Dopo l’indipendenza: il travagliato presente del Montenegro

Il 21 maggio 2026, il Montenegro ha celebrato il ventesimo anniversario dell’indipendenza. Con quest’ultimo episodio della serie “Venti d’indipendenza”, OBCT ripercorre il periodo che va dalla dichiarazione di indipendenza ai giorni nostri

22/05/2026, Francesco Bortoletto Podgorica
Festeggiamenti per l'anniversario dell'indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 - Foto F. Bortoletto

Festeggiamenti per l’anniversario dell’indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 – Foto F. Bortoletto

Festeggiamenti per l'anniversario dell'indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 - Foto F. Bortoletto

“Che schifo avere vent’anni”, cantava un duo milanese recentemente disciolto. Come tutti i ventenni, anche il Montenegro indipendente vive oggi un presente denso di contraddizioni: alcune ereditate da un passato ingombrante, altre legate all’attuale fase storica. Le sue venti candeline, il Paese balcanico le ha spente ieri (21 maggio), celebrando il giubileo del ripristino dell’indipendenza nazionale sancita nel referendum del 2006 con la separazione dalla Serbia. Se si esclude il Kosovo, il cui riconoscimento internazionale come Stato sovrano rimane limitato, il Montenegro è il più giovane del Vecchio continente. Che segno hanno lasciato questi due decenni sulla pelle del Paese e dei suoi cittadini?

L’era del DPS

Quando vent’anni fa gli elettori scelsero l’indipendenza nelle urne, il potere politico in Montenegro era già saldamente nelle mani dell’allora primo ministro, Milo Đukanović, leader del Partito democratico dei socialisti (DPS). Alternando le vesti di premier e presidente, Đukanović è stato il padrone de facto del Paese dal 1997 al 2023, costruendo quello che molti montenegrini descrivono oggi come un sistema clientelare, un regime autocratico o uno Stato mafioso.

Nelle parole di Milka Tadić, presidente del Centro nazionale di giornalismo investigativo (CIN-CG), il Montenegro sotto Đukanović “era a tutti gli effetti uno Stato in ostaggio.”

“Dopo tre decenni al potere, il DPS aveva preso il controllo delle istituzioni statali, specialmente la magistratura, l’amministrazione pubblica, la cultura e gran parte dei media”, spiega Tadić ad OBCT. “I vertici delle istituzioni erano scelti in base alla fedeltà al DPS e a Đukanović”, rimarca, aggiungendo che tramite un sistema oligarchico il partito controllava anche l’economia, sfruttando senza ritegno le risorse naturali”.

In politica estera, Đukanović diventa l’alfiere dell’ancoraggio di Podgorica alla comunità euro-atlantica. Già prima dell’indipendenza, riallaccia i rapporti bilaterali coi partner regionali e segnatamente con Zagabria, scusandosi per l’attacco a Dubrovnik del 1991. A fine 2008 – poco dopo aver riconosciuto il Kosovo, in aperta rottura con la Serbia – il Montenegro fa domanda per l’adesione all’UE, iniziando nel 2012 i negoziati che sembrano ora avviati alla fase finale. Nel giugno 2017, otto mesi dopo un presunto (e tutt’ora misterioso) tentativo di colpo di Stato, il Paese diventa il 29esimo membro della NATO.

Festeggiamenti per l'anniversario dell'indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 - Foto F. Bortoletto

Festeggiamenti per l’anniversario dell’indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 – Foto F. Bortoletto

La prova dell’alternanza

Il biennio 2019-2020 segna uno spartiacque nella vita politica montenegrina, considerato da diversi osservatori come un vero e proprio cambio di regime. Il 2019 si apre con partecipate proteste antigovernative, che sembrano saldare un fronte unitario tra società civile e opposizioni. A fine anno, il DPS adotta una controversa legge per nazionalizzare le proprietà storiche della Chiesa ortodossa serba (SPC), politicamente vicina a Belgrado. La mossa scatena una nuova ondata di manifestazioni guidate dal clero (litije) che si protrae fino all’estate successiva.

È in questa fase che l’SPC, da sempre influente a livello politico ma fino ad allora relativamente defilata, esce allo scoperto soffiando apertamente sul fuoco anti-DPS che sta ormai divampando. La legittimità di Đukanović e del suo partito, infatti, sono irrimediabilmente compromesse già da diversi anni, complici una serie di scandali di corruzione, forti sospetti di irregolarità nelle tornate elettorali precedenti e, soprattutto, il peggioramento delle condizioni economiche dei cittadini.

Nell’agosto 2020, dopo tre decenni al governo, il DPS perde per la prima volta le elezioni. Mentre il Paese scopre l’alternanza democratica, la Skupština (il Parlamento monocamerale) rimane senza una chiara maggioranza. Si susseguono due traballanti governi tecnici, il primo dei quali presiede ad un aumento significativo dei salari e a una riforma del sistema contributivo.

Ma già nel 2023 si torna alle urne: presidenziali (marzo-aprile) e parlamentari (giugno). Ad entrambe le tornate vince il neonato Movimento Europa ora (PES), formazione liberal-conservatrice ed europeista i cui co-fondatori Milojko Spajić e Jakov Milatović – due outsider già ministri nel 2020-2022 – diventano rispettivamente primo ministro e capo di Stato (quest’ultimo abbandonerà il partito a inizio 2024). È la pietra tombale sull’era Đukanović.

L’uscita di scena del DPS comporta un ricambio nelle istituzioni statali: le “nuove” procure avviano così una stagione di indagini di alto livello su corruzione e crimine organizzato, che mette nel mirino molti profili legati alla vecchia nomenclatura, inclusi Đukanović e alcuni suoi familiari. Eppure, nonostante l’attivismo giudiziario (da alcuni ritenuto politicamente motivato), il passaggio di mano del potere esecutivo non ha modificato il sistema clientelare.

“Anche le nuove autorità cercano di controllare le istituzioni, piazzare lealisti nelle posizioni chiave e influenzare media, giustizia ed economia”, riflette Tadić, constatando che “la corruzione rimane una delle sfide principali e la magistratura non è ancora in grado di affrontarla efficacemente”. Come nella classica lezione gattopardiana, dunque, tutto è cambiato per rimanere uguale.

Festeggiamenti per l'anniversario dell'indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 - Foto F. Bortoletto

Festeggiamenti per l’anniversario dell’indipendenza a Cetinje, Montenegro, 21 maggio 2026 – Foto F. Bortoletto

La questione identitaria

In realtà, qualcosa negli ultimi anni è effettivamente cambiato. A partire dalle litije del 2019-2020, è tornata al centro del dibattito pubblico la questione dell’identità nazionale, ad opera soprattutto dei partiti filo-serbi NOVA, DNP e DCG. Partner del PES di Spajić nella coalizione di governo insediatasi a novembre 2023, questi soggetti politici sono vicini tanto all’SPC quanto al presidente serbo Aleksandar Vučić: un posizionamento che non manca di provocare stalli inter-istituzionali e frizioni interne all’esecutivo, culminate nell’uscita del DNP dalla maggioranza lo scorso gennaio.

Vent’anni dopo il redde rationem tra indipendentisti e unionisti andato in scena col referendum del 2006, dunque, sembra riaprirsi l’eterna diatriba tra gli opposti nazionalismi montenegrino e serbo. Oggi, in discussione non c’è più la collocazione internazionale del Paese, un membro NATO dove la popolazione supporta l’adesione all’UE in maniera trasversale. Piuttosto, il fulcro del dibattito è il concetto stesso di comunità nazionale, messo in dubbio da chi ritiene che l’identità montenegrina non esisterebbe come autonoma rispetto a quella serba.

Uno scontro ideologico che coinvolge (e travolge) piani storici, religiosi, linguistici e culturali, tutti opportunamente strumentalizzati dalle varie fazioni. Così, ad esempio, i nazionalisti montenegrini difendono lo stendardo con l’aquila bicefala di monarchica memoria, laddove gli unionisti caldeggiano il ritorno al tricolore jugoslavo; mentre l’adesione dei fedeli ortodossi al rito montenegrino oppure serbo si configura come una presa di posizione politica tanto quanto la preferenza per l’alfabeto latino anziché quello cirillico.

Dati alla mano, il censimento del 2023 registra il 41,12% della popolazione come etnicamente montenegrina e il 32,93% come etnicamente serba, mentre il serbo viene indicato come madrelingua nel 43,18% dei casi e il montenegrino nel 34,52%. Ma è davvero così polarizzata la società del prossimo Stato membro UE?

Katica Maksan, analista del Center for Democracy and Human Rights (CEDEM), diffida da simili narrative. “La realtà è decisamente più sfumata, anche se la politica e i media spesso dipingono come ineludibile un’alternativa manichea tra bianco e nero”, dichiara ad OBCT, sostenendo che “questa polarizzazione sembra creata artificialmente, mentre la maggior parte dei cittadini si interessa limitatamente a questa retorica”.

Se c’è un posto dove questi ragionamenti non sembrano arrivare è Cetinje, antica capitale reale e cuore pulsante del movimento indipendentista nazionale in tutte le epoche. Lì, ieri, accanto alle bandiere con l’aquila e il leone sventolavano anche quelle con la croce del principato (1516-1852) e quelle verdi, adottate dai rivoltosi che nel 1919 si opposero all’unione col regno di Serbia. Dai più piccoli ai più anziani, tutti con le dita delle mani mostravano la “L” (pollice e indice alzati), simbolo ormai connaturato all’indipendenza: storicamente, deriva dall’iniziale del Liberalni Savez Crne Gore (LSCG), l’Alleanza liberale che, tra le altre cose, si intestò la causa indipendentista dall’avvento del multipartitismo (ma che, ironicamente, si sciolse nel 2005, l’anno prima del referendum).