Albania: la rivoluzione dei fenicotteri e le due visioni per il futuro del paese

Non è solo la protesta contro la costruzione di un villaggio turistico in un’area protetta. La “rivoluzione dei fenicotteri” – che fa tremare il potere a Tirana – porta alla luce lo scontro tra due generazioni e due diverse visioni dello sviluppo, sullo stato e sulla governance del paese. Un commento dell’analista Çelik Rruplli

11/06/2026, Çelik Rruplli Tirana
La rivoluzione dei fenicotteri in Albania - Sul cartello a destra: "Albanesi uniti, la libertà prevarrà"- foto di Erisa Kryeziu

La rivoluzione dei fenicotteri in Albania – foto di Erisa Kryeziu

La rivoluzione dei fenicotteri in Albania - Sul cartello a destra: "Albanesi uniti, la libertà prevarrà"- foto di Erisa Kryeziu

(Originariamente pubblicato sul profilo personale dell’autore)

Oggi in Albania troviamo da un lato c’è l’élite politica, economica e mediatica della transizione, che da oltre trent’anni domina il processo decisionale pubblico. Nonostante le differenze tra i partiti, questa élite condivide lo stesso modello di sviluppo: l’edilizia come motore economico, i grandi investimenti come indicatori di progresso e la concentrazione del potere decisionale nelle mani di un numero ristretto di attori politici ed economici.

Dall’altra parte però, sta emergendo una nuova generazione che non ha vissuto la transizione come un progetto politico, ma come l’unica realtà che abbia mai conosciuto. Per questa generazione, i problemi dell’Albania non sono legati alla mancanza di cantieri, bensì al basso livello di qualità della vita, e alla mancanza di trasparenza, meritocrazia e pari opportunità. Non si limitano a chiedere il blocco del progetto edilizio a Zvërnec; bensì mettono in discussione il modello stesso che rende possibile un progetto del genere.

È proprio qui che risiede l’importanza della protesta. Non si tratta semplicemente di un dibattito su un villaggio turistico o sui confini di un’area protetta. È l’espressione più visibile di un conflitto politico, culturale e generazionale su come lo sviluppo dovrebbe essere concepito in Albania.

Il governo e alcuni degli attori presenti nel [lungo] periodo di transizione stanno cercando di ridurre questo dibattito a una questione molto più circoscritta: siete a favore o contro lo sviluppo? In questo modo, il conflitto sul modello di amministrazione viene sostituito da un dibattito artificiale sullo sviluppo, mentre le rivendicazioni più ampie dei manifestanti rimangono al di fuori dell’attenzione pubblica.

Non è la prima volta che questa strategia viene utilizzata. A titolo di esempio, possiamo citare almeno due casi:

– La protesta per il parco del lago artificiale di Tirana (del 2016) non era contro la costruzione di un’area giochi per i bambini, ma contro l’uso del cemento nel parco, in quanto ciò avrebbe normalizzato il suo impiego in futuri progetti. Tuttavia, allora il dibattito si è frammentato e la protesta è stata presentata come se fosse contro il parco giochi stesso, ovvero contro lo “sviluppo”. La comunità si è divisa. Mettere la comunità contro se stessa e legittimarne una parte con l’argomentazione che “è questo che vuole la gente” ha permesso la realizzazione del progetto. La cementificazione del parco con la costruzione di una serie di torri è seguita subito dopo.

– La protesta per la salvaguardia del Teatro Nazionale (del 2018-2020), che inizialmente mirava a preservarlo o, nel peggiore dei casi, a costruire un nuovo edificio con la stessa pianta e architettura, mantenendo intatto il territorio esistente, è stata trattata allo stesso modo. Gli oppositori sono stati etichettati come contrari allo sviluppo e la comunità si divise. Alla fine, il teatro è stato demolito, lasciando spazio a un nuovo edificio e a dei grattacieli.

Tornando agli sviluppi attuali, si assiste a tentativi da parte del governo, inizialmente anche del Partito Democratico (all’opposizione) e dei media tradizionali, di frammentare il dibattito sullo sviluppo o meno di Zvërnec, etichettando i manifestanti come contrari allo sviluppo.

No, la maggior parte di loro non è contraria allo sviluppo, al contrario. La questione che sollevano riguarda le modalità di sviluppo, e qui abbiamo due visioni completamente opposte, nella forma e nel contenuto.

L’attuale modello di governo, incarnato dalla visione del primo ministro Edi Rama, non corrisponde più alla visione della generazione che protesta, e per questo motivo essa chiede la rimozione del premier e delle stampelle politiche e mediatiche che lo sostengono.

In sintesi, la sua visione – che costituisce anche il principale programma di governo e che convoglia la maggior parte dei capitali pubblici e privati – è legata al settore delle costruzioni. Per questo motivo, il turismo, come settore economico e come giustificazione politica, si configura come il veicolo più adatto alla realizzazione di tale visione.

Il tipo di sviluppo che questo modello promuove è quello di grandi progetti, preferibilmente con capitali stranieri e marchi internazionali, in funzione del cosiddetto “turismo d’élite”, spesso a scapito di spazi pubblici, aree protette e parchi nazionali.

Nella forma, il ruolo tradizionale di un governo socialista, inteso come inclusivo e tutelante degli interessi della classe media e dei gruppi più vulnerabili, è stato sostituito da un modello escludente, che avvantaggia una ristretta cerchia di costruttori e imprenditori. Questo modello opera con scarsa trasparenza, in modo clientelare e adattando la legislazione alle esigenze di specifici progetti.

Lo stesso Primo Ministro si è occupato personalmente della facciata di questo modello, attraverso rapporti con rinomati architetti internazionali e la promozione di progetti ricchi di verde virtuale in visualizzazioni 3D, che tuttavia spesso si rivelano ben lontani dalle promesse iniziali. Basti confrontare la Green Coast [complesso turistico e residenziale sviluppato a Palasë, nella costa ionica albanese, ndr] nelle presentazioni 3D con la realtà sul campo.

Di fatto, Berisha condivide una visione di sviluppo simile. Sebbene non possieda la stessa abilità nella comunicazione pubblica di Rama, anche lui ha sostenuto grandi progetti a scapito delle aree protette, a vantaggio degli stessi attori economici.

La visione articolata dai manifestanti è completamente diversa. Nei contenuti, si oppone agli interventi massicci nelle aree protette e al favoreggiamento dell’edilizia intensiva. Per questa generazione, un’area protetta deve rimanere tale, a prescindere dal fatto che la proprietà sia privata o pubblica. Non si tratta di un loro analfabetismo funzionale, come spesso si afferma, ma di un diverso sistema di valori e priorità.

I manifestanti esprimono insoddisfazione per il modo in cui lo spazio pubblico è stato alienato dalla costruzione illimitata di grattacieli a Tirana e sulla costa. Non vogliono che la loro città diventi un cantiere permanente, ma chiedono qualità della vita, accessibilità e reali opportunità per costruirsi una vita, in un luogo dove acquistare un appartamento non sembri un’utopia.

Invece di uno sviluppo esclusivamente verticale, chiedono investimenti nella qualità orizzontale della vita urbana: più spazi pubblici, più verde reale e non foreste orbitali in versione virtuale [progetto di riforestazione urbana di Tirana progettato da Stefano Boeri e mai realizzato, ndr]; un sistema funzionale di gestione dei rifiuti e delle acque reflue; trasporti pubblici moderni ed efficienti; e accesso garantito all’acqua potabile, come diritto fondamentale e non come promessa elettorale ripetuta per 35 anni.

Nella forma, la loro visione è quella di uno stato trasparente, che non espelle le comunità locali dalle loro terre, ma garantisce il diritto di proprietà e la libertà di decidere autonomamente su di essa. Auspicano uno stato al servizio di tutti e non uno stato privato al servizio di un ristretto gruppo di beneficiari.

Questo è il contrasto più grande che la protesta ha messo in luce: due mondi, due visioni e due modi diversi di intendere lo Stato, lo sviluppo e la proprietà pubblica.

Ma anche in questo caso abbiamo due visioni distinte su come procedere:

– I manifestanti, perlopiù appartenenti alla generazione Z, considerano il problema di natura sistemica e non si fidano più dei vecchi attori politici che incarnano lo status quo. Chiedono la loro rimozione, pari opportunità e un nuovo modello di governo.

– L’élite di transizione, pur colpita da questo movimento, cerca di limitare il dibattito al solo progetto Zvërnec, ignorando i problemi sistemici dello Stato: la mancanza di concorrenza, meritocrazia, giustizia e trasparenza, nonché il diffuso clientelismo.

È evidente che il modello attuale, che ha escluso gran parte della società dal processo decisionale, non può eludere questo dibattito ancora a lungo.

Nonostante i tentativi di aggirarlo o distorcerlo, con l’aiuto di una parte dei media formatasi durante gli anni di transizione, le rivendicazioni che vengono espresse oggi sono di natura ben più profonda di una semplice opposizione a un singolo progetto.

I giovani di oggi si percepiscono come cittadini europei per valori e prospettive. E cercano questa identità ora, nella sfera pubblica, riallacciando i rapporti con i loro parenti che hanno ritrovato questi valori nella diaspora.