Il safari di Sarajevo, una storia vecchia e ancora poco chiara

Centinaia di stranieri avrebbero pagato per poter sparare sugli abitanti di Sarajevo durante l’assedio degli anni ‘90? Le prime voci a riguardo, raccolte trent’anni fa, sono riemerse con forza negli ultimi mesi. Secondo un’inchiesta di BIRN le prove restano però scarse e le testimonianze delle fonti principali sono contraddittorie e non verificate

Un uomo sfida il fuoco dei cecchini per attraversare la "Sniper Alley" durante l'assedio, il 4 aprile 1993 a Sarajevo © Northfoto/Shutterstock

Un uomo sfida il fuoco dei cecchini per attraversare la “Sniper Alley” durante l’assedio, il 4 aprile 1993 a Sarajevo © Northfoto/Shutterstock

Un uomo sfida il fuoco dei cecchini per attraversare la "Sniper Alley" durante l'assedio, il 4 aprile 1993 a Sarajevo © Northfoto/Shutterstock

(Originiariamente pubblicato su Balkan Insight il 9 luglio 2026)

È un mistero vecchio di 30 anni.

Pagare per sparare con fucili di precisione contro gli abitanti di Sarajevo durante i 1.425 giorni di assedio della capitale bosniaca?

Secondo Ezio Gavazzeni, è proprio quello che fecero più di 400 stranieri, tra cui circa 230 italiani. A febbraio ha pubblicato un libro sull’argomento, intitolato “I cecchini del weekend” (PaperFirst, 2026).

Le affermazioni di Gavazzeni sono state riprese dai media di tutto il mondo, come un altro macabro dettaglio della guerra in Bosnia Erzegovina del 1992-95. Al di là delle presunte cifre, tuttavia, la storia del “Safari di Sarajevo” è tutt’altro che nuova.

Infatti, il primo articolo che denunciava il pagamento da parte di stranieri per accedere alle posizioni serbo-bosniache sulle colline intorno a Sarajevo e sparare contro gli abitanti della città risale al 30 marzo 1995, quando la capitale bosniaca era ancora sotto assedio. L’articolo fu pubblicato sul Corriere della Sera e ripreso due giorni dopo dal quotidiano di Sarajevo Oslobođenje. Poi… il nulla.

La storia si perse nel vortice degli eventi del 1995: la caduta di Srebrenica, i raid aerei della NATO sulle posizioni serbo-bosniache, l’Operazione Tempesta in Croazia e, infine, i negoziati di pace a Dayton, Ohio.

Nel 2022, il regista sloveno Miran Zupanič ha dato nuova linfa alla storia con il suo documentario “Sarajevo Safari“.

Sulla scia del libro di Gavazzeni, BIRN ha ricontattato alcune delle fonti chiave della vicenda, riesaminato i fatti accertati e analizzato gli atti processuali.

Il filo conduttore di tutti i resoconti finora pubblicati è la mancanza di prove concrete, nonché le contraddizioni nelle testimonianze delle uniche due fonti citate nel libro di Gavazzeni che avrebbero avuto conoscenza diretta delle prime informazioni di intelligence del periodo bellico relative a tale pratica.

Altre fonti citate nel libro descrivono la vita sotto assedio e affermano di aver sentito parlare di persone che pagavano per sparare agli abitanti di Sarajevo, ma anche queste due fonti non hanno una conoscenza diretta di quanto accaduto e, in interviste con BIRN, hanno espresso scetticismo su alcune delle affermazioni di Gavazzeni.

Le prime segnalazioni nel 1995

Più di 11.000 civili morirono durante l’assedio di Sarajevo, il più lungo della guerra moderna. Furono uccisi dall’artiglieria serbo-bosniaca che si abbatteva indiscriminatamente sulla città dalle colline che la circondano, e dai cecchini serbo-bosniaci che terrorizzavano gli abitanti, costringendoli ad attraversare le strade di corsa e a ripararsi dietro le carcasse bruciate delle auto o i muri crivellati di proiettili solo per svolgere le loro attività quotidiane. Una strada era così pericolosa da essere soprannominata Sniper Alley (Viale dei Cecchini).

Ma i serbo-bosniaci offrivano le loro postazioni da cecchino e i loro fucili anche a stranieri paganti?

Questa è l’affermazione fatta da due rifugiati di Sarajevo, tra i numerosi testimoni davanti al Tribunale Permanente dei Popoli (PPT), un’organizzazione per i diritti umani fondata in Italia, che tenne una sessione a Berna, in Svizzera, nel febbraio del 1995, mentre le guerre in Croazia e Bosnia infuriavano ancora.

Il segretario generale del PPT, Gianni Tognoni, ha raccontato al Corriere della Sera le loro testimonianze, e il quotidiano italiano ha pubblicato la notizia con il titolo: “Vacanze in Bosnia, sparatorie incluse”. L’affermazione non è stata inclusa nel rapporto finale del PPT per mancanza di prove.

Trent’anni dopo, Tognoni ha dichiarato a BIRN di aver contattato alcuni dei testimoni dopo la sessione del tribunale. “Due di loro mi hanno detto che c’erano cecchini provenienti da tutta Europa, anche dall’Italia”, ha affermato.

“Naturalmente, abbiamo discusso di queste affermazioni in dettaglio, perché si trattava di accuse gravi. Ma all’epoca ci era impossibile condurre un’indagine specifica, quindi abbiamo deciso di non compromettere la credibilità del Tribunale scrivendo ‘si dice che'”.

Museo sull'assedio di Sarajevo (Sul cartello "Attento al cecchino!!") © Juan Garcia Hinojosa / Shutterstock

Museo sull’assedio di Sarajevo (Sul cartello “Attento al cecchino!!”) © Juan Garcia Hinojosa/Shutterstock

L’aggiornamento del 2022

Nel 2022, il film di Zupanič ha fornito una nuova fonte: Edin Subašić, analista dell’intelligence militare bosniaca durante la guerra, che in seguito è diventato una fonte chiave per il libro di Gavazzeni.

Subašić ricorda di aver letto il verbale dell’interrogatorio di un combattente volontario serbo di Paraćin, nella valle del fiume Grande Morava, nella Serbia centrale.

Il fenomeno dei “guerrieri del fine settimana” è ben noto: in cambio di una somma giornaliera, i serbi attraversavano il confine tra Serbia e Montenegro per unirsi alle uccisioni e ai saccheggi, per poi tornare indietro con il bottino, tutto in nome di una “Grande Serbia”.

Il volontario di Paraćin fu arrestato dalle forze governative bosniache e interrogato. Subašić disse di aver letto il verbale dell’interrogatorio alla fine del 1993. In esso, l’uomo affermava che cinque stranieri, fra cui tre italiani, erano con lui su un autobus diretto verso le posizioni serbo-bosniache nei dintorni di Sarajevo. Chiese loro quanto venissero pagati.

“Secondo quanto ho capito, la conversazione si è svolta in un inglese piuttosto stentato, durante la quale hanno fatto la dichiarazione chiave”, ha raccontato Subašić a BIRN. Gli italiani, uno dei quali ha detto di essere di Milano, avrebbero apparentemente detto all’uomo: “Paghiamo per venire qui”.

Secondo Subašić, l’allora capo dell’intelligence militare bosniaca, Mustafa Hajrulahović, trasmise personalmente l’informazione ad un ufficiale del servizio segreto italiano, il SISMI, che Subašić descrisse come in servizio presso l’UNPROFOR, la forza di pace delle Nazioni unite in Bosnia all’epoca.

Addestrato in Italia e con un’ottima conoscenza dell’italiano, Hajrulahović era conosciuto come “L’italiano”. Non è più in vita.

“Avevamo informazioni riguardanti l’Italia e abbiamo chiesto loro di verificare quanto avevamo fornito”, ha detto Subašić. “Se erano accurate, chiedevamo loro di dirci di cosa si trattasse. Se non lo erano, chiedevamo loro di dircelo lo stesso”.

“Potevamo dire loro l’ora del fatto, che erano di Milano e il resto. A quel punto, la storia finiva di fatto dalla nostra parte”.

La risposta italiana arrivò alla fine di marzo o all’inizio di aprile del 1994, ha detto, ricordando che giunse in seguito ad un accordo che poneva fine ai combattimenti tra l’esercito bosniaco e le forze croate. Gli italiani affermarono di aver stroncato la questione sul nascere.

È qui, tuttavia, che sorgono delle discrepanze.

Sarajevo, Bosnia Erzegovina, 28 gennaio 2011: edifici del quartiere Alipašino Polje, con i segni di proiettili © SIALABE/Shutterstock

Sarajevo, Bosnia Erzegovina, 28 gennaio 2011: edifici del quartiere Alipašino Polje, con i segni di proiettili © SIALABE/Shutterstock

Problemi di memoria?

Michael Giffoni afferma di aver sentito parlare dello scambio di informazioni tra l’intelligence bosniaca e il SISMI poco dopo il suo arrivo a Sarajevo il 25 ottobre 1994, all’epoca ventinovenne, come vice capo della Delegazione diplomatica speciale italiana.

Gli agenti del SISMI, ha detto, erano ufficialmente registrati come ufficiali di sicurezza della delegazione, non come membri dell’UNPROFOR.

Giffoni ha citato gli agenti che gli raccontavano delle affermazioni fatte dal combattente volontario serbo di Paraćin, trasmesse loro dall’intelligence bosniaca. Ma Giffoni afferma che lo scambio di informazioni avvenne dopo l’istituzione della Delegazione diplomatica speciale italiana nell’aprile del 1994, molto più tardi di quanto affermato da Subašić, e ha detto che l’UNPROFOR non era in alcun modo coinvolta. L’Italia, in quanto confinante con la Jugoslavia ed ex potenza occupante fascista di alcune zone dei Balcani durante la Seconda guerra mondiale, non faceva parte dell’UNPROFOR.

“C’erano civili, funzionari”, ha affermato Giffoni. “Ma nessuno di loro era collegato al SISMI. Posso escluderlo”, ha dichiarato a BIRN. “È un’affermazione che va corretta, perché non è vera”.

Giffoni è citato nel libro di Gavazzeni da altre fonti, ma l’autore non lo ha mai intervistato direttamente.

Andrea Angeli, addetto stampa delle Nazioni Unite a Sarajevo nel 1993-1994, ha affermato che l’UNPROFOR non aveva personale di polizia o militare italiano, circostanza confermata all’epoca anche dal governo italiano.

“Se il signor Subašić avesse voluto parlare con il SISMI, avrebbe potuto farlo direttamente”, ha dichiarato. “Non capisco perché abbia tirato in ballo la missione ONU”. Angeli ha affermato che, fino al 1994, lui stesso, un civile, era l’unico italiano nell’UNPROFOR e che personalmente non era mai stato in contatto né con Subašić né con Hajrulahović.

Il libro di Gavazzeni si basa in gran parte su fonti anonime. Tra coloro che offrono informazioni sostanziali sul presunto fenomeno del “safari”, solo Subašić e Giffoni sono citati ufficialmente. Dei due, solo Subašić è stato effettivamente intervistato da Gavazzeni. I loro resoconti costituiscono gran parte delle fondamenta del suo libro. Gavazzeni ha dichiarato a BIRN che Giffoni era presente all’incontro in cui i bosniaci consegnarono le informazioni, un incontro che l’autore ha dichiarato a BIRN essere avvenuto “alla fine del ’93”.

Giffoni ha contestato questa affermazione, dichiarando a BIRN: “Nel ’93 mi occupavo della Bosnia, ma da Roma; sono arrivato a Sarajevo nell’ottobre del ’94”. Ha affermato di aver appreso le informazioni solo dagli agenti del SISMI.

Interrogato sulle discrepanze tra le versioni, Gavazzeni ha affermato che Subašić potrebbe essersi confuso sul coinvolgimento dell’UNPROFOR, scambiando forse Giffoni per un membro della forza di pace. “Con ogni probabilità, Michael Giffoni ha dormito, mangiato e alloggiato in quei locali [dell’UNPROFOR]”, ha dichiarato Gavazzeni a BIRN.

Oltre a negare di essere stato presente all’incontro, Giffoni ha anche dichiarato a BIRN di aver visitato le strutture dell’UNPROFOR solo per riunioni e conferenze stampa.

In una successiva conversazione con BIRN, Gavazzeni ha ammesso che Giffoni non poteva essere presente all’incontro, ma ha offerto un’altra spiegazione: gli ufficiali del SISMI contattati dall’intelligence militare bosniaca erano già sul posto prima che l’Italia aprisse la sua Delegazione diplomatica speciale. Le contraddizioni tra le versioni di Giffoni e Subašić sono “problemi di memoria”, ha detto a BIRN, pur ammettendo di non averle verificate. La versione di Subašić coincide con quella fornita da Giffoni in altri media e menzionata nel suo libro.

Alla vigilia della pubblicazione di questo articolo, Gavazzeni ha inviato a BIRN i link a quattro file PDF per un totale di 1.257 pagine, affermando che contenevano prove della presenza del SISMI a Sarajevo dal 1993, con sede presso l’UNPROFOR. Subašić aveva inviato a BIRN gli stessi documenti poche ore prima. Tuttavia, una ricerca nei file dell’acronimo “SISMI” non ha prodotto alcun risultato. “UNPROFOR” compare alcune volte, ma non in relazione al SISMI.

Non è stato possibile stabilire con certezza se agenti del SISMI fossero presenti a Sarajevo nel 1993, ufficialmente o meno. Tuttavia, il disaccordo sulla questione evidenzia le differenze tra le principali ricostruzioni degli eventi che hanno costituito la base del libro all’origine della frenesia mediatica internazionale sui “safari dei cecchini”.

Giffoni afferma che, quando il SISMI ricevette le informazioni sui cecchini stranieri dall’intelligence bosniaca, la risposta dell’agenzia italiana fu breve: “La segnalazione è stata presa in considerazione, è stata indagata e il traffico è stato bloccato”.

Questo è quanto afferma di aver appreso nel 1994 dai due agenti del SISMI di stanza presso la Delegazione diplomatica speciale italiana. Nel 1995, dopo che Oslobođenje in Bosnia riprese l’articolo originale del Corriere della Sera, Giffoni afferma di aver chiesto direttamente a Hajrulahović. Hajrulahović, dice Giffoni, ha confermato di aver fornito informazioni al SISMI e di essere stato informato che “il traffico era stato bloccato”.

Cosa si intendesse esattamente con “traffico” rimane tuttavia poco chiaro: il flusso di stranieri paganti o di soldati pagati per il fine settimana, o qualcos’altro di completamente diverso?

Secondo Giffoni, nemmeno gli agenti del SISMI a Sarajevo sapevano quali provvedimenti fossero stati presi in Italia, sebbene egli rimanga certo che le autorità italiane siano intervenute in qualche modo. Giffoni ha dichiarato che tutto ciò che ha appreso proviene da conversazioni; non ha visto nulla di messo per iscritto. Giffoni è rimasto nel servizio diplomatico italiano fino al 2014, quando è stato accusato (e successivamente assolto) di associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, in seguito ad accuse di visti falsi rilasciati dall’ambasciata italiana in Kosovo quando era ambasciatore. Non è mai più tornato al servizio diplomatico.

Gavazzeni ha dichiarato a BIRN di avere due nuove fonti che, a suo dire, hanno testimoniato davanti ai pubblici ministeri italiani nel giugno di quest’anno. Queste fonti, ha affermato, sostengono di aver ricevuto, nella primavera o nell’estate del 1994, documenti contenenti i nomi di cinque italiani sospettati di aver pagato per sparare a Sarajevo. Non ha fornito ulteriori informazioni a BIRN in merito a queste fonti.

Mercoledì 3 novembre 1992, a Sarajevo, in Bosnia, un ragazzino corre per sfuggire al fuoco dei cecchini, riparandosi dietro una barriera formata da container © Northfoto / Shutterstock

Mercoledì 3 novembre 1992, a Sarajevo, in Bosnia, un ragazzino corre per sfuggire al fuoco dei cecchini, riparandosi dietro una barriera formata da container © Northfoto / Shutterstock

Cifre contestate

Giffoni, che ha testimoniato davanti alla procura di Milano, non contesta che degli stranieri pagassero per avere la possibilità di sparare a civili innocenti a Sarajevo, ma mette in dubbio la portata del fenomeno descritta nel libro di Gavazzeni, data la difficoltà di raggiungere tali posizioni intorno a Sarajevo.

“Le cifre sono completamente folli”, ha dichiarato. “Credo che questa cosa sia esistita, […] ma stiamo parlando di una dozzina di persone al massimo”.

Anche Subašić dubita che fossero così numerosi come afferma Gavazzeni.

“Mi sembra un po’ eccessivo che ci fosse un tale afflusso”, ha detto a BIRN.

“Se ci fosse stato un tale movimento, ci sarebbero stati più testimoni dei loro arrivi e delle loro partenze. Questo mi fa pensare che non fossero molti”.

Detto questo, Subašić ha ammesso che un fenomeno del genere sarebbe stato “ben protetto dalle misure di controspionaggio”, esprimendo scetticismo su alcuni dei dettagli più macabri del libro di Gavazzeni.

“A quanto pare esisteva un listino prezzi per il safari”, ha affermato. “Un prezzo diverso per un bambino, una donna, una donna incinta, un adulto, un anziano, un civile o un soldato in uniforme visto in città: come se ognuno di questi avesse la sua tariffa”.

“Questo tipo di dettaglio macabro e bizzarro, a prescindere dalla somma di denaro coinvolta, rimane comunque orribile”.

Anche Giffoni ha espresso dubbi su un ‘listino prezzi’.

“Francamente, l’idea che avessero stilato un listino prezzi specifico e dettagliato su chi dovesse essere la vittima mi sembra poco plausibile, se non del tutto implausibile, anche perché [gli sparatori] avevano i minuti contati, quindi sparavano a chiunque passasse”, ha dichiarato.

Interpellato sui dubbi espressi dalle due fonti chiave nel suo libro, Gavazzeni ha dichiarato a BIRN: “Riporto solo ciò che mi dicono le mie fonti”.

“Le fonti sono state verificate da altre fonti, questo posso affermarlo, ma non posso giurare sulla Bibbia che 230 sia il numero esatto di italiani e che un numero simile provenisse da altri Paesi occidentali. Si tratta solo delle testimonianze delle mie fonti”.

Ha aggiunto che il 70% delle fonti citate nel suo libro ha anche testimoniato davanti ai magistrati italiani.
Alla domanda su come i lettori potessero fidarsi della veridicità delle numerose fonti anonime citate nel suo libro, visto che non era riuscito a conciliare le discrepanze tra le testimonianze di Giffoni e Subašić, Gavazzeni ha risposto: “Abbiamo fatto tutto il possibile, ve lo assicuro”.

Nessuna prova materiale

Il documentario di Zupanič cita un’altra fonte, un agente sotto copertura di un “servizio estero” che, secondo il film, si sarebbe infiltrato nelle posizioni dei serbi di Bosnia sopra Sarajevo fingendosi un giornalista.

BIRN è riuscito a identificare la fonte. Ha risposto tramite la casa di produzione del film di Zupanič, Arsmedia, e ha accettato di parlare a condizione di anonimato. Al telefono dalla Slovenia, si è descritto come un ex ufficiale dell’intelligence jugoslava che usava il nome in codice “Piskotek”, che in sloveno significa “biscotto”. Altre quattro fonti hanno confermato la sua identità.

Piskotek ha raccontato di aver partecipato ad una conferenza stampa nella roccaforte militare serbo-bosniaca di Pale, “dopo la quale uno dei soldati mi ha chiesto se potevo rimanere a dormire per vedere qualcosa di interessante”.

Ha affermato di essere stato portato dalle forze serbo-bosniache in una posizione sopra Sarajevo, dove ha visto un uomo con un passaporto straniero nella tasca anteriore che conversava in inglese con i soldati.

“Sapevo che era straniero e che gli stavano preparando i fucili di precisione per sparare”, ha dichiarato Piskotek. Ha affermato di aver visto in totale nove stranieri sparare, tutti vestiti con abiti da caccia e armati.

Dopo la messa in onda di Sarajevo Safari, l’allora sindaco della città, Benjamina Karić, ha presentato una denuncia alla procura bosniaca. L’indagine non ha ancora prodotto risultati.

Sono in corso indagini a Milano, sulla base di una denuncia presentata da Gavazzeni prima della pubblicazione del suo libro, così come in Austria e Belgio. Nell’indagine di Milano, almeno, al momento non ci sono prove materiali a sostegno delle affermazioni.

Marko Lugonja, a capo del Dipartimento di sicurezza del Corpo d’armata Sarajevo-Romanija dell’Esercito serbo-bosniaco, ha categoricamente respinto le accuse, affermando che ne sarebbe stato a conoscenza se fossero realmente accadute.

“Non hanno alcun fondamento”, ha dichiarato Lugonja a BIRN in un’intervista rilasciata nel dicembre 2025, poche settimane prima della sua morte. “Ma una volta che una cosa del genere viene diffusa dai media, ci vuole molto tempo perché una persona riabiliti il proprio nome”.

“C’erano alcuni combattenti volontari provenienti dall’Ucraina e dalla Russia”, ha aggiunto. “Ma che sia successa una cosa del genere è impossibile”.

“Nessuno può sapere meglio di me se una cosa del genere sia realmente esistita”. Lugonja era un sostenitore del comandante serbo-bosniaco Ratko Mladić durante la guerra e fu successivamente condannato da un tribunale di Belgrado per aver dato rifugio a Mladić mentre questi era in fuga dal Tribunale dell’Aia.

Dall’altra parte, Sefer Halilović, che ha ricoperto la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Bosnia Erzegovina tra l’agosto 1992 e il novembre 1993, ha negato di aver mai ricevuto informazioni riguardanti un simile fenomeno.

“Non ho ricevuto alcuna informazione dal Servizio di sicurezza Militare o dai Servizi segreti”, ha affermato. “Quello di cui parlano è per lo più frutto di invenzioni. Non sapevano nulla. Mentono”. Halilović è stato processato, ma assolto dall’accusa di crimini di guerra dal Tribunale dell’Aia.

L’ex agente della CIA Douglas H. Wise, che ha ricoperto la carica di Vice direttore della Defence Intelligence Agency statunitense dal 2014 al 2016 ed era di stanza a Sarajevo durante la guerra, ha dichiarato di non aver mai sentito parlare di stranieri pagati per bombardare Sarajevo.

Anche i documenti declassificati della CIA sulla guerra non menzionano alcun episodio simile.

“Esaminiamo la logistica: portare un occidentale benestante a meno di 200 metri da Sniper Alley significa trasporto, sicurezza e silenzio da parte di tutti i serbi e di tutti i membri del suo entourage”, ha scritto Wise in risposta a BIRN.

“Non è una teoria del complotto che regge al confronto con la realtà operativa. Molto più plausibile è qualcosa di più banale: un serbo con agganci politici o un visitatore in prima linea, a cui viene data la possibilità di guardare attraverso un mirino per pura spavalderia. Anche questa è un’ipotesi azzardata. E se accadesse, l’apparato di disinformazione serbo avrebbe tutto l’interesse a puntare il dito contro i ricchi occidentali piuttosto che contro i propri”.

“Difficile da immaginare”

Negli archivi di sette casi relativi all’assedio di Sarajevo, trattati dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) all’Aia, si trovano solo due menzioni di qualcosa di simile ad un “safari”: durante i processi a Dragomir Milošević, comandante del Corpo d’armata Sarajevo-Romanija dell’esercito serbo-bosniaco, e all’ex uomo forte serbo Slobodan Milošević.

In quest’ultimo caso, il testimone protetto C-017 si riferì a Nicholas Ribić, un cittadino canadese di origine serba condannato in Canada per sequestro di persona in un altro paese, affermando che questi era venuto in Bosnia per un “safari, per dare la caccia alla gente”.

Nel processo a Dragomir Milošević, l’ex marine statunitense John Jordan, che si era offerto volontario come vigile del fuoco nella Sarajevo assediata, ricordò di aver visto uomini nelle posizioni serbo-bosniache che “non sembravano soldati dell’esercito ordinario”.

Jordan disse che indossavano più abiti da caccia che uniformi militari e che aveva supposto che fossero stranieri. Portavano con sé quelle che sembravano armi da caccia, ma lui non li vide mai sparare.

Dopo aver visto Sarajevo Safari, Jovana Kolarić, ricercatrice presso il Fond za humanitarno pravo (Humanitarian Law Center) di Belgrado, che ha esaminato a fondo il coinvolgimento di combattenti stranieri, ha anche setacciato gli archivi del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY).

“Non ho trovato nulla tranne la testimonianza di John Jordan e di questo canadese, Nicholas Ribić. Ma lui non è un turista”, ha detto Kolarić a BIRN, intendendo che Ribić era un combattente volontario proveniente dall’estero, non qualcuno che pagava per partecipare.

Angeli, l’ex addetto stampa delle Nazioni Unite, ha affermato di avere un altro motivo per dubitare della storia di un “safari a Sarajevo”. All’epoca, Sarajevo ospitava alcuni dei giornalisti più tenaci del tempo, eppure nessuno di loro ha pubblicato la notizia o l’ha approfondita dopo la pubblicazione da parte del Corriere della Sera a marzo 1995.

“Tenete presente che i giornalisti più prestigiosi del mondo erano di stanza a Sarajevo ininterrottamente”, ha affermato.

“È difficile immaginare che una notizia così grave sia sfuggita alla loro attenzione, e ancor meno che non l’abbiano approfondita adeguatamente quando le prime indiscrezioni sono trapelate sulla stampa durante la fase finale della guerra, nella primavera del ’95”.

Gavazzeni ha dichiarato di essere stato criticato da alcuni di quei giornalisti che erano di stanza a Sarajevo o che vi erano passati durante la guerra.

“Vedete, questa è la logica: ‘Non lo sapevo, e siccome non lo sapevo, non è mai successo'”, ha detto a BIRN. “Ma a me sembra davvero un’esagerazione. In realtà sembra solo invidia, perdonate la franchezza, ma ci sono molte persone che sono amareggiate per questa vicenda”.

Secondo Kolarić, parte del problema risiede nella confusione generale tra la questione dei combattenti volontari, principalmente serbi provenienti da fuori della Bosnia, ma anche russi e altri mercenari, e gli stranieri che avrebbero pagato per il brivido di uccidere.

“Nell’ex Jugoslavia, c’erano moltissimi combattenti stranieri in ogni singolo esercito coinvolto nel conflitto”, ha affermato. “Queste persone non sono turisti da safari. C’è molta confusione senza alcun fondamento di fatto”.

Ciò che è davvero deludente, ha aggiunto, è che nessun cecchino serbo-bosniaco sia mai stato processato per aver terrorizzato Sarajevo.

“Abbiamo i documenti, abbiamo gli ordini diretti dell’esercito serbo-bosniaco che stabiliscono che ogni unità doveva avere un numero specifico di cecchini”, ha dichiarato Kolarić a BIRN.

Invece, ha affermato, “c’è tutto questo panico morale riguardo a questa storia, ma non si parla delle vittime, non si parla di responsabilità”.

“Parliamo di alcuni episodi che non possiamo ancora confermare”.

NOTA: Questo articolo è stato modificato il 23 luglio 2026 per chiarire che Marko Lugonja è stato intervistato un mese prima della sua morte, avvenuta nel gennaio 2026, e per aggiungere informazioni sulla sua condanna per aver aiutato Ratko Mladić, nonché dettagli sul servizio di Sefer Halilović come Capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Bosnia Erzegovina e sulla sua assoluzione dalle accuse di crimini di guerra.


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Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di  MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un’iniziativa che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura delle tematiche internazionali, co-finanziata dall’Unione europea. Tuttavia, le opinioni espresse sono esclusivamente quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell'Unione Europea. Né l'Unione Europea né l'ente finanziatore possono essere ritenuti responsabili per esse.