La Corte costituzionale bosniaca

Un'analisi del complesso sistema giudiziario bosniaco, che si sofferma sulla sua struttura, sugli ostacoli superati e sulle sfide future. Un paper

24/08/2017 -  Lidia Bonifati

La ricerca nasce dalla prova finale di un corso in “Sistemi giudiziari comparati” all’interno della laurea magistrale in Relazioni internazionali. Durante il corso ci sono stati forniti gli strumenti necessari per analizzare un sistema giudiziario, da applicare successivamente ad un contesto di nostra scelta.

Ho deciso di provare ad applicare i concetti e le categorie apprese durante il corso alla Bosnia-Erzegovina, un paese che si regge su un complesso sistema di governance multilivello. In particolare, volevo cercare di comprendere come la struttura del sistema politico si riflette sul sistema giudiziario e di come le corti interagiscono con il sistema politico.

 

A tal fine, ho necessariamente dovuto introdurre il sistema politico della Bosnia-Erzegovina, per mettere in luce i vari livelli in cui esso si articola. La struttura multilivello (Stato, Entità, cantoni, Distretto di Brcko), infatti, si riflette specularmente nella struttura del sistema giudiziario. Non essendo previsto dalla Costituzione un sistema giudiziario “centrale”, nel paese coesistono più sistemi giudiziari, spesso in conflitto fra di loro. Ciò crea uno stato di estrema frammentazione, non solo politica ma anche giudiziaria, e di conseguenza la necessità di un’opera di armonizzazione in materie di diritto civile, penale e amministrativo.

Nel paper ho analizzato inoltre altri due aspetti a mio parere molto interessanti.

Il primo riguarda le sfide che il sistema giudiziario bosniaco ha dovuto superare in passato e quelle che ancora deve affrontare in futuro, con particolare riferimento agli sforzi e alle iniziative di attori internazionali quali la Commissione Europea, l’OSCE e le Nazioni Unite.
Il secondo invece indaga l’interazione tra corti e sistema politico, cercando di evidenziare se essa sia stata fruttuosa o meno. Il primo caso analizzato è quello di una corte nazionale, ovvero il caso dei Popoli Costituenti del 2000 della Corte Costituzionale della Bosnia-Erzegovina, che porterà con successo ad un’interpretazione multietnica del paese, volta all’integrazione e non alla segregazione dei popoli costituenti nelle Entità in cui sono in minoranza. Il secondo, invece, è la sentenza Sejdic-Finci c. Bosnia-Herzegovina della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In quest’ultimo caso si tratta di una corte sovranazionale che non avrà altrettanto successo, in quanto, nonostante il paese sia condannato perché discrimina le minoranze non riconosciute come popoli costituenti, non innescherà nessun cambiamento concreto.

Nelle conclusioni ho cercato di tracciare qualche interpretazione, alla luce dei contenuti trattati nel corso. In particolare, ho sostenuto come in Bosnia-Erzegovina sia possibile parlare di una frammentazione sia verticale sia orizzontale. Infatti, la struttura statale crea una frattura non solo tra livelli (Stato, Entità, Distretto di Brcko), ma anche tra Entità e cantoni all’interno di un medesimo livello (la Federazione della Bosnia-Erzegovina). Inoltre, ho evidenziato come sia impossibile parlare di “judicialization of politics”, in quanto il sistema giudiziario non ha quel livello di autonomia e di forza necessario per imporre il proprio potere sul sistema politico.

La ricerca vuole mettere in luce la complessità di un sistema che fa fatica ad adeguarsi agli standard europei e a fornire una risposta alle richieste di giustizia da parte dei cittadini bosniaci. Ci sono segnali di speranza, come ad esempio lo “Structured Dialogue on Justice” predisposto dalla Commissione Europea, che ha portato a significativi miglioramenti rispetto a punti critici quali la corruzione dei giudici, la scarsa indipendenza dei magistrati, le poche risorse a disposizione delle corti e la forte interferenza del potere politico su quello giudiziario. Nonostante tutto, la strada verso un sistema giudiziario pienamente funzionante è ancora tanta. E l’impressione è che, finché l’assetto politico rimarrà quello di Dayton, anche il sistema giudiziario farà fatica a cambiare.


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