Settant’anni fa, il primo soccorso alpino tra Italia e Jugoslavia
Nel settembre 1956, sulle Alpi Giulie, una coppia di alpinisti austriaci rimase bloccata per due giorni lungo il confine italo-jugoslavo. Il loro salvataggio richiese l’intervento delle squadre di soccorso friulane e slovene, in uno dei primi episodi noti di cooperazione transfrontaliera in piena Guerra Fredda. Una storia in alta quota che ricorda che “la montagna è nata senza confini”

La montagna di Mangart illuminata dal sole della sera in autunno © Nina Lozej / Shutterstock
La montagna di Mangart illuminata dal sole della sera in autunno © Nina Lozej / Shutterstock
“Precipitano in una forra e vi rimangono per due giorni. Sono stati tratti in salvo da soccorritori Italiani e Jugoslavi”, così titolava mercoledì 19 settembre 1956 Il Piccolo, il giornale di Trieste.
L’articolo riportava la vicenda di due coniugi austriaci di Klagenfurt che tre giorni prima si erano dati all’ascesa della Via Gilberti Castiglioni al Monte Veunza (Vevnica) nel gruppo del Mangart, uno dei massicci più noti delle Alpi Giulie, ed erano rimasti bloccati in un punto particolarmente complesso da raggiungere. Il massiccio era attraversato dal confine di stato italo-jugoslavo e l’articolo spiegava come le squadre di soccorso provenienti dai due paesi avessero collaborato per garantire la riuscita del complesso intervento.
Se oggi la collaborazione transfrontaliera nell’ambito del soccorso alpino è ormai consolidata, l’episodio rappresentò la prima azione congiunta, nota e documentata, del dopoguerra. Nonostante la sistemazione provvisoria della questione di Trieste raggiunta con il Memorandum di Londra nel 1954 e le prime aperture del rigido regime di confine permesse dagli Accordi di Udine del 1955, erano anni difficili per i rapporti tra Italia e Jugoslavia. La montagna non faceva eccezione.

L’articolo de Il Piccolo del 1956.
L’inizio del salvataggio dal lato italiano del confine
Dal lato italiano del confine, l’azione coinvolse la squadra del Soccorso Alpino di Cave del Predil, fondata ufficialmente nella località mineraria non distante da Tarvisio nel 1954, ma attiva come gruppo di soccorso già dagli anni precedenti. Tra gli interventi in cui erano impegnati gli alpinisti della zona in quel periodo, molti erano a favore dei fuggiaschi dalla Jugoslavia, che cercavano di sottrarsi agli occhi e ai proiettili delle guardie di confine jugoslave avventurandosi tra le creste e rimanendo non di rado bloccati sulle pareti più impervie delle Alpi Giulie.
Domenica 16 settembre la chiamata arrivò in serata, raccontò in un dettagliato resoconto dell’intervento uno dei protagonisti, Arnaldo Perissutti. Molti dei componenti della squadra erano appena rientrati dalla giornata in quota e ripartirono raccogliendo di fretta la poca attrezzatura disponibile.
Tra loro c’era anche Ignazio Piussi, considerato uno dei più capaci alpinisti italiani di quel periodo. Muovendosi ormai quasi al buio riuscirono a raggiungere la coppia e, constatata la frattura alla gamba dell’uomo e le ferite alle mani della moglie, si impegnarono in un trasferimento lungo le pareti che durò fino al mattino.

Cippo di confine con vista sui Laghi di Fusine – Foto: M. Abram
L’arrivo degli alpinisti sloveni
A quel punto, spiegò Perissutti, presero la decisione di passare in Jugoslavia, a causa dell’impossibilità di portare la barella lungo le vie che scendevano verso valle. Si trattava di una mossa molto rischiosa. Piussi menzionò nel suo libro con Nereo Zeper l’esistenza di un accordo con le guardie di confine jugoslave per quanto riguardava gli interventi di soccorso alpino, ma le garanzie all’epoca erano poche.
Ore dopo, totalmente sfiniti dagli sforzi, dalla mancanza di viveri e di acqua, decisero di mandare avanti due componenti verso la valle di Planica per chiedere aiuto alle squadre locali. I soccorritori sloveni riuscirono a raggiungere la squadra italiana solo dopo un’ulteriore nottata, ma grazie al loro supporto fu possibile affrontare le ultime avversità imposte dalla montagna e portare in salvo al rifugio Tamar la coppia ferita.
Nel suo resoconto, Perissutti sottolineò che l’esito positivo fu agevolato dalla conoscenza diretta di membri delle squadre slovene. Rado Kočevar, forte alpinista della nuova generazione postbellica, partecipò all’intervento da parte jugoslava e raccontò di aver conosciuto quelli di Cave del Predil in occasione di un incontro organizzato al Passo della Moistrocca (Vršič). Si disse sorpreso dai colleghi: “Per un piccolo paese, una sezione alpinistica così grande è davvero significativa!”
L’incontro estivo tra le squadre di soccorso
La circostanza di un incontro estivo è richiamata anche nel resoconto delle attività del Planinsko Društvo Bovec (la società alpinistica di Plezzo) del 1956. La relazione spiegava che la proposta era arrivata dal lato italiano ed era stata accolta dalla Commissione del soccorso alpino della Planinska Zveza Slovenije (PZS), l’organizzazione alpinistica centrale della Slovenia. L’incontro avrebbe quindi ottenuto il benestare degli organi statali e di Partito che esercitavano il proprio controllo sulla PZS. Il CAI di Tarvisio – ovvero la Sezione Monti Lussari a cui facevano riferimento gli alpinisti di Cave del Predil – sembrò confermare i contatti segnalando a sua volta nella relazione tardo primaverile del 1956 di “primi abboccamenti con la squadra di soccorso di Bovec (Jugoslavia) allo scopo di coordinare il soccorso alpino lungo la fascia di confine”.
Nel proprio racconto, Kočevar, spiegò che solo pochi mesi prima dell’incidente aveva richiesto e ottenuto il nuovo “lasciapassare” introdotto dagli Accordi di Udine, con l’obiettivo di visitare le Giulie occidentali. Proprio domenica 16 settembre aveva raggiunto la cima del Montasio e sulla montagna si era imbattuto in alcuni alpinisti di Cave del Predil. Erano finiti attorno a un tavolo a valle, portando Kočevar a commentare: “Chi avrebbe mai pensato che ci saremmo ritrovati tutti insieme due giorni dopo, e per di più in circostanze drammatiche proprio al confine?”
Nel riportare l’episodio sul Planinski Vestnik, spiegò le difficoltà dei colleghi italiani e la scelta di passare il confine, testimoniando a sua volta le condizioni drammatiche in cui si trovavano. La fase finale dell’operazione e il rientro furono comunque rischiosi. Piussi avrebbe in seguito espresso dei dubbi sulla reale gravità dell’infortunio occorso all’alpinista austriaco, ma Kočevar chiosò la sua ricostruzione di quella giornata di settembre del 1956 presentandola come “esempio lampante di cooperazione internazionale”.

Un cartellino di soccorso trilingue diffuso nel 1980 e conservato al Gornjesavski muzej Jesenice – Slovenian Alpine Museum (GMJ–SPM), Archive Box No. 18. Foto: M. Abram
La cooperazione transfrontaliera nel soccorso alpino
Contatti e collaborazioni tra soccorritori italiani e jugoslavi si stavano sperimentando anche livello internazionale nell’ambito dell’organizzazione dell’IKAR/CISA, la Commissione internazionale di soccorso alpino. Tuttavia, l’area di confine presentava sia esigenze specifiche che complessità aggiuntive. Alcune fonti richiamano un accordo che sarebbe stato siglato nel 1957 tra il CAI e la PZS per la durata di un anno, nell’ambito del quale sembra fossero previste reciprocità e gratuità per il soccorso alpino ai due lati del confine sulle Alpi Giulie. I dettagli restano ad oggi poco chiari. I documenti non specificano se tra i beneficiari dell’accordo rientrassero tutti i soci o solo i membri delle squadre.
Inoltre, da parte slovena il soccorso alpino risultava comunque gratuito e sul lato italiano – sempre secondo quanto raccontato da Piussi – la squadra di Cave riscuoteva raramente pagamenti da coloro che non erano coperti dal CAI. Sta di fatto che nella sua riunione del 30 agosto 1958 a Lucca, il Consiglio centrale del Club Alpino Italiano deliberò il prolungamento della convenzione di un anno, sottolineando che si era “dimostrata utile” e confermando i contatti in corso.
Nel complesso, chiarire i primi passi e le modalità della cooperazione transfrontaliera nello sviluppo del soccorso alpino nel corso degli anni e decenni successivi non risulta immediato e sarà compito di future ricerche e approfondimenti. Andranno necessariamente compresi la rilevanza e il peso degli interessi economici e politici nei due paesi confinanti, ma anche i limiti, le tensioni e le difficoltà, inclusi quelli imposti dal controllo militare del confine.

Il cupolone del Mangart. Foto: M. Abram
L’importanza delle prospettive di cooperazione in questo settore sarebbe stata ribadita in occasioni importanti. Già nel 1963, ai solenni festeggiamenti per il centenario del Club Alpino Italiano che si tennero al Teatro Nuovo di Torino, il rappresentante del Planinarski Savez Jugoslavije, l’organizzazione alpinistica federale jugoslava, Petar Lučić, scelse di enfatizzare apertamente nel suo intervento proprio “i legami fra gli alpinisti dei nostri due paesi, come si manifestano in un special modo nel campo del soccorso in montagna”.
Tuttavia, al di là del noto e raccontato episodio del 1956, i progressi sul terreno furono per diverso tempo molto limitati. Le testimonianze e le ricostruzioni disponibili parlano infatti di una collaborazione operativa tra le stazioni di confine che andò effettivamente strutturandosi solo nel corso degli anni Settanta e Ottanta, favorendo incontri regolari ed esercitazioni comuni.
La montagna è nata senza confini e tale è rimasta per tutti gli alpinisti
Cirillo Floreanini
In quella fase, le crescenti necessità pratiche concorsero a incoraggiare la sperimentazione di un maggiore coordinamento. Con lo sviluppo del turismo transfrontaliero, verso la fine degli anni Sessanta il numero di escursionisti e alpinisti che varcavano il confine per andare montagna aumentò e si consolidò la cooperazione tra alcune tra le associazioni alpinistiche del Friuli-Venezia Giulia, della Slovenia e della Carinzia, sancita dall’istituzione dell’appuntamento annuale dei Convegni Alpi Giulie nel 1965.
Fu proprio in occasione dell’edizione organizzata a Gorizia nel 1969 che Cirillo Floreanini – figura storica del Soccorso Alpino italiano, membro della spedizione italiana al K2 e primo responsabile del nucleo di Cave del Predil – inviò ai partecipanti un messaggio inteso a promuovere la cooperazione e sottolineare lo slancio ideale che muoveva molti soccorritori: “La montagna è nata senza confini e tale è rimasta per tutti gli alpinisti. Così accade che i componenti del soccorso alpino delle nostre tre zone si incontrino lassù, chiamati da un grido di aiuto e sorretti dallo stesso spirito di solidarietà umana”.
Nonostante le difficoltà, la messa in discussione dei confini nell’Europa della Guerra Fredda arrivava anche dall’impegno di questi uomini e dalle asperità dell’ambiente alpino.
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