Condanna dei leader UÇK, le reazioni in Serbia
La notizia della condanna dei leader dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK) ha avuto una vasta eco in tutta l’area ex jugoslava, in particolare a Belgrado. Tra retorica incendiaria e tentativi di strumentalizzare la vicenda a fini politici, le vittime, come al solito, sono rimaste in secondo piano

Il ministro dell’Interno serbo Ivica Dačić © lev radin / shutterstock
Il ministro dell'Interno serbo Ivica Dačić © lev radin / shutterstock
Tra lacrime, rabbia e malcontento, da Pristina a Belgrado, reagendo alla sentenza delle Camere specializzate del Kosovo, i più alti funzionari statali e leader politici hanno parlato del tribunale speciale con sede all’Aja più nelle ultime 48 ore che in tutti gli anni di attività di questa istituzione, fondata nel 2015.
La conferenza stampa di Vučić
Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić, subito dopo la lettura della sentenza, mercoledì 16 settembre, ha annunciato che si sarebbe rivolto al pubblico la sera stessa in una conferenza stampa convocata per l’occasione. Alle 18:30 in punto, come previsto, ha iniziato a commentare la sentenza, chiedendo ai cittadini di non lasciarsi prendere dall’euforia, “ma di attendere con pazienza per poter comprendere a fondo i messaggi appena giunti”.
Vučić ha affermato che il tribunale non ha confermato i sospetti sull’esistenza di un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile pur di non inficiare la credibilità dell’Esercito di liberazione del Kosovo. Secondo il presidente serbo, il giorno della lettura della sentenza è emerso chiaramente “cosa pensano molti nella regione dei serbi e quanto poco si preoccupino delle vittime serbe che vengono cancellate dalla storia”.
“Molte cose non ci hanno sorpreso, ma alcune sì, soprattutto il silenzio e l’ipocrisia della comunità internazionale, se di grande sorpresa si può parlare”, ha dichiarato Vučić, leggendo le affermazioni di alti funzionari dei paesi dell’ex Jugoslavia che hanno condannato la sentenza contro i leader dell’UÇK.
Ha letto anche un comunicato diffuso dal ministero degli Affari Esteri ed Europei della Croazia dopo la pubblicazione della sentenza, sottolineando ironicamente che “doveva menzionare anche la Croazia, perché [i croati] sono noti in tutto il mondo per la loro imparzialità e integrità morale in materia di crimini e criminali”.
Vučić ha poi aggiunto che nell’area ex jugoslava i serbi “non esistono come vittime” e “in ogni annuncio e in ogni dichiarazione vengono considerati criminali”.
“E ora capite perché da molti anni tutti nella regione sono uniti nell’odio contro i serbi e condividono obiettivi comuni”, ha concluso Vučić.
Dove sono le vittime?
Anche Vučić, però, ha messo le vittime in secondo piano durante il suo discorso, perdendo l’occasione di sottolineare quanto sia importante la recente sentenza per le vittime e, più in generale, per una migliore comprensione della guerra in Kosovo e del ruolo dell’UÇK.
Quasi nessuno ha ricordato le vittime. L’attenzione, come sempre quando i funzionari statali commentano i crimini di guerra, era rivolta ai criminali di guerra, non alle vittime e alle loro famiglie.
Jasmina Lazović, direttrice dell’ong Fondo per il diritto umanitario con sede a Belgrado, afferma che non è raro che alti funzionari nei Balcani commentino le sentenze dei tribunali internazionali strumentalizzandole per fini politici.
“La Serbia si sta avvicinando alle elezioni, ed è utile per la mobilitazione del sentimento nazionalista che questa sentenza sia stata emessa e che Vučić abbia avuto l’opportunità di commentarla in modo negativo”.
Lazović spiega che la sentenza stessa, seppur non definitiva, è di grande importanza per una migliore comprensione del conflitto armato in Kosovo e del ruolo svolto dall’UÇK. Nell’ottica della società kosovara, come sottolinea Lazović, soprattutto considerando che in Kosovo non c’è molto spazio per parlare dei crimini commessi dai membri dell’UÇK, la sentenza è importante per scardinare la narrazione secondo cui l’UÇK avrebbe condotto una guerra sostanzialmente giusta.
“I serbi hanno ragione ad essere insoddisfatti del verdetto, ma ciò che mi preoccupa maggiormente è il fatto che, anche per quanto riguarda i fatti accertati nel corso del processo, non ci sia spazio sufficiente per parlarne. Sono stati provati torture, abusi e detenzioni illegali di civili di nazionalità sia albanese che serba, nonché omicidi, ma il presidente [Vučić] non ha detto nulla al riguardo”.
Fred Abrahams, condirettore del Centro per la giustizia “Aryeh Neier” di Berlino, che ha seguito gli eventi in Kosovo per Human Rights Watch durante la guerra, ritiene che questa sentenza sia importante a livello globale, perché conferma il principio secondo cui le regole di guerra devono essere applicate a tutte le parti coinvolte nel conflitto.
“Sia l’aggressore che l’aggredito devono rispettare il diritto internazionale umanitario”, sottolinea Abrahams. “A prescindere dal fatto che l’obiettivo sia giusto o meno, i civili devono essere protetti. In questo senso, la sentenza supera i confini del Kosovo e dell’intera area [ex jugoslava] come conferma di un principio fondamentale il cui scopo è evitare la sofferenza dei civili in tempo di guerra”.
“Questo, naturalmente, non significa che tale principio venga applicato in modo equo. Vediamo in Ucraina, a Gaza, in Sudan e in altri luoghi quanto gravemente possa essere violato. Ma possiamo riconoscere il momento in cui questo principio viene confermato”.
Abrahams auspica che la sentenza contro Thaçi e gli altri leader dell’UÇK riporti l’attenzione sulla questione delle persone scomparse durante la guerra in Kosovo e sulla necessità di accertare la responsabilità di quando accaduto.
Altre reazioni
Aleksandar Vučić non è stato l’unico a commentare la sentenza in Serbia. Anche Ivica Dačić, ministro dell’Interno ad interim, leader del Partito socialista serbo (SPS), un tempo stretto collaboratore di Slobodan Milošević, ha rilasciato dichiarazioni esplicite, ma soprattutto incendiarie e infondate.
Dačić ha affermato che la sentenza conferma “ciò che la Serbia e il popolo serbo sostengono a gran voce da oltre un quarto di secolo, ovvero che la cosiddetta UÇK era un’organizzazione criminale e terroristica”.
“Come paese e nazione che ha fatto enormi sacrifici, non possiamo essere completamente soddisfatti del verdetto. Il fatto che il collegio giudicante abbia respinto le accuse relative ai crimini contro l’umanità è una scandalosa manovra politica e un insulto diretto a tutte le vittime innocenti”, ha dichiarato Dačić.
È intervenuto anche Petar Petković, direttore ad interim dell’Ufficio per il Kosovo e Metohija del governo serbo, il quale ritiene che la decisione del tribunale di respingere le accuse relative a crimini contro l’umanità equivalga all’assoluzione dei leader dell’UÇK dai crimini commessi contro i serbi.
Milovan Drecun, presidente della Commissione parlamentare per la difesa e gli affari interni, ha affermato che “giustizia è stata fatta solo in parte”.
“Non posso assolutamente accettare [l’idea] che non l’abbiano fatto, cioè che l’UÇK non abbia perseguitato sistematicamente la popolazione, anche perché i crimini commessi sono a tutti gli effetti persecuzioni sistematiche” ha dichiarato Drecun intervistato da Euronews.
Anche alcuni partiti di opposizione hanno reagito. Per Vladimir Pajić, membro del Movimento dei cittadini liberi (PSG), la sentenza di condanna contro i leader UÇK rischia di trasformarsi in una minaccia per la comunità serba in Kosovo. Pajić ha dichiarato che, tenendo conto delle imminenti elezioni in Serbia e dell’instabilità del governo in Kosovo, potremmo assistere a scenari pericolosi che sia Belgrado che Pristina potrebbero tentare di sfruttare politicamente.
Tra i pochi che hanno parlato delle vittime c’è il partito Fronte verde-sinistra (ZLF), che ritiene che la sentenza porti ciò che le vittime e le loro famiglie hanno atteso da quasi trent’anni: la conferma dei crimini di guerra commessi e l’accertamento delle responsabilità.
“La sentenza delle Camere specializzate è importante anche perché giunge al termine di un processo segnato da documentati atti intimidatori contro i testimoni, come sottolineato dal collegio giudicante. Purtroppo, l’atto d’accusa abbraccia solo il periodo fino al settembre 1999, pertanto numerose vittime decedute dopo la guerra non sono state prese in considerazione e le loro famiglie attendono ancora giustizia”.
Per il Fronte verde-sinistra il riconoscimento della responsabilità dei criminali di guerra non si deve limitare alle aule di tribunale, perché non ci sarà riconciliazione nell’area ex jugoslava finché “i criminali di guerra saranno presentati come eroi”.
A più di un quarto di secolo dall’ultima guerra, i Balcani appaiono ancora a molti come una polveriera. Nonostante i tribunali, sia nazionali che internazionali, abbiano emesso centinaia di verdetti e accertato numerosi fatti relativi agli eventi bellici, i crimini di guerra vengono ancora negati o minimizzati, mentre molti criminali di guerra condannati vengono glorificati come eroi. La recente commemorazione e i funerali di Ratko Mladić a Belgrado ne sono il miglior esempio.
Riflettendo sull’importanza delle decisioni dei tribunali per la riconciliazione nell’area dell’ex Jugoslavia, Jasmina Lazović del Fondo per il diritto umanitario afferma che le sentenze potrebbero rivestire un ruolo importante perché raccontano cosa è realmente accaduto.
“Il problema è che da queste parti le sentenze non vengono percepite in questo modo”, sottolinea Lazović. “Nella maggior parte dei paesi dei Balcani occidentali, la cultura della memoria si riduce alla glorificazione dei propri militari, che spesso sono criminali di guerra, e all’autovittimizzazione, ovvero alla strumentalizzazione delle vittime per promuovere una narrativa nazionalista. Non c’è ancora alcuna empatia per la sofferenza delle vittime”.
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