Il plenum a Sarajevo

Una rivolta che non è etnica, una rivolta che ha già iniziato a dimostrare di saper essere costruttiva. Le proteste bosniache viste da Tuzla, dove tutto è iniziato. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

16/02/2014 -  Silvia Trogu* Tuzla

La rivolta sociale è iniziata a Tuzla il 5 febbraio da parte dei lavoratori di due grandi società privatizzate e subito fallite (la fabbrica di detersivi Dita e quella di mobili Konjuh) che da mesi non ricevono lo stipendio, e sono privi di assistenza sanitaria e si è rafforzata e diffusa grazie al gruppo informale basato su internet “Udar” (che significa colpo, scossa) e all’appoggio dall’organizzazione non governativa di carattere giovanile “Revolt”.

La protesta si è subito estesa a tutte le altre città della Federazione: Sarajevo, Zenica, Mostar e Bihac, ed a cui successivamente, anche se in misura minore, hanno fatto seguito dimostrazioni di sostegno in altre città e cittadine della Federazione come Gorazde, Kakanj, Sanski Most, Livno, ma anche della Repubblica Srpska, a Banja Luka, Prijedor, Gracanica e Bijelina, così come a Brcko. Si è quindi estesa o almeno ha trovato sostegno da parte di manifestanti in tutte le parti in cui è diviso il Paese: la Federazione, la Repubblica Srpska ed il Distretto di Brcko, così come anche nelle capitali degli stati confinanti: Belgrado e Zagabria.

Il seguente post, riprendendo la categorizzazione etnica del recente censimento, chiede “Che cosa siete: bosgnacchi, serbi, croati o affamati?”

 

Il seguente post, riprendendo la categorizzazione etnica del recente censimento, chiede “Che cosa siete: bosgnacchi, serbi, croati o affamati?”

I media internazionali, così come le dichiarazioni dei maggiori partiti politici bosniaci, si sono generalmente concentrati sull’estrema ed ingiustificabile violenza del secondo e terzo giorno della protesta. Infatti dopo il primo giorno di civile e pacifica manifestazione di lavoratori e disoccupati, dopo le reazioni politiche e di polizia (le forze speciali sono state inviate a disperdere con idranti e lacrimogeni la folla, mentre i rappresentanti dei governi cantonali hanno del tutto ignorato i pacifici appelli. Il terzo giorno la rabbia è esplosa e una minoranza dei manifestanti han preso a sassate e infine dato fuoco agli edifici del potere politico di Tuzla (cantone e municipalità), di Zenica (cantone) e di Sarajevo (Cantone, ma anche la sede della presidenza tripartita, dove si trova anche l’archivio).

L’estensione della protesta a città a maggioranza croata e serba e la sua interetnicità hanno confermato il carattere sociale e non etnico della protesta stessa e smascherato almeno in parte i tentativi politici di sfruttare le divisioni etniche per screditare le legittime richieste dei cittadini di una maggiore giustizia sociale.

Ma il “Manifesto per una nuova Bosnia Erzegovina” ha un forte carattere anti-nazionalista e richiede anche: l'introduzione del divieto di partiti a base etnica e religiosa; la creazione dell'identità bosniaco-erzegovese (che esisteva come categoria nella Jugoslavia ma non esiste più nella Costituzione di Dayton) ed il suo rafforzamento a scapito delle identità etniche.

Le assemblee plenarie

Lo striscione davanti alla sede del governo del Cantone di Tuzla recita: “Non voglio essere serbo, croato o bosgnacco ma essere cittadino di questo Paese e vivere del mio lavoro”

Lo striscione davanti alla sede del governo del Cantone di Tuzla recita: “Non voglio essere serbo, croato o bosgnacco ma essere cittadino di questo Paese e vivere del mio lavoro”

Dal terzo giorno di protesta (l’8 febbraio) i cittadini di Tuzla hanno iniziato a riunirsi quotidianamente nel ‘plenum’, l’assemblea plenaria dei cittadini, una forma di democrazia diretta che riunisce i cittadini in termini di assoluta parità, a cui tutti i cittadini possono partecipare e che prende decisioni a maggioranza.

Il plenum ha iniziato a riunirsi ogni giorni per discutere dei problemi più pressanti ed a formulare precise richieste di cambiamento: l'eliminazione del privilegio per cui i politici hanno diritto ad un anno ulteriore di stipendio alla fine del proprio mandato; la revisione delle privatizzazioni delle società pubbliche; un governo tecnico (anche data la mancanza nella costituzioen di Dayton della possibilità di indire elezioni anticipate) di persone capaci non corrotte e non appartenenti ai partiti; che venga assicurata l'assicurazione sanitaria dei lavoratori delle ex società pubbliche privatizzate e fallite del Cantone di Tuzla (Dita, Konjuh, Resod guming, Polihem e Poliochem).

Anche i cittadini di Sarajevo (dal 12 febbraio), di Mostar (dal 12 febbraio) e di Zenica (il 13 febbraio) hanno seguito l'esempio di Tuzla e iniziato a costituire assemblee plenarie quotidiane.

I primi risultati

La pressione delle rivolte di piazza e delle assemblee plenarie dei cittadini, così come le quotidiane manifestazioni davanti alle sedi dei governi cantonali hanno prodotto i primi risultati:

Il seguenti striscione apparso a Sarajevo recita “siamo affamati in tre lingue”

 

Il seguenti striscione apparso a Sarajevo recita “Siamo affamati in tre lingue”

Il parlamento del Cantone di Tuzla ha votato per:

- l'eliminazione del privilegio per cui i politici hanno diritto ad un anno ulteriore di stipendio alla fine del proprio mandato (che comporta un risparmio annuo di più di 510.000 €).

- l'assicurazione sanitaria per i lavoratori delle ex società pubbliche privatizzate e fallite del Cantone di Tuzla (Dita, Konjuh, Resod guming, Polihem e Poliochem).

Inoltre, il Tribunale di Tuzla ha iniziato la revisione fallimentare delle due società privatizzate e recentemente fallite di Tuzla (la fabbrica di detersivi Dita e quella di mobili Konjuh); revisione fallimentare che era da tempo richiesta dai lavoratori che hanno formalmente fatto causa ai chi ritengono responsabile della privatizzazione e del fallimento.

Il parlamento della Federazione ha proposto due modifiche alla costituzione della federazione al fine di: eliminare la prescrizione nei riguardi delle azioni illegali e a volte criminali connesse alle privatizzazioni; limitare la possibilità di utilizzare l'istituto della grazia per evitare le sentenze.

Un cartello nella manifestazione di ieri a Tuzla recita: “Bosnia-Erzegovina: 13 costituzioni, 13 parlamenti, 13 governi, 260 fra ministri e parlamentari”

 

Un cartello nella manifestazione di ieri a Tuzla recita: “Bosnia-Erzegovina: 13 costituzioni, 13 parlamenti, 13 governi, 260 fra ministri e parlamentari”

Mentre sto scrivendo, le commissioni sono al lavoro a Tuzla per sistematizzare e precisare le proposte di cambiamento proposte dalle assemblee plenarie. Dette commissioni sono formate da tutti i cittadini partecipanti alle riunioni plenarie che si sono iscritti per partecipare al lavoro delle commissioni stesse corrispondenti sostanzialmente ai diversi ministeri del Cantone di Tuzla e moderate ognuna da un professionista. Detti professionisti sono stati scelti ieri fra persone partecipanti attivamente alle assemblee plenarie con una competenza specifica sui vari temi, a condizioni che fossero note per la loro integrità morale e in maggioranza non appartenenti ad alcun partito, una minoranza ha sì una tessera di partito ma non ha mai ricoperto alcuna carica o funzione nel partito di appartenenza, né occupato alcuna poltrona nelle istituzioni governative o amministrative; fra di essi un nutrito gruppo di legali, alcuni docenti universitari e alcuni ingegneri.

Le proposte delle diverse commissioni saranno domani 17 febbraio presentate all’assemblea plenaria per essere approvate ed eventualmente modificate, quindi costituiranno un documento di “Richieste e misure per la rivitalizzazione e lo sviluppo del Cantone di Tuzla” che verrà presentato al parlamento cantonale.

Commissioni analoghe si sono formate anche a Sarajevo.

L’atmosfera a Tuzla, dopo la paura per la violenza dell’assalto al Cantone ed al Comune e la preoccupazione che ha riportato a galla i sintomi del disturbo post-traumatico da stress (o Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD) in tutti coloro che hanno vissuto la guerra, è animata, ma serena. C’è la voglia di partecipare attivamente che ha portato a dover organizzare le assemblee plenarie in spazi sempre più grandi e che porta la gente a comprare avidamente i giornali indipendenti che spariscono dalle edicole già nel primo pomeriggio.

Questi due fenomeni, soprattutto se confrontati con la passività degli ultimi decenni, fanno sperare che un cambiamento sia veramente possibile.

 

* Silvia Trogu, dottorato in Sociologia presso l’ISIG (Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia) con una tesi sull’identità bosniaca; vive in Bosnia – Erzegovina da 11 anni, di cui gli ultimi 9 a Tuzla


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