Il grande saccheggio dei musei ucraini
Dal 2014 le forze russe hanno saccheggiato centinaia di musei e gallerie nei territori occupati in Ucraina rubando almeno 1,7 milioni di opere d’arte. Gli esperti parlano di una campagna criminale sistematica contro il patrimonio artistico e culturale ucraino

Cornice senza dipinto
Cornice senza dipinto © vvoe/Shutterstock
La prima cosa che i dipendenti hanno notato al loro ritorno nel Museo d’arte di Kherson nel novembre 2022 è stata la vacuità. Le scritte che identificavano le opere esposte erano ancora attaccate alle pareti, ma i dipinti erano spariti. Casse di legno aperte, alcune ancora contrassegnate da numeri di inventario, giacevano al centro dei magazzini dove i soldati e i funzionari delle forze di occupazione russe avevano trascorso diversi giorni prima di ritirarsi oltre il fiume Dnipro.
Quando mi sono recata a Kherson mesi dopo la liberazione della città, i dipendenti del museo hanno descritto la rimozione della collezione non come un caotico furto di guerra compiuto da soldati indisciplinati, ma come un’operazione logistica coordinata che aveva coinvolto numerosi curatori, funzionari dell’occupazione, camion e inventari dettagliati.
“Sapevano esattamente cosa stavano portando via e dove queste opere erano custodite”, mi ha detto Alina Dotsenko, direttrice del museo, mentre attraversavamo un deposito che un tempo conteneva migliaia di dipinti e reperti storici provenienti dall’Ucraina meridionale.
Tra il 31 ottobre e il 4 novembre 2022, esattamente una settimana prima del ritorno delle forze ucraine a Kherson, circa undicimila opere sono state sottratte dalla collezione del museo. Tra queste, dipinti di Ivan Aivazovsky, Mykola Pymonenko, Viktor Zaretsky e di altri artisti ucraini ed europei risalenti al periodo compreso tra il XVII e il XX secolo.
Pochi giorni dopo il saccheggio, i dipendenti del museo e gli abitanti del posto sono riusciti a rintracciare alcune delle opere rubate nella Crimea occupata.
“Il furto non è stato caotico e spontaneo, ma ben organizzato”, ha precisato Alina Dotsenko. Stando alle sue parole, a supervisionare l’intera operazione è stato Andriy Malgin, direttore del Museo Centrale di Taurida a Simferopol, nella Crimea occupata.
“I residenti di Kherson hanno filmato le auto che giravano intorno al museo mentre i quadri venivano portati via”, ha spiegato la direttrice del museo. “Qualche giorno dopo, alcuni abitanti di Simferopol hanno segnalato di aver visto grandi camion senza targa scaricare opere d’arte vicino al museo di storia locale”.
Per il personale del museo, il saccheggio non si è concluso con la ritirata dei russi dalla città. Dopo la liberazione di Kherson, l’edificio del museo è stato ripetutamente oggetto di bombardamenti e attacchi missilistici russi, rendendone impossibile la riapertura al pubblico. Gran parte del lavoro dell’istituzione si svolge ora a porte chiuse, dove ricercatori e curatori trascorrono le giornate a ricostruire gli inventari e a rintracciare le opere d’arte rubate che continuano a riemergere in musei, mostre e collezioni online russe.
I dipendenti monitorano i database culturali russi, i post sui social media, i cataloghi dei musei regionali e le fotografie delle mostre, confrontandoli poi con la documentazione custodita negli archivi di Kherson nel tentativo di stabilire l’ubicazione delle singole opere rimosse durante l’occupazione. Alcuni dei dipinti rubati a Kherson sono stati rintracciati nei musei della Crimea occupata.
Il furto della collezione di Kherson è uno degli esempi più lampanti di quella che esperti legali, storici e operatori culturali ucraini descrivono come una campagna sistematica contro il patrimonio culturale ucraino nei territori occupati. Questa campagna va ben oltre i singoli episodi di saccheggio in tempo di guerra e assomiglia sempre più ad uno sforzo organizzato per integrare i beni culturali ucraini nelle narrazioni istituzionali e storiche russe.
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022, i funzionari ucraini e le organizzazioni internazionali hanno documentato danni a centinaia di musei, chiese, biblioteche, teatri, monumenti e siti archeologici. Nei territori occupati dal 2014, in particolare in Crimea, il processo comprende un arco di tempo molto più lungo, comportando non solo la distruzione, ma anche la graduale integrazione del patrimonio culturale ucraino nelle strutture istituzionali russe.
È difficile stabilire con precisione l’entità del fenomeno, poiché molti territori occupati rimangono inaccessibili. Le autorità ucraine stimano che almeno 1,7 milioni di beni culturali siano stati rubati e vengano commercializzati sul mercato nero.
I numeri del saccheggio
A Kyiv, da mesi ormai diversi team di avvocati, ricercatori museali, archivisti ed esperti di beni culturali stanno ricostruendo inventari che in alcuni casi non esistono più fisicamente. I loro lavoro assomiglia spesso più ad un’indagine contabile forense che alla tradizionale catalogazione museale.
“Quando si parla di crimini contro il patrimonio culturale, spesso si pensa a furti isolati o a distruzioni accidentali durante i bombardamenti”, afferma Daryna Pidhorna, avvocata del Centro regionale per i diritti umani. “Tuttavia, da quello che stiamo documentando emerge un sistema molto più ampio che include scavi illegali, il trasferimento di collezioni museali, l’integrazione delle istituzioni ucraine nelle strutture amministrative russe e la commercializzazione di beni culturali rubati”.
Pidhorna ha trascorso anni a documentare i reati contro il patrimonio culturale in Crimea, occupata dalla Russia nel 2014. Secondo lei, tra il 2014 e il 2023 le autorità russe hanno rilasciato almeno 1.355 permessi per scavi archeologici in 175 siti in tutta la Crimea, nonostante il diritto internazionale proibisca tali attività nei territori occupati.

Le fortificazioni che distruggono il patrimonio naturale e culturale della Crimea
“Dietro ad ognuno di questi permessi si cela un crimine che comporta la distruzione o il furto del patrimonio culturale ucraino”, afferma Pidhorna.
L’avvocata cita gli scavi condotti a Chersoneso Taurica, l’antica città greca vicino a Sebastopoli, dove, secondo quanto riferito, sarebbero stati rinvenuti oltre due milioni di reperti solo durante la campagna archeologica del 2022. Secondo i ricercatori ucraini, circa duecentomila di questi reperti sarebbero stati successivamente trasferiti in territorio russo.
Le autorità russe hanno incorporato migliaia di siti del patrimonio ucraino nei registri culturali ufficiali russi, riclassificando di fatto i beni statali ucraini come beni federali o regionali russi.
Daryna Pidhorna spiega che la Russia si è appropriata di almeno 12.612 monumenti del patrimonio culturale nella Crimea occupata, insieme ai beni e alle collezioni di 773 biblioteche, 26 musei e cinque riserve storico-culturali contenenti oltre 1,2 milioni di oggetti museali.
“Alcuni di questi oggetti sono già stati inclusi nel registro federale russo del patrimonio culturale”, afferma l’avvocata. “Così si crea la parvenza di legalità, al tempo stesso violando il diritto internazionale nei territori occupati”.
Secondo le convenzioni dell’UNESCO e la Convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, le forze occupanti non si possono appropriare di beni culturali provenienti dai territori occupati.
Per gli investigatori ucraini, tuttavia, la sfida non è solo dimostrare le violazioni del diritto internazionale, ma anche identificare i singoli responsabili.
“La responsabilità non ricade solo sullo stato russo”, sottolinea Pidhorna. “Ricade anche sulle persone direttamente coinvolte nel trasferimento dei beni culturali, nell’autorizzazione degli scavi, nell’organizzazione delle mostre, nella facilitazione delle vendite e nell’individuazione degli oggetti da rimuovere. Parliamo quindi anche di ricercatori, funzionari museali, organizzatori di aste e istituzioni culturali che partecipano al processo”.

Il saccheggio e l’appropriazione sistematici del patrimonio culturale nella Crimea occupata dal 2014
Musei occupati
A Kherson, i dipendenti dei musei descrivono l’occupazione delle istituzioni culturali come un processo che si è svolto in diverse fasi. Inizialmente, i soldati russi sembravano interessati principalmente al controllo amministrativo degli edifici. In seguito, sono arrivate le ispezioni, le richieste di inventari e di cooperazione. Nell’autunno del 2022, con l’avanzata delle forze ucraine verso la città, i funzionari nominati dai russi – come spiegano gli operatori museali – hanno iniziato a preparare attivamente le collezioni per la rimozione.
Alcuni dipendenti hanno tentato di nascondere gli oggetti più piccoli o di spostare i documenti prima dell’inizio della ritirata. Il Museo d’arte regionale di Kherson non è stata l’unica istituzione colpita.
A Melitopol, i dipendenti del museo hanno segnalato pressioni da parte delle autorità russe per ottenere l’accesso alle collezioni di oro scita. A Mariupol, i funzionari locali hanno successivamente dichiarato che oltre duemila oggetti museali erano scomparsi durante e dopo l’assedio della città. A Nova Kakhovka e in altre città occupate nell’Ucraina meridionale, le collezioni museali sarebbero state trasferite verso la parte interna nel territorio occupato durante la ritirata russa dalla regione di Kherson.
Nella Crimea occupata, anche lo sviluppo infrastrutturale è diventato fonte di distruzione. Daryna Pidhorna cita la costruzione dell’autostrada Tavrida, un grande progetto infrastrutturale russo che attraversa la Crimea occupata, durante il quale sono stati ufficialmente demoliti più di novanta siti storici.
“Alcuni siti del patrimonio culturale sono scomparsi a causa di progetti infrastrutturali russi, mentre altri sono stati danneggiati durante i cosiddetti lavori di restauro condotti senza standard adeguati né supervisione”, spiega l’avvocata.
Aspetti legali
La ricerca delle opere culturali ucraine scomparse si è progressivamente spostata dagli archivi museali alle reti internazionali delle forze dell’ordine. Nel febbraio 2026, l’Ucraina ha ottenuto l’accesso diretto al database globale dell’INTERPOL sulle opere d’arte rubate, consentendo agli investigatori di registrare autonomamente gli oggetti culturali rimossi dai territori occupati. I dati sulle opere rubate vengono poi condivisi con le agenzie doganali tramite la piattaforma ARCHEO dell’Organizzazione mondiale delle dogane, al fine di contrastare il traffico illecito di beni culturali.
Gli esperti spiegano che l’azione si sta ora spostando dalla documentazione al coordinamento a livello internazionale. Anton Chubenko, giurista ucraino ed esperto di diritto dei beni culturali, afferma che la portata del problema riflette un sistema deliberato e strutturato piuttosto che episodi isolati.
“Il recupero deve diventare un imperativo e lo stato e la società civile devono unire i loro sforzi frammentati”, afferma Chubenko, sottolineando la necessità di un coordinamento istituzionale.
“Tuttavia, il quadro giuridico in materia di restituzione dei beni trafugati rimane incompleto”, denuncia l’esperto. “Non esiste un unico meccanismo universale per il recupero del patrimonio culturale rubato”.
Secondo Chubenko, gli strumenti creati dopo la Seconda guerra mondiale, come la Convenzione UNESCO del 1970 e la Convenzione UNIDROIT del 1995, “hanno stabilito principi chiave per la restituzione, il risarcimento e le richieste di risarcimento entro termini prestabiliti”. L’esperto cita anche alcuni precedenti storici, tra cui le commissioni bilaterali tra Polonia e Germania, dove “una cooperazione giuridica strutturata può facilitare il recupero”.
Laddove la restituzione volontaria fallisce, si cerca di accertare la responsabilità legale attraverso centinaia di procedimenti penali e la raccolta di prove a supporto di futuri tribunali internazionali e richieste di risarcimento, parallelamente agli sforzi continui di musei, attivisti e forze dell’ordine per documentare i danni e monitorare le vendite illecite, anche sui siti di aste online.
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