Io non odio, la storia di Zijo Ribić
Aveva otto anni quando, nel 1992, assistette al massacro di tutta la sua famiglia e degli abitanti rom di Skočić in Bosnia orientale. Oggi, Zijo Ribić continua a parlare di pace, perdono e dialogo. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del libro sulla sua storia in quattro lingue, presentato di recente a Zagabria

Zijo Ribić – foto Andrea Rizza Goldstein
Zijo Ribić © foto Andrea Rizza Goldstein
Il 12 luglio del 1992, nel tuo villaggio di Skočić in Bosnia Erzegovina, tutta la tua famiglia è stata uccisa – sei sorelle e un fratello, padre e madre – come hai raccontato in dettaglio in una nostra intervista nel 2012. Tu, unico superstite, a otto anni pur ferito sei riuscito a fuggire e salvarti. Eppure, come cita il titolo del libro, pubblicato in Italia nel 2016 e ora uscito in versione quadrilingue lingue – croato, romanì, tedesco e inglese – presentato in Croazia, nel raccontare la tua storia continui a parlare di perdono e di pace…
La realizzazione e la promozione di questo libro, lo scorso 19 maggio a Zagabria, è stata possibile grazie al grande amico Andrea Rizza Goldstein di ARCI Bolzano che conosco da tanti anni, in collaborazione con Kali Sara – Unione dei Rom della Croazia [nell’ambito della Summer School “Dealing with the Past”, organizzata da Kali Sara – Unione dei Rom della Croazia, People in Need e YiHRBiH – Youth Initiative for Human Rights, con il finanziamento dell’Unione Europea, ndr].
Il libro raccoglie ciò che amici hanno scritto su di me negli anni in cui ci siamo conosciuti e incontrati, oltre ovviamente alla storia della mia vita. Il messaggio che porto avanti, anche con questo libro, è riassunto nel titolo: “Io non odio”. Cioè perdono, non dimentico ma perdono, perché senza questo passo non si può guardare al futuro.

Rovine della casa di famiglia di Zijo Ribić © foto Andrea Rizza Goldstein
Come ha reagito il pubblico, a Zagabria?
Le persone in sala a Zagabria sono rimaste sorprese… quando hanno sentito il racconto della mia storia, quindi del massacro, della mancanza di giustizia e di come ho vissuto dopo allora, mi hanno chiesto come posso perdonare le persone che allora mi hanno portato via tutto.
Io riporto sempre il mio pensiero, sia da credenti o anche solo da esseri umani, prima arriva il perdono, solo poi si può proseguire a vivere davvero. L’ho sentito dentro di me, che avrei dovuto perdonare, perché se avessi continuato ad odiare quel “popolo” – i serbi, a cui appartengono coloro che hanno ucciso la mia famiglia – sarei rimasto fermo a quel momento, quel doloroso passato.
Non so… forse mi è stato possibile perché sono cresciuto, e sono stato aiutato, da persone di diverse nazionalità e appartenenze religiose. Semplicemente, ad un certo punto ho sentito crescere in me il desiderio di perdonare.
Le reazioni a Zagabria sono state anche emozionalmente forti… non riesco nemmeno a descriverlo, avreste dovuto

I don’t hate – retro copertina
esserci per capire.
Già con la versione in italiano “Io non Odio – La storia di Zijo”, pubblicata dieci anni fa da Edgar Libri, hai avuto modo di parlare in diverse occasioni per diffondere il tuo messaggio di pace…
Anche allora l’apporto di Andrea Rizza è stato fondamentale, assieme alla Fondazione Langer con cui lavorava. Le foto inserite nel libro sono inoltre sue. Ma in realtà, sempre grazie a lui che organizzava tutto, già dal 2011 ho cominciato a intervenire nelle scuole, nelle strutture di detenzione per minorenni, nei teatri, in eventi istituzionali… ma soprattutto nelle scuole, di ogni grado. Con un pubblico quindi di giovanissimi, che è poi il pubblico che preferisco perché penso che siano i giovani coloro che potranno intessere un futuro migliore, per la pace nel mondo, e con amore verso il prossimo senza esclusioni.
Ma sono intervenuto anche in eventi istituzionali. Ad esempio, nel 2021 Papa Francesco mi ha chiamato per raccontare la mia storia presso il Vaticano. Dal 2019 al 2025 sono stato ogni 2 agosto ad Auschwitz, nella Giornata Europea in memoria dell’Olocausto di Rom e Sinti [tra il 2 e il 3 agosto 1944, il regime nazista liquidò lo “Zigeunerlager”, il campo delle famiglie rom con 4mila persone in maggioranza donne e bambini, ad Auschwitz-Birkenau, ndr], dove ogni volta ho parlato davanti a 300-400 giovani tra i 18 e i 27 anni di età.
A proposito della memoria delle vittime Rom e Sinti: rispetto alle guerre degli anni ’90 nei Balcani, si parla di ciò che ha subito questa popolazione? Vengono ricordati? Viene fatta giustizia?
Mi spiace dirlo, ma purtroppo, se parliamo della mia terra d’origine cioè la Bosnia Erzegovina, rispetto a questa questione non si è fatto quasi nulla.
Il processo per il massacro di tutto il mio villaggio Skočić è stato avviato in Serbia, dalla Procura per i Crimini di Guerra di Belgrado [a carico della banda “Simini četnici”, comandata dal serbo Simo Bogdanović, si vedano gli atti del caso sul sito del Fond za humanitarno pravo/Humanitarian Law Center di Belgrado, ndr], sebbene poi in appello non sia stato riconosciuta la loro responsabilità per il massacro dell’intero villaggio e quindi della mia famiglia… la mia testimonianza e quella di tre testimoni sotto protezione – ragazze sopravvissute a quel massacro – per la Procura non sono bastate.
Finora, per quello che ho visto io, le organizzazioni che rappresentano Rom e Sinti, in Bosnia come in Serbia, Kosovo, Macedonia del Nord e Croazia, parlano molto poco dei crimini perpetrati su di noi durante le guerre di dissoluzione della Jugoslavia.
Nessuna organizzazione Rom mi ha sostenuto, ad esempio, quando è partito il processo a Belgrado, mentre invece è stato fondamentale l’aiuto di Nataša Kandić del Fond za Humanitarno Pravo di Belgrado e di altri amici, serbi e bosgnacchi, che vivono in Serbia. Addirittura, sono arrivati dall’Inghilterra in aereo a proprie spese, per starmi accanto durante le audizioni del processo di primo grado…

Zijo Ribić con Nataša Kandić © foto Andrea Rizza Goldstein
Come mai, secondo te?
Forse perché parlo di pace, di perdono. Parlo sì, da un lato, dei serbi di quella formazione paramilitare che mi hanno portato via tutto, ma allo stesso tempo anche dei serbi che mi hanno aiutato, mi hanno regalato calore, amicizia e che mi hanno insegnato ad amare e non odiare… quindi il mio messaggio è chiaro: non tutti sono uguali, la differenza è tra persone “cattive” e persone “buone”, non è questione di nazionalità o appartenenza religiosa.
Ancora oggi in Bosnia il discorso è di totale contrapposizione, i bosgnacchi contro i serbo-bosniaci o i croato-bosniaci e viceversa. Un circolo vizioso, che purtroppo riesce a incidere nell’opinione pubblica. Mentre dovremmo sempre ricordarci che siamo tutti uguali, che soffriamo allo stesso modo. Che viviamo oggi per il domani e niente cambia… con tre presidenti della Repubblica e rappresentanze politiche che non fanno nulla per far funzionare il paese e riconoscere pari diritti a tutti.
Non è di interesse dei politici, potrei dire, che si arrivi a una pacificazione e ci si avvii a costruire un futuro migliore.
Rispetto alla prima domanda, so che da pochi mesi Dervo Sejdić, presidente della Comunità Rom di BiH e presidente di “Kali Sara – Romski informativni centar” (Kali Sara – Centro informativo Rom, con sede a Sarajevo) ha avviato un progetto con il sostegno del Regno Unito [dal titolo “Migliorare la partecipazione dei Rom alla giustizia di transizione in Bosnia-Erzegovina”, ndr] che prevede lavoro di ricerca sui crimini di guerra perpetrati sulla popolazione Rom durante la guerra ’92-’95. Spero che grazie al progetto l’opinione pubblica si confronti anche con queste vittime, sia civili, sia chi è morto in prima linea mentre combatteva assieme ad altri soldati.
Il libro verrà presentato anche in Bosnia Erzegovina?
Per ora, solo grazie a una cara amica, bosgnacca, pronta a organizzarla a sue spese! La presentazione si terrà il 13 luglio a Tuzla, dove vivo, in presenza ovviamente anche di Andrea Rizza Goldstein di ARCI Bolzano [la presentazione si terrà all’Hotel Salis, alle ore 18.30, ndr]. Speriamo che in questa occasione ci sia una partecipazione delle associazioni rom, per proseguire insieme nel mantenere la memoria di ciò che è accaduto. Dopodiché la mia lotta è per la pace, per il dialogo, per la pacificazione, per cercar di far capire – soprattutto alle nuove generazioni – che è l’unica strada da percorrere. Non possiamo – e non vogliamo – dimenticare e dobbiamo continuare a parlare di ciò che è accaduto, ma va fatto non attraverso l’odio…
Hai accennato alla mancata di giustizia nelle aule del tribunale di Belgrado. Sei almeno riuscito a dare sepoltura ai tuoi familiari che sono stati occultate in fosse comuni, come avvenuto per migliaia di persone in Bosnia Erzegovina, dove mancano ancora all’appello più di 7mila scomparsi?

Zijo Ribić con i tabut delle quattro sorelle tumulate nel 2016 © foto di Andrea Rizza Goldstein
I resti di mio padre Ismet e mia madre Šefka sono stati trovati nel 2007, quindi 15 anni dal massacro. Quattro sorelle – Zlatija (13 anni), Zijada (7 anni), Suvada (5 anni) e Almase (4 anni) – sono state trovate nel 2015 e le ho sepolte nel cimitero del nostro villaggio a inizio 2016.
Solo nel 2017 hanno trovato i resti di mia sorella Sabrija (2 anni) e mio fratello Ismet (3 anni).
Spero ora, prima della mia morte, che ritrovino i resti di mia sorella Zlata, affinché siano tutti insieme in un luogo dove potrò andare con mia moglie e miei figli, per mantenere viva la memoria della mia famiglia d’origine, sempre però insegnando ai miei figli i valori in cui credo. Quei valori che continuerò a diffondere tra gli amici, i colleghi, tutte le persone che incontro nelle scuole…
E farò lo stesso con il gruppo di italiani accompagnati da Andrea Rizza [40 persone di diverse parti d’Italia, in viaggio della memoria dal 7 a 13 giugno, organizzato dalle associazioni di Venezia “Buongiorno Bosnia” e “Lungo la Rotta Balcanica”, ndr] che il 9 giugno saranno con me al cimitero di Skočić.
In un mondo in cui continuano, per me inspiegabilmente, terribili guerre, come ad esempio a Gaza e in Ucraina, è necessario battersi per un’altra via: non quella dell’odio, della violenza e della sopraffazione, ma della ricerca di pace, confronto, dialogo e comprensione.
In evidenza
- Attivismo ambientale
- PROTESTE SENZA FINE
- autoritarismi









