Un’inchiesta del Centro di giornalismo investigativo del Montenegro e del quotidiano Vijesti rivela i retroscena poco trasparenti del noto acquisto delle azioni dell’Azienda elettrica del Montenegro da parte della compagnia italiana A2A

15/03/2019 -  Milka Tadić-Mijović Goran Kapor Podgorica

(Originariamente pubblicato dal portale CIN-CG e dal quotidiano Vijesti , il 18 febbraio 2019)

“L’intera operazione riguardante la vendita delle azioni dell’Azienda elettrica del Montenegro (EPCG) alla compagnia italiana A2A è stata coordinata personalmente da Milo Đukanović [allora premier] e Branimir Gvozdenović [allora ministro per lo Sviluppo Economico]”, sostiene Duško Knežević, presidente del fondo di investimento Atlas Mont, che all’epoca deteneva 3,8 milioni di azioni dell’EPCG.

Questo affare ha provocato un danno di oltre 100 milioni di euro alle casse statali, mentre la società River Financial Trading Ltd. con sede a Londra, i cui veri proprietari restano sconosciuti, ne ha tratto un grande profitto.

I documenti, di cui il Centro per il giornalismo investigativo del Montenegro (CIN-CG) e il quotidiano Vijesti sono venuti in possesso, dimostrano che la gara d’appalto indetta nel 2009 per la vendita di una parte delle azioni dell’EPCG detenute dallo stato era una messinscena, perché la compagnia A2A godeva di una posizione privilegiata rispetto agli altri concorrenti dal momento che durante la fase di presentazione delle offerte aveva acquistato il 15% di azioni dell’EPCG detenute da quattro fondi di investimento.

Dušanka Jeknić come intermediario?

“L’attività di intermediazione, affidata alla società River con sede a Londra – che ha guadagnato circa 7 milioni di euro come intermediario nella vendita di azioni dell’EPCG detenute dai fondi di investimento – , è stata gestita da Dušanka Jeknić [per anni rappresentante commerciale del Montenegro in Italia]. Ho negoziato con lei la provvigione da versare all’intermediario a nome del fondo Atlas Mont. La persona di contatto presso questa società di intermediazione era Damir Dado Asović, un cugino di Dušanka che vive a Milano”, afferma Duško Knežević.

Knežević non è l’unico a sostenere che dietro a questo affare – grazie al quale la Prva banka di proprietà della famiglia Đukanović era riuscita a superare una grave crisi di liquidità – starebbero i vertici del Partito democratico dei socialisti (DPS). Questa ipotesi è stata più volte avanzata anche dai piccoli azionisti dell’EPCG, nonché da alcuni media italiani, secondo i quali l’intero affare riguardante la vendita di azioni dell’EPCG alla compagnia italiana A2A sarebbe stato concordato da Milo Đukanović e l’allora premier italiano Silvio Berlusconi, in occasione della visita di quest’ultimo in Montenegro alcuni mesi prima dell’ingresso della compagnia A2A nel capitale dell’EPCG.

Tutte le azioni dell’EPCG detenute dai fondi di investimento sono state acquistate dalla compagnia italiana A2A, nel bel mezzo della procedura di gara d’appalto per la vendita di una parte del pacchetto azionario detenuto dallo stato, e questo grazie all’intermediazione della società River.

Nel contratto concluso con i fondi di investimento, la società River si era impegnata a trovare un acquirente disposto ad acquistare le azioni dell’EPCG detenute dai fondi ad un prezzo non inferiore a 7,1 euro per azione, riservandosi il diritto a una provvigione del 5%, una percentuale piuttosto alta per questo tipo di intermediazione.

Il pacchetto di azioni detenuto dal fondo Atlas Mont è stato venduto per 27,5 milioni di euro, quello detenuto dal fondo Eurofond per 44,4 milioni di euro, quello del fondo Moneta per 23 milioni di euro, e quello del fondo HLT per 114.000 euro. In un secondo momento anche il fondo Trend ha venduto le sue azioni nell’EPCG per un importo complessivo di 15,8 milioni di euro. Quindi, la società River ha guadagnato 6,8 milioni di euro da questo affare.

Il ruolo di Eurofond

Stando al contratto di intermediazione firmato tra la società River e il fondo Atlas Mont, di cui CIN-CG e Vijesti sono venuti in possesso, i fondi di investimento sono entrati in contatto con la società londinese tramite il fondo Eurofond, all’epoca gestito da Veselin Barović, amico intimo di Milo Đukanović e di Dušanka Jeknić, collaboratrice di lunga data di Đukanović. Nelle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche raccolte dalla procura italiana nell’ambito delle indagini sul contrabbando di sigarette tra l’Italia e il Montenegro, oltre a quelli di Milo Đukanović e Dušanka Jeknić, compaiono anche i nomi di Veselin Barović e Damir Asović.

Alla domanda rivoltale dai giornalisti di CIN-CG e Vijesti se fosse stata in qualche modo coinvolta nella privatizzazione dell’EPCG, Dušanka Jeknić ha risposto: “Non sono la persona adatta per parlare dell’argomento di vostro interesse, per cui non posso aiutarvi”.

Il presidente Milo Đukanović non ha voluto rispondere alle nostre domande su questo affare, mentre Damir Asović risulta irreperibile. Stando ai dati della Commissione per il mercato dei capitali (ex Commissione per i titoli), l’importo della provvigione per l’attività di intermediazione nella vendita delle azioni dell’EPCG detenute dai fondi di investimento è stato versato sul conto corrente della società River. Tuttavia, nella relazione finanziaria della società River relativa all’anno 2009, presentata alle autorità fiscali britanniche, non vi è alcuna traccia di questa provvigione milionaria. Stando a questo documento, nel 2009 il fatturato della società River era pari a 24.587 sterline (circa 28.500 euro).

Un finto servizio di intermediazione

La società fantasma River Financial Trading Ltd, registrata nel Regno Unito, ha più volte cambiato sede e nome. Stando al contratto concluso tra i fondi di investimento montenegrini e la società River, il compito di quest’ultima era quello di trovare un acquirente interessato all’acquisto delle azioni dell’EPCG detenute dai fondi ad un prezzo non inferiore a 7,1 euro per azione. Tuttavia, in una clausola del contratto è precisato che, qualora la compagnia A2A dovesse rinunciare all’acquisto delle azioni, la società River si impegnerà a trovare un altro acquirente. Questo induce a pensare che si sia trattato di un contratto meramente formale, ovvero che prima della firma del contratto di intermediazione la società River sapesse già chi e a quale prezzo avrebbe acquistato le azioni. Solo due mesi più tardi, nel luglio 2009, nell’ambito della gara d’appalto per la vendita di una parte delle azioni dell’EPCG detenute dallo stato, la compagnia A2A ha avanzato un’offerta di 8,4 euro per azione, una cifra superiore di 1,3 euro a quella pagata ai fondi.

Nonostante un consorzio greco, composto dall’azienda elettrica Pubblic Power e una società di proprietà dell’uomo d’affari Victor Restis, abbia offerto 11,1 euro per azione, la compagnia A2A si è aggiudicata la gara. Grazie al fatto di aver precedentemente acquistato le azioni dell’EPCG detenute dai fondi investimento, la compagnia italiana aveva un rappresentante nel consiglio di amministrazione dell’EPCG durante la fase di valutazione delle offerte presentate. Questo ha suscitato forti proteste di altri partecipanti alla gara, tra cui l’azienda elettrica russa Inter Rao.

Transazione nascosta dietro una rete di società offshore

Resta ancora da accertare chi abbia introdotto la società River Financial Trading Ltd. nell’affare riguardante la compravendita di azioni dell’EPCG, ma sta di fatto che molti aspetti di questa vicenda sono poco trasparenti. A partire dalla vera natura della società River, con sede legale a Londra, che – secondo quanto riportato da alcuni media internazionali – sarebbe una società di comodo, usata per effettuare transazioni di dubbia legittimità.

Nella conclusione del contratto di intermediazione tra i fondi di investimento montenegrini e la società River quest’ultima è stata rappresentata da Edward Petre-Mears e Sarah Louise Petre-Mears, all’epoca direttori della società. Un’ampia inchiesta sulle società offshore, realizzata dall’International Consortium of Investigative Journalists, in collaborazione con il quotidiano britannico The Guardian, ha dimostrato che Edward Petre-Mears e Sarah Louis Petre-Mears amministrano oltre 2000 società offshore. Secondo l’inchiesta, Edward e Sarah operano come meri prestanome, mentre i veri proprietari di queste società rimangono sconosciuti.

Nonostante la maggior parte delle società da loro gestite, compresa la società River, siano registrate nel Regno Unito, Edward e Sarah Louise Petre-Mears sono residenti all’isola di Nevis, situata nel Mar dei Caraibi. Sulla scia dell’inchiesta realizzata da ICIJ e The Guardian, Edward e Sarah sono saliti alla ribalta dei media internazionali come rappresentanti di una delle più grandi reti di società offshore al mondo. Nel 2012 The Guardian ha scritto che Sarah Louise Petre-Mears, all’epoca trentottenne, nata a Bradford in Gran Bretagna, è alla guida di “uno dei più grandi imperi finanziari al mondo”, composto da oltre 1200 società da Londra alla Nuova Zelanda, passando per i Caraibi. Stando a quanto riportato dal quotidiano britannico, la vera natura degli affari di queste società rimane un mistero, mentre l’unico compito della Petre-Mears sarebbe quello di firmare i documenti che le arrivano via posta.

Lo stesso vale per il suo partner d’affari Edward Petre-Mears, direttore di oltre 1000 società. Secondo quanto riferito da The Guardian, le società facenti parte del loro impero di solito vengono usate per nascondere i veri beneficiari delle transazioni effettuate, i patrimoni finanziari e la provenienza del denaro, nonché per evadere il fisco.

Il principale compito della società River nell’affare riguardante la compravendita di azioni dell’EPCG era probabilmente quello di nascondere i veri beneficiari della provvigione di oltre 6 milioni di euro pagata dai fondi di investimento montenegrini. Mentre Duško Knežević sostiene che l’intero affare sia stato orchestrato da Đukanović e Gvozdenović, e che a Dušanka Jeknić e Damir Asović sia stato conferito il compito di negoziare, per conto della società River, i termini dell’accordo di intermediazione e l’importo della provvigione, i rappresentanti dei fondi di investimento montenegrini che hanno accettato di parlare con i giornalisti di CIN-CG e Vijesti dicono che non ricordano i nomi delle persone che hanno negoziato con loro per conto della società River, ma che i negoziati si sono svolti in lingua inglese.

“Non ricordo il nome del direttore della società con cui abbiamo negoziato riguardo alla vendita delle azioni dell’EPCG. So che i negoziati si sono svolti in lingua inglese e che l’accordo è stato firmato da un inglese di Londra”, dice il presidente del fondo di investimento Eurofond Bojša Šotra.

“All’epoca tutti i fondi di investimento erano molto indebitati, soprattutto con la Prva Banka. L’unico capitale che potevamo vendere velocemente per una somma considerevole erano le azioni dell’EPCG. Abbiamo cercato potenziali acquirenti per mesi, poi è arrivata la società River con la sua offerta”, afferma Šotra, aggiungendo che sono entrati in contatto con la società River tramite una società di brokeraggio. “Mi pare che si sia trattato di Monte Adria broker”.

La società Monte Adria broker all’epoca era gestita da Damjan Hosta, partner d’affari di Veselin Barović e molto vicino al proprietario della Prva Banka Aco Đukanović.

“Se i fondi non avessero venduto le loro azioni prima della scadenza della gara per la vendita del pacchetto azionario detenuto dallo stato, la compagnia di Milano probabilmente non avrebbe nemmeno partecipato alla privatizzazione dell’EPCG”, sostiene Šotra.

Alla domanda se la società River fosse solo un paravento dietro al quale si celavano alcuni potenti uomini d’affari montenegrini, Šotra ha risposto che “tutto è possibile”, ma che a loro importava solo vendere le azioni a un buon prezzo.

Nel contratto di intermediazione stipulato il 15 aprile 2009 tra la società River e il fondo di investimento Atlas Mont c’è scritto che quest’ultimo è entrato in contatto con la società River tramite il fondo Eurofond. Stando al contratto di compravendita di azioni, firmato il 18 maggio 2009, il fondo Atlas Mont avrebbe dovuto pagare alla società River la somma di 1,35 milioni di euro a titolo di provvigione per l’attività di intermediazione svolta.

Ormai è chiaro che si è trattato di un affare illecito

“Il misterioso intermediario straniero, l’ammontare della provvigione, la tempistica e le modalità di vendita, così come il prezzo al quale i quattro fondi avevano venduto le loro azioni dell’EPCG alla compagnia A2A, tutti questi elementi già allora avevano suscitato dubbi sulla correttezza e liceità di questo affare. Ora che sono emerse alcune prove materiali, come il contratto con la società River, che chiariscono in buona parte l’intera vicenda, sono certo che questo affare è stato realizzato in modo contrario alle disposizioni di legge, alla logica e alla prassi dell’agire nell’interesse degli azionisti dei fondi. Inoltre, non ho dubbi sul fatto questo affare abbia avuto un impatto diretto sulla vendita delle azioni dell’EPCG detenute dallo stato, perché grazie ad esso la compagnia A2A si è trovata in una posizione di grande vantaggio rispetto agli altri soggetti interessati a partecipare alla gara d’appalto”, dice l’economista Mladen Bojanić, direttore della società di consulenza finanziaria E-novativa.

Un affare che ha salvato la Prva Banka

Grazie alla vendita di azioni dell’EPCG non si sono salvati solo i fondi di investimento montenegrini, ma anche la Prva Banka di proprietà della famiglia Đukanović che, a causa di alcune mosse rischiose e la prassi di concedere prestiti senza garanzie, si era trovata ad affrontare una crisi di liquidità, e sul finire del 2008, poco prima dell’avvio della privatizzazione dell’EPCG, aveva ricevuto 44 milioni di euro dallo stato. La maggior parte delle operazioni relative alla compravendita di azioni dell’EPCG, sia quelle detenute dai fondi di investimento sia quelle dello stato e di piccoli azionisti, era stata effettuata tramite la Prva Banka. Inoltre, la compagnia A2A aveva versato 96 milioni di euro per la ricapitalizzazione dell’EPCG sul conto corrente dell’azienda presso la Prva Banka. Questa somma era rimasta sul conto corrente dell’EPCG per anni, consentendo alla Prva Banka di operare in condizioni di liquidità. La banca della famiglia Đukanović aveva operato come agente depositario della compagnia A2A, ricevendo provvigioni per il suo servizio.

Dopo la conclusione del processo di privatizzazione parziale e ricapitalizzazione dell’EPCG, l’allora direttore della Prva Banka Predrag Drecun aveva dichiarato che, grazie a questo affare, la Prva Banka – che solo un anno prima era in ginocchio – era diventata la banca con più liquidità del Montenegro. Grazie al denaro affluito nelle sue casse durante la privatizzazione dell’EPCG, la Prva Banka era riuscita a rimborsare interamente il prestito di salvataggio ricevuto dallo stato.

Che la compagnia A2A – che ha recentemente deciso di uscire completamente dal capitale dell’EPCG – fosse stata avvantaggiata nella gara d’appalto per la privatizzazione parziale dell’EPCG indetta nel 2009, lo testimoniano diversi fatti. Ecco alcuni dati tecnici. Il 2 febbraio 2009 il governo montenegrino aveva indetto una gara d’appalto per la vendita di una parte delle azioni dell’EPCG detenute dallo stato, fissando come termine ultimo per la presentazione delle offerte il 30 aprile 2009, per poi decidere, all’inizio di aprile, di prorogare la scadenza prevista, modificando anche le condizioni del bando. Ora è emerso che i fondi di investimento montenegrini avevano negoziato la vendita delle azioni dell’EPCG con la società River nell’aprile 2009, firmando il contratto di vendita con la compagnia A2A nel maggio 2009. Questo induce a pensare che il governo avesse prorogato la gara d’appalto allo scopo di permettere alla compagnia A2A di acquistare le azioni detenute dai fondi di investimento prima della scadenza del termine per la presentazione delle offerte.

Oltre alla compagnia A2A, alla gara avevano partecipato anche l’azienda elettrica russa Inter Rao, la cui offerta era stata dichiarata irregolare; l’azienda norvegese NTE, rimasta esclusa dalla gara; e il summenzionato consorzio greco, che aveva avanzato l’offerta più alta.

I piccoli azionisti dell’EPCG avevano protestato pubblicamente dopo l’aggiudicazione della gara da parte della compagnia A2A e avevano sporto denuncia contro il governo, sostenendo di essere stati danneggiati perché non era stata scelta l’offerta economicamente più vantaggiosa. Il governo si era giustificato affermando che la compagnia A2A aveva presentato l’offerta più completa, mentre il consorzio greco avrebbe presentato documentazione priva dell’autentica notarile, mancando inoltre di precisare quanti dipendenti aveva intenzione di mantenere in organico.

Sveti Stefan come premio di consolazione

Dopo la conclusione della gara il consorzio greco aveva annunciato una denuncia contro il governo montenegrino, ma una delle società facenti parte del consorzio, Golden Energy Capital Management di proprietà del tycoon Victor Restis, aveva improvvisamente rinunciato a intraprendere azioni legali. Đukanović e Restis avevano raggiunto un accordo fuori dall’aula. Mentre tutti si aspettavano che il consorzio greco sporgesse denuncia, era arrivata la notizia che Restis aveva assunto la gestione dell’isola di Sveti Stefan, qualche anno prima data in concessione alla società Aman resorts di Singapore.

“Tutti questi fatti portano a concludere che si sia trattato di operazioni organizzate e coordinate dalle stesse persone allo scopo di aiutare la compagnia A2A ad assumere la gestione dell’EPCG, scoraggiando altri potenziali partecipanti alla gara d’appalto. Non credo che questo sia stato fatto nel cosiddetto interesse dello stato. Al contrario, credo che gli organizzatori ed esecutori di queste operazioni fossero guidati dai loro interessi personali”, dice Mladen Bojanić.

Un danno di 170 milioni di euro causato agli azionisti

Secondo gli esperti, sarebbe stato più logico indire una gara d’appalto per la vendita sia delle azioni detenute dallo stato sia di quelle detenute dai fondi di investimento e piccoli azionisti. Ma come già avvenuto nel caso della privatizzazione della Telekom Montenegro, il governo aveva scelto di indire una gara d’appalto solo per la vendita di una parte del pacchetto azionario detenuto dallo stato, una decisione che aveva arrecato danni ai piccoli azionisti e ai cittadini che detenevano quote di fondi di investimento.

I fondi di investimento montenegrini avevano venduto le loro azioni dell’EPCG alla compagnia A2A per un importo complessivo di 138 milioni di euro. Se invece la compagnia italiana avesse acquistato le loro azioni allo stesso prezzo offerto per le azioni detenute dallo stato, i fondi avrebbero ricevuto 163 milioni di euro.

Se la compagnia A2A non fosse stata avvantaggiata e se fosse stata scelta l’offerta avanzata dal consorzio greco, che era disposto a pagare 11,1 euro per azione, lo stato, i fondi di investimento e i piccoli azionisti avrebbero ottenuto 608 milioni di euro, ovvero circa 170 milioni di euro in più della somma ottenuta dalla compagnia A2A.

Nessuno ricorda i nomi degli intermediari

Sollecitato dai giornalisti di CIN-CG e Vijesti, Dragan Radusinović, che all’epoca dei fatti era direttore del fondo di investimento MIG (nel frattempo trasformato in una società di gestione immobiliare), ha detto che i fondi di investimento che detenevano azioni nell’EPCG avevano deciso di cercare insieme un acquirente.

Radusinović non ha voluto rispondere alla domanda su chi e come li avesse messi in contattato con la società River, limitandosi a dire che i rappresentanti di questa società erano stranieri e che durante un incontro dell’Associazione dei fondi di investimento avevano presentato la loro proposta per il servizio di intermediazione e ricerca di potenziali acquirenti.

Ha inoltre aggiunto che al momento della stipula del contratto di intermediazione con la società River il prezzo delle azioni dell’EPCG in borsa era inferiore al prezzo minimo di vendita indicato nel contratto, motivo per cui ritene che i fondi di investimento non siano stati danneggiati.

All’inizio del 2009 il prezzo delle azioni dell’EPCG in borsa era di 2 euro, mentre il valore nominale delle azioni era pari a 7,9 euro. Il fondo di investimento MIG aveva deciso di vendere le sue azioni nell’EPCG solo in un secondo momento, ovvero dopo che la compagnia A2A aveva avanzato un’offerta per l’acquisto di una parte delle azioni detenute dallo stato al prezzo di 8,4 euro per azione.


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