Slobodan Praljak

Slobodan Praljak

Il suicidio al Tribunale dell’Aja del generale croato bosniaco Slobodan Praljak ha scioccato l’opinione pubblica croata e lo stesso governo di Zagabria

30/11/2017 -  Giovanni Vale Zagabria

“Non sono un criminale di guerra e rifiuto questo verdetto!”. Dopo aver pronunciato queste parole, il generale croato-bosniaco Slobodan Praljak si è ucciso ieri pomeriggio all’Aja. Davanti ai giudici del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) che stavano leggendo una sentenza di condanna nei suoi confronti, Praljak ha infatti bevuto una fiala di veleno ed è spirato poco dopo in ospedale. Il suo suicidio ha scioccato l’opinione pubblica croata e lo stesso governo di Zagabria, costringendo le principali figure istituzionali ad esprimersi sul caso.

Il Primo ministro Andrej Plenković ha preso la parola attorno alle quattro di ieri pomeriggio, non appena la notizia della morte del generale è stata confermata. Plenković ha espresso le proprie condoglianze alla famiglia del defunto (così come a quelle “di tutte vittime della guerra in Bosnia”), parlando di un gesto - quello di Praljak - che mostra “la profonda ingiustizia morale nei confronti di questi sei croati e del popolo croato”.

Il riferimento è ovviamente agli ufficiali del Consiglio di difesa croato (HVO) - sei per l’appunto - che ieri aspettavano all’Aja la lettura del verdetto in un processo che li vedeva accusati di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Tutti, Praljak compreso, sono stati condannati a delle pene che variano dai 10 ai 25 anni di prigione. Ma riguardo a questa sentenza, che conferma un verdetto già emesso nel 2013, il capo dell’esecutivo croato ha manifestato la propria “insoddisfazione” e il proprio “rammarico”.

Lungi dall’accettare la versione del tribunale che sancisce l’esistenza di “un’impresa criminale congiunta” tra i separatisti croato-bosniaci dell’Herceg-Bosna e le autorità di Zagabria (in primis, l’allora presidente Franjo Tudjman), il premier croato ha sostenuto che “la Bosnia indipendente non esisterebbe senza l’aiuto dei croati”.

Se per il tribunale la Croazia di Tudjman mirava durante la guerra alla riunificazione con l’Erzegovina a danno dei bosniaci musulmani, per Plenković “l’esercito croato ha interrotto l’assedio di Bihać […] impedendo ulteriori crimini e genocidi come quello avvenuto a Srebrenica” ed il verdetto “allude in modo sbagliato al ruolo della leadership [croata] nei confronti degli sviluppi in Bosnia Erzegovina durante gli anni Novanta”. Inoltre, ha concluso il premier croato, “è assurdo che non ci sia stato alcun verdetto internazionale che abbia stabilito la responsabilità dell’allora leadership della Serbia”.

Sulla stessa linea di pensiero di Andrej Plenković, si sono espresse anche le altre cariche istituzionali croate e croato-bosniache. Gordan Jandroković, il presidente del Sabor, il parlamento di Zagabria, ha annunciato una dichiarazione comune sulla sentenza da parte di tutti i partiti e l’interruzione - proprio per protesta nei confronti del ICTY - dei lavori parlamentari di ieri, lasciando presagire anche la possibile introduzione di un minuto di silenzio prima della ripresa dei lavori dell’aula oggi. Il suo vice, Željko Reiner, è stato ancora più categorico, parlando di una sentenza “falsa, ingiusta ed inconcepibile”.

Quanto alla presidente, Kolinda Grabar-Kitarović si era espressa già alla vigilia del verdetto auspicando l’assoluzione dei sei accusati, e, ieri, ha interrotto la sua visita di stato in Islanda annunciando un rientro prematuro in Croazia. Infine, anche tra i banchi dell’opposizione, sono piovute delle critiche contro i giudici dell’Aja. L’ex ministro della Giustizia Orsat Miljenić (SDP) ha ad esempio accusato la corte di aver fatto “un cattivo lavoro”, dato che “non c’è prova di un’impresa criminale congiunta”.

Anche in Bosnia, i leader della comunità croata hanno fatto quadrato attorno ai sei condannati, con Dragan Čović, il membro croato della presidenza tripartita di Sarajevo, che ha accusato il Tribunale dell’Aja di non essere “un tribunale giuridico, ma politico” e ha tacciato i giudici di essere “marionette nelle mani di chi manda i messaggi”. “Con il suo gesto - ha concluso il presidente croato-bosniaco - Slobodan Praljak ha mostrato quale sacrificio è pronto a commettere pur di dimostrare al mondo intero che non è un criminale di guerra”.

Il suo punto di vista non fa però l’unanimità in seno alla presidenza sarajevese e lo stesso Bakir Izetbegović, membro bosniaco della stessa, ha parlato invece di un verdetto “giusto” e con il quale “il tribunale mette fine ad una pagina nera della storia”. “Ci sono state due politiche croate nei confronti della Bosnia Erzegovina: una, che ha fallito, causata dall’impresa criminale congiunta, e un’altra in cui lo stato croato ha aiutato i bosgnacchi”, ha dichiarato Izetbegović, concludendo: “Noi vogliamo lavorare con questa seconda Croazia per costruire un futuro migliore”.


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