Sarajevo dall'alto (flickr/NASA's Marshall Space Flight Center)

I Balcani occidentali: dalla dissoluzione della Jugoslavia al processo di integrazione europea. Il caso della Bosnia Erzegovina. Una tesi di laurea

06/11/2014 -  Laura Basiacco

Quali sono le prospettive di adesione dei paesi dei Balcani Occidentali nell’Unione Europea? Per cercare di rispondere a questa domanda partiamo dalla dissoluzione della Federazione socialista jugoslava. Tito, leader indiscusso durante gli anni del regime, era riuscito ad imporre l'ordine nella Federazione, mantenendo uniti i vari gruppi che componevano la Jugoslavia. Ma con la sua morte nel 1980, e con l’acuirsi della crisi economica, emergono sentimenti nazionalisti e desideri di indipendenza delle Repubbliche dalla Federazione, portando al processo di dissoluzione del regime.

Nelle prime elezioni democratiche dei primi anni Novanta, trionfano i partiti nazionalisti. Le varie Repubbliche proclamano la propria indipendenza: in modo quasi pacifico in Slovenia e Macedonia, in modo violento e traumatico in Croazia e in Bosnia, dove alle dichiarazioni di indipendenza seguiranno le guerre, dal 1991 al 1995, riportando in territorio europeo le peggiori atrocità dopo la IIGM. In particolare, il ruolo della Comunità Europea nel conflitto è stato ambiguo e non coordinato, probabilmente per mancanza di una visione di politica estera comune. Ma dopo l'ennesima situazione conflittuale nell'area, scoppiata in Kosovo nel 1999, che vedrà l’intervento della NATO, l'Unione Europea decide di adottare una strategia comune nell'area. Solo ricostruendo le strutture politiche, sociali ed economiche dei paesi martoriati dalla guerra si potrà garantire la pace e la stabilità nell’area, evitando il ritorno degli spettri di Srebrenica nel territorio europeo.

Ma è nel 2003, durante il Consiglio Europeo di Salonicco, che vengono ufficialmente aperte le porte dell'UE ai Balcani Occidentali. Il processo d’integrazione si rivela lungo e tortuoso: le condizioni richieste per entrare nell'UE sono severe, ogni paese deve adeguare il proprio sistema istituzionale, sociale ed economico a precisi requisiti sanciti nei Trattati. In più i paesi devono risolvere le problematiche legate all'eredità delle guerre: favorire la cooperazione regionale tra paesi confinanti, collaborare con il Tribunale Penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, risolvere la questione del ritorno dei rifugiati e degli sfollati.

Si sceglie di analizzare nello specifico il caso della Bosnia, paese martoriato da più di tre anni di guerra e che subisce ancora le conseguenze negative ereditate dal conflitto. La Bosnia, pur avendo introdotto molte delle riforme richieste da Bruxelles attraverso finanziamenti europei, tra cui la riforma del sistema di polizia, e la legge per permettere il censimento della popolazione, non ha ancora presentato la domanda di adesione. Il problema principale riguarda la struttura istituzionale sancita dagli Accordi di pace di Dayton.La Costituzione configura per il Paese una struttura istituzionale estremamente complessa: la Repubblica federale è infatti composta da due entità, cinque presidenti, tre Parlamenti, molteplici governi e ministri a livello statale, di entità e cantonale, e una doppia struttura militare. Un sistema fondato su tre gruppi costituenti, che porterà alla perenne instabilità politica e all'insorgere di situazioni discriminatorie per le minoranze.

In particolare nel 2009, il Consiglio d’Europa ha dichiarato discriminatoria la Costituzione di Dayton. La Corte dei Diritti Umani ritiene che la Costituzione bosniaca sia contraria ai principi europei, in quanto permette di ottenere la carica di Presidente della Federazione solo a chi appartiene ai tre gruppi etnici costituenti, discriminando le minoranze. L’UE richiede ripetutamente l’applicazione di tale sentenza, e la considera un requisito fondamentale per l'entrata in vigore dei negoziati di adesione tra Sarajevo e Bruxelles. Ma l'unico modo per permettere alla Bosnia di entrare nell'UE è quello di intraprendere una riforma del sistema istituzionale. Solo realizzando una riforma condivisa mediata dall'UE, che porti allo stesso tavolo i rappresentanti dei vari livelli governativi per giungere a soluzioni di compromesso, si potrà superare il sistema Dayton permettendo alla Bosnia di applicare la Sejdic-Finci, e di continuare i propri sforzi per adeguare la struttura istituzionale, economica e sociale ai requisiti UE.


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