Montenegro, i fantasmi del passato

Il 21 maggio 2026, il Montenegro celebra il ventesimo anniversario dell’indipendenza. Attraverso la serie “Venti d’indipendenza”, OBCT cerca di tracciare la traiettoria di Podgorica dal suo passato recente al prossimo futuro, cercando di decifrare un presente ancora pieno di contraddizioni. Questo secondo episodio si concentra sulla giustizia di transizione e su questioni del passato ancora non risolte

 

20/05/2026, Francesco Bortoletto Podgorica
Francobollo Jugoslavia 1983 © ilapinto/Shutterstock

Francobollo Jugoslavia 1983

Francobollo Jugoslavia 1983 © ilapinto/Shutterstock

Come (quasi) tutti gli ex membri della Repubblica socialista federale di Jugoslavia (SFRJ), nel 1991 anche il Montenegro viene risucchiato nella violenta disgregazione dell’esperimento unitario titino. A differenza degli altri, rimane però al fianco della Serbia di Slobodan Milošević, il grande burattinaio al quale la dirigenza post-comunista di Titograd (oggi Podgorica) deve la propria ascesa al potere (vedi il primo episodio).

Mentre il coinvolgimento nei conflitti con le altre repubbliche secessioniste rimane limitato, oltre 7.000 soldati montenegrini – inquadrati nell’esercito federale jugoslavo (JNA) – vengono impegnati sul fronte croato, nei settori di Dubrovnik e Konavle (nell’estremità meridionale della Dalmazia), tra il settembre 1991 e l’ottobre 1992. La martellante propaganda bellicista serbo-montenegrina mobilita l’opinione pubblica strumentalizzando le atrocità commesse nella Seconda guerra mondiale dal regime degli Ustaša, ultranazionalisti croati alleati degli occupanti nazifascisti. L’assedio di Dubrovnik, la “perla dell’Adriatico”, dura dall’ottobre 1991 al maggio 1992. Fino ad agosto è attivo in Montenegro il campo di prigionia di Morinj (sulla baia di Kotor), dove vengono internati circa 300 prigionieri di guerra croati, militari e civili.

Le scuse ufficiali di Podgorica per l’attacco arrivano nel giugno 2000, mentre nell’ottobre 2022 viene deposta una targa commemorativa a Morinj, il cui testo desta controversie perché scarica le responsabilità dell’aggressione sulla Serbia, minimizzando il ruolo del Montenegro. Al di là dei (pochi) gesti simbolici, tuttavia, quest’ultimo non sembra aver fatto davvero i conti col proprio passato.

Il difficile cammino della giustizia transizionale

In Montenegro si sono celebrati otto processi relativi alle guerre degli anni Novanta, spiega a OBCT Bojana Malović, coordinatrice del programma di giustizia transizionale dell’associazione Human Rights Action (HRA). Di questi, solo uno riguarda la campagna di Dubrovnik e ha portato, nell’aprile 2014, a quattro condanne definitive contro altrettante ex guardie di Morinj per il trattamento inumano e degradante dei detenuti (due dei quali sono morti durante la detenzione, ufficialmente per suicidio). “Ma si tratta di incriminazioni individuali, peraltro di lieve entità, contro militari di basso rango”, precisa Malović, sottolineando che “non è mai stata riconosciuta la natura sistemica delle torture, né la responsabilità comune della catena di comando”.

Secondo l’ong, numerose criticità nei procedimenti condotti tra il 2009 e il 2015 sui crimini di guerra – l’approccio “passivo” delle corti, le incongruenze nelle sentenze, l’inadeguata applicazione delle norme internazionali – tradiscono la connivenza delle procure col potere politico. Dal 1990 il governo era in mano al Partito democratico dei socialisti (DPS), fautore di una narrazione autoassolutoria che rifiutava l’addebito al Montenegro di alcuna responsabilità criminale.

Nel febbraio 2025 la procura statale speciale ha riaperto quattro casi sui crimini di guerra, incluso quello di Morinj, per esaminare nuove prove dal Meccanismo residuale del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), con sede all’Aja. Dal giugno 2024 è in corso un’altra indagine per presunte torture sui civili commesse nel 1991-1992 nel Konavle da Milivoje Katnić, all’epoca membro della JNA e dal 2015 al 2022 capo procuratore speciale montenegrino.

In un contesto come quello post-jugoslavo, la giustizia transizionale non può evidentemente fermarsi ai confini nazionali. Eppure, registra Malović, “nell’ultimo decennio Zagabria ha ridotto drasticamente la cooperazione giudiziaria con tutti i Paesi della regione ed è molto difficile ottenere qualunque tipo di informazione”. Su Dubrovnik, prosegue la consulente legale, “c’è un caso aperto in Croazia dal 2009 contro militari serbi e montenegrini, ma le richieste di trasferimento del procedimento avanzate dalla nostra procura sono state ripetutamente respinte”.

Per inciso, lo stesso caso di Morinj celebrato in Montenegro era stato trasferito dalla Croazia. Attualmente, quest’ultima esige da Podgorica nuove compensazioni alle famiglie dei detenuti per 17 milioni di euro (in aggiunta agli oltre 1,4 milioni già ottenuti), su basi legali che Malović definisce “quantomeno discutibili”.

Un altro caso emblematico riguarda i crimini perpetrati dall’esercito croato nel campo di prigionia di Lora, attivo tra il 1992 e il 1997 a Spalato. Dopo due sentenze definitive, un terzo filone di indagini si concentra sulle torture subite da 14 riservisti montenegrini nel 1992. Il caso “Lora 3” è aperto dal 2007, ma si è rimesso in moto solo a fine 2024, anche grazie all’impulso di HRA. L’accordo bilaterale per la cooperazione sui crimini di guerra (2006) si applica esclusivamente alle azioni compiute da montenegrini contro croati su territorio croato, rimarca Malović, escludendo dunque Lora dalla giurisdizione di Podgorica.

L’ombra lunga del revisionismo storico

Ma la riconciliazione post-bellica non passa solo dalle aule di tribunale. A mostrare plasticamente come le ferite degli anni Novanta – e addirittura della Seconda guerra mondiale – non siano ancora rimarginate è una nuova ondata di revisionismo e manipolazioni storiche che dilaga nell’intera regione, travolgendo le distinzioni tra crimini, responsabilità, carnefici e vittime.

In Montenegro, questo fenomeno è diventato più visibile con la fine dell’era del DPS, nel 2020. Da allora, la centralità assunta dagli attori politici allineati al presidente serbo Aleksandar Vučić e alla Chiesa ortodossa serba ha dato nuova linfa ad una rilettura distorta della storia nazionale, in un Paese dove un terzo della popolazione si identifica come etnicamente serbo [dati censimento 2023]. Da un lato vengono esaltate le (presunte) radici serbe dell’identità montenegrina, dall’altro vengono sminuiti i crimini commessi dall’asse Belgrado-Podgorica contro albanesi, kosovari, bosgnacchi e croati.

Il sentimento anti-croato è tornato in auge (inclusa la retorica che addossa a Zagabria la “colpa” del collasso jugoslavo), tanto da far sostenere a Malović che “sta emergendo tutto quello che il DPS aveva nascosto sotto il tappeto per anni” per non provocare eccessivamente il vicino, soprattutto dopo l’ingresso di quest’ultimo in UE. E che ora, invece, viene brandito come arma politica in un clima sociale sempre più polarizzato lungo queste fratture identitarie.

A Berane c’è tutta una saga intorno ad una statua eretta per commemorare come “eroe nazionale” Pavle Đurišić, famigerato comandante dei Cetnici (milizie di lealisti della corona serba operative nella prima metà del Novecento), caratterizzandolo addirittura come una “vittima” e un “antifascista”, laddove tali formazioni si allearono invece ai nazifascisti in funzione anti-partigiana. Lo stesso presidente della Skupština (il Parlamento monocamerale montenegrino), Andrija Mandić, rivendica il titolo di “duca cetnico” (četničkih vojvoda).

Da nord a sud, diversi sindaci filo-serbi sventolano il tricolore di Belgrado, mettono in dubbio il genocidio di Srebrenica, rifiutano di riconoscere il Kosovo, intitolano strade e piscine agli assalitori di Dubrovnik e alle guardie di Morinj, mentre vengono candidamente negate le verità processuali.

Non va meglio in Croazia. Negli ultimi anni la relativizzazione – o addirittura la glorificazione – dei crimini perpetrati dai collaborazionisti Ustaša è stata ampiamente sdoganata, anche tra i giovani. L’inclusione dell’estrema destra nell’area di governo, due anni fa, ha sancito la normalizzazione definitiva da parte del mainstream politico del revisionismo nostalgico.

A Spalato, dal 2016 una scultura celebra il 72esimo battaglione della polizia militare, quello che gestiva Lora. L’estate scorsa una serie di aggressioni contro la minoranza serba ha riportato prepotentemente sotto i riflettori le tensioni inter-etniche che si credevano sopite, innescando un’ampia mobilitazione della società civile.

Recentemente, è tornato al centro delle polemiche anche il campo di concentramento di Jasenovac, gestito dagli Ustaša nel 1941-1945, uno dei temi più ferocemente politicizzati nella regione. In un macabro braccio di ferro, il numero delle vittime viene manipolato in direzioni opposte sin dagli anni Ottanta. Nel giugno 2024, le forze filo-serbe montenegrine hanno fatto adottare alla Skupština una risoluzione sul “genocidio” di Jasenovac, per “bilanciare” (sic) la risoluzione ONU sul genocidio di Srebrenica del 1995, approvata il mese precedente.

Nel fuoco incrociato degli opposti nazionalismi (e revisionismi) è finito così anche il percorso europeo del Montenegro. A dicembre 2024, in reazione a quanto sopra, Zagabria ha impedito la chiusura del capitolo 31 nei negoziati di adesione di Podgorica (Politica estera e di sicurezza) adducendo come motivazione una serie di “questioni bilaterali” da risolvere. Parrebbe prossimo un disgelo, ma il condizionale è d’obbligo. In questo martoriato pezzo d’Europa, il presente deve ancora guardarsi le spalle dai fantasmi del passato.