Locandina del film "Gospod postoi, imeto i' e Petrunija"

Locandina del film "Gospod postoi, imeto i' e Petrunija"

Una dura e chiara denuncia del maschilismo troppo spesso nascosto dietro le tradizioni. È il nuovo film della regista macedone Teona Strugar Mitevska, "Dio esiste e il suo nome è Petrunija" tra i favoriti alla 69° Berlinale

13/02/2019 -  Nicola Falcinella

Venticinque anni dopo il Leone d'oro di Venezia a “Prima della pioggia di Milcho Manchevsky, la Macedonia si avvia a vincere un importante riconoscimento in un grande festival di cinema. Il candidato è “Gospod postoi, imeto i' e Petrunija - God Exists, Her Name is Petrunya” di Teona Strugar Mitevska, tra i migliori film del concorso della 69° Berlinale quando mancano all'appello pochi dei 16 in gara. I maggiori rivali sembrano il riuscito “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi dal libro di Roberto Saviano, il francese “Grâce à Dieu” di François Ozon e il mongolo-cinese “Öndög” di Wang Quan'an, che però già vinse nel 2007 con “Il matrimonio di Tuya”.

La trascinante e molto decisa Petrunija, laureata in storia che non trova impiego nella cittadina di Štip, si trova nei guai per aver fatto ciò che una donna non potrebbe. La protagonista ottiene un colloquio con il proprietario di una delle fabbriche tessili della zona. Dopo non averla ritenuta adatta né al lavoro manuale né a quello di segretaria, la importuna e poi l'offende ripetutamente. Al rientro verso casa, si imbatte in una cerimonia ortodossa, nel corso della quale il pope getta una croce nel fiume e spetta agli uomini giovani recuperarla. Vedendo che nessuno riesce a raggiungere il punto della caduta, Petrunija si tuffa senza esitazioni e recupera l'oggetto sacro. Contestata dai maschi delusi e portata in caserma, dimostra anche parlantina e capacità di replicare alle accuse, trovando nello spazio tra leggi dello stato e dettami religiosi la possibilità di difendersi. Intanto il filmato diventa virale in internet e attira l'attenzione di una giornalista televisiva, mentre fuori sale la protesta.

Con l'uso efficace dell'ironia, ma senza evitare lo stereotipo balcanico del tragicomico, “God Exists, Her Name is Petrunya” è il il migliore dei cinque lungometraggi, quasi tutti presentati proprio alla Berlinale (“How I Killed the Saint”, “I'm from Titov Veles” e “The Woman Who Brushed Off Her Tears”), della Strugar Mitevska, sorella dell'attrice Labina Mitevska, che era la giovane di “Prima della pioggia” e qui interpreta la giornalista. Più coeso, ben scritto, si sente la mano della cosceneggiatrice bosniaca Elma Tataragić, già collaboratrice di Aida Begić.

Il film è una dura e chiara denuncia del maschilismo troppo spesso nascosto dietro le tradizioni, sottolineando la differenza tra usanze e abitudini. Si candida a un premio importante se non l'Orso d'oro, quello per la migliore attrice Zorica Nusheva, perfetta nel ruolo di Petrunija.

Gli altri film in concorso

Il tedesco d'origine turca Fatih Akin sorprese Berlino molti anni fa con “La sposa turca” ed è tornato in gara con “Der Goldene Handschuh”, che prende il nome da un locale nel quartiere a luci rosse di Amburgo frequentato dal protagonista. Fetie è un operaio violento, sessuomane (ma impotente) e alcolista che nel 1970 uccide e smembra una donna, una matura prostituta, nascondendone parte in casa. Nel 1974 continua a frequentare il sordido bar, ritrovo abituale di emarginati e anziani, compreso un ex SS, che bevono e cercano compagnia, mentre le tende restano sempre chiuse perché “la gente non beve se c'è il sole fuori”. L'uomo uccide altre donne occultandone i cadaveri fatti a pezzi sotto la finestra, mentre litiga con gli inquilini di sotto, una famiglia di immigrati greci. Un film inquietante e duro, molto basato sullo sguardo folle del protagonista, che racconta la solitudine dei personaggi e una Germania travagliata.

Duramente antisovietico è “Mr. Jones” della polacca Agnieszka Holland, sulla storia vera del diplomatico e giornalista gallese Gareth Jones (interpretato da James Norton) che all'inizio del 1933, mentre Hitler saliva al potere e si respiravano venti di guerra, andò a Mosca con l'obiettivo di intervistare Stalin. Da un collega scomparso e da altri segnali, intuì che qualcosa in Urss, dietro i discorsi ufficiali, non andava, e decise di viaggiare senza permesso in Ucraina. Là scoprì l'Holodomor, i contadini affamati mentre il grano prendeva la via delle esportazioni per riempire le casse statali. Dopo aver assistito alla disperazione del popolo e a una scena di cannibalismo, e aver rischiato a sua volta la vita, il neanche trentenne Jones rientrò per provare a testimoniare quanto visto, scontrandosi duramente con le tesi di Walter Duranty, premio Pulitzer e corrispondente del New York Times da Mosca, che negava la carestia. Un film di fattura molto classica, che conferma la bravura della cineasta polacca e porta alla ribalta un personaggio poco noto, i cui racconti avrebbero ispirato George Orwell.

Ambizioso e interessante, pur non all'altezza delle aspirazioni, è “A Tale of Three Sisters” del turco Emin Alper, già premiato a Venezia nel 2015 per “Abluka”. Siamo in un villaggio di montagna e due sorelle fanno ritorno dopo falliti tentativi di matrimonio in città. Qui trovano la maggiore, che già era rientrata con un figlio piccolo. Un film sul contrasto tra città e villaggi, che però fa capire quanto si possa vivere male in entrambi i luoghi, dove è forte lo scontro tra modernità e tradizione, tra libertà e controllo sociale e sottomissione a pochi che comandano e decidono le esistenze altrui. Le tre sorelle parlano molto di sentimenti, sesso, destini, desideri e scelte di vita. Alpe ha una regia molto controllata e rischia di finire nel noioso, è cechoviano fin dal titolo come il suo connazionale Ceylan (Palma d'oro per “Il regno d'inverno”), cui tende ma non riesce ad avvicinarsi. L'ingratitudine, la solitudine e la rassegnazione sono i sentimenti più sentiti, mentre il padre è succube del capo villaggio e l'intermediario signor Necati sembra avere in mano le sorti di tutti gli abitanti.

C'è il Kosovo nel bel documentario “A Dog Called Money” di Seamus Murphy con la musicista britannica PJ Harvey, che ha accompagnato più volte il fotografo irlandese nei suoi viaggi in Afghanistan, Washington DC e nell'ex regione autonoma della Jugoslavia. Dai suoi appunti ha tratto spunti per il disco “The Hope Six Demolition Project” del 2016. Il film alterna le registrazioni delle 11 tracce alle immagini dei viaggi, senza spiegazioni, usando gli appunti della cantante come guida e portando lo spettatore dentro il processo creativo in maniera originale e coinvolgente e insieme facendo capire lo sguardo sul mondo di un'artista eclettica e sensibile. Nel viaggio incontra i monaci del monastero di Dečani con i fedeli, partecipa alle feste albanesi e ascolta i musicisti rom, fino a spingersi in Grecia, a Idomeni, dove si fermano i profughi dalla Siria.


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