fede e l'erede della tradizione bizantina, abbandonata invece dalla Grecia, sua culla originaria, che gli uomini di chiesa in Georgia e in Russia giudicano essersi svenduta all'Occidente secolarizzato.

Inoltre, i vertici della Chiesa georgiana diffidano dei "valori europei", che ritengono nocivi per la Georgia, mentre sostengono il riavvicinamento all'unico paese che ritengono essere rimasto sufficientemente tradizionalista: la Russia.

Nei nove anni al potere di Saakashvili, la Chiesa ha svolto una propaganda attiva contro i tentativi del governo di promuovere in Georgia i valori occidentali, compreso il rispetto delle minoranze etniche e religiose e si è opposta alle attività nel paese di imprenditori turchi, interpretate come possibili attacchi all'ortodossia georgiana.

Ivanishvili e la Chiesa

Poi l'avvento al potere di Ivanishvili ha slegato loro le mani: non perché Ivanishvili sia un estremista religioso o nazionalista (al contrario, il primo ministro è di vedute abbastanza ampie), ma perché il "Sogno georgiano" deve molti dei propri voti alla Chiesa. I sostenitori di Ivanishvili hanno fatto ampio uso di posizioni nazionaliste e anti-occidentali, e la Chiesa di conseguenza ha chiuso un occhio sulla diretta partecipazione alla campagna elettorale dei sacerdoti, che apertamente invitato i fedeli a votare per l'opposizione. Ecco perché il "Sogno georgiano", ora al potere, non può rivoltarsi contro gli alleati del passato.

Così, il 17 maggio, giornata dell'attacco omofobo di massa guidato da rappresentanti della Chiesa ortodossa locale, non ha solo messo in mostra l'influenza che ancora questa ha sulla società ma ha anche ri-legittimato le forze filo-russe che per 9 anni erano rimaste al margine della scena politica georgiana: il peso attuale della Chiesa le ha messe nella condizione di esprimere apertamente le proprie opinioni.

Filo spinato

Nonostante tutto questo le relazioni russo-georgiane non sembrano migliorare, tutt'altro. E' apparso chiaro dopo che le truppe russe hanno cominciato apertamente a recintare i territori occupati. Nemmeno durante l'era Saakashvili lo avevano fatto così sfacciatamente.

Inoltre, in Abkhazia e Ossezia del Sud si stanno chiudendo tutti i contatti informali con la Georgia: abkhazi e osseti andavano a Tbilisi per curarsi, esercitavano il commercio, gli uomini d'affari in Georgia importavano molti beni da Abkhazia e Ossezia del sud. Ora tutti questi contatti si sono complicati: le truppe russe controllano in modo più rigoroso tutti i confini, bloccando ogni possibilità di contatto informale tra le parti in conflitto.

Questo sta suscitando quanto meno confusione nel nuovo governo, che si relaziona alla Russia in modo molto più aperto del Movimento nazionale di Saakashvili. Tutti si fanno la stessa domanda: perché sta succedendo questo proprio ora? Perché il cambiamento di retorica da parte georgiana e la chiara distensione nei rapporti non hanno alcun effetto nel concreto? Anche quanto sembrava già deciso, come l'apertura del mercato russo ai prodotti georgiani, sta incontrando ogni tipo di interferenza e ostacoli.

Il Movimento nazionale gioisce. Le promesse del Sogno georgiano di migliorare le relazioni con la Russia attraverso una retorica più morbida si sono rivelate a loro avviso false aspettative, ed è ormai evidente che per Mosca non importa chi sieda sullo scranno di primo ministro della Georgia: i recenti avvenimenti intorno ai confini dell'Ossezia del sud indicano chiaramente che la Russia non intende cambiare la propria scelta di rafforzamento delle proprie posizioni in Abkhazia e Ossezia del sud.

La Russia inoltre sembra richiedere passi concreti e non concessioni retoriche. Contrariamente all'opinione più diffusa, non si sta limitando a chiedere alla Georgia di non entrare nella NATO. Altra questione sul tavolo è infatti anche la proposta russa che la Georgia entri in unione doganale con vari paesi dello spazio post-sovietico e nell'Unione eurasiatica: idea assolutamente inaccettabile per la Georgia, che in questo caso rischierebbe di perdere il proprio ruolo di stato di transito.

Nessun governo georgiano potrà mai fare questo passo, tanto più che la Georgia non riceverebbe in cambio certezze sulla lungamente attesa risoluzione delle sue questioni territoriali. L'aspetto economico della questione è dirimente: nessuna esportazione di beni georgiani verso la Russia può compensare la perdita delle possibilità offerte alla Georgia dalla sua posizione geografica.

Come negli ultimi 20 anni

Invece del tanto atteso miglioramento delle relazioni con la Russia, la Georgia vede quindi un deterioramento effettivo dei rapporti, del resto accompagnato da una forte accelerazione della pressione di Mosca su tutti i fronti, compresa la politica interna del paese.

In questo quadro, la situazione è destinata a rimanere sostanzialmente invariata: per la Georgia le relazioni con la Russia rimarranno un problema insoluto, e la NATO un sogno irrealizzabile. È chiaro che l'Alleanza non correrà il rischio di far entrare la Georgia fino a quando le questioni territoriali non saranno risolte, cosa che la Russia non permetterà certamente per ora.

La situazione di politica estera della Georgia nei prossimi anni rimarrà la stessa degli ultimi 20, e una eventuale piccola apertura del mercato russo ai prodotti georgiani non avrà alcun riflesso significativo né in politica né in economia.


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