Barbara Matejčić, battersi per un giornalismo etico e impegnato
Dove sono i confini della professione giornalistica, soprattutto in tempo di guerra? Se abbiamo prove di un crimine di guerra, le modalità con cui ne siamo entrati in possesso contano? Intervista con Barbara Matejčić, vincitrice dell’ultima edizione del premio NUNS per il giornalismo investigativo e dello European Press Prize 2026 per il giornalismo d’eccellenza

Barbara Matejčić
Barbara Matejčić - foto © Maja Bota
Barbara Matejčić, giornalista freelance croata, è la vincitrice di quest’anno del principale premio per il giornalismo investigativo, assegnato dall’Associazione indipendente dei giornalisti della Serbia (NUNS) e intitolato al giornalista serbo Dejan Anastasijević, scomparso nel 2019, e vincitrice dello European Press Prize 2026 per il giornalismo d’eccellenza.
Matejčić ha ricevuto il premio per la sua inchiesta giornalistica “Uccidere per una fotografia: cosa si cela dietro all’unica immagine di morte nella guerra in Jugoslavia”, originariamente pubblicata dal Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) e dal settimanale Novosti.
L’inchiesta è il risultato di anni di ricerca sulle circostanze in cui sono state realizzate le uniche fotografie professionali di uccisioni durante le guerre jugoslave.
Matejčić ha indagato sul caso dell’omicidio di due civili bosgnacchi a Brčko nel 1992, commesso da Goran Jelisić, successivamente condannato dal Tribunale dell’Aja. La sua ricerca si è concentrata su due fotografi di Belgrado che avevano documentato ogni istante del crimine.
I risultati della ricerca sollevano dubbi sul ruolo dei fotografi come meri testimoni passivi dell’evento, portando a pensare che le uccisioni fossero state concordate in anticipo o addirittura incoraggiate al fine di realizzare fotografie di guerra esclusive. L’inchiesta fa sorgere seri interrogativi sui confini etici della fotografia di guerra.
Alla vigilia dell’assegnazione del premio a Barbara Matejčić, la NUNS e l’Associazione dei giornalisti della Bosnia Erzegovina (BH novinari) hanno inviato una lettera ufficiale alla World Press Photo Foundation chiedendo la revoca del premio World Press Photo Spot News, che era stato assegnato nel 1993 ad uno dei due fotoreporter, Bojan Stojanović, per la fotografia dell’omicidio a Brčko.
Oltre al reportage di Barbara Matejčić, la giuria NUNS ha premiato quest’anno altri due reportage investigativi. Nella categoria “Giornalismo di interesse pubblico”, il premio è andato al reportage “Generalštab: Il crollo dello stato” di Jelena Kikić e Radmilo Marković, pubblicato da BIRN.
Nella categoria delle inchieste giornalistiche realizzate dai media locali, il premio è stato assegnato alla serie “La situazione degli albanesi in Serbia” di Nikola Stevanović, Ivana Jovanović e Dejan Cvetković, pubblicata dal portale Bujanovačke.
Un riconoscimento è stato conferito anche alla storia che ha ricevuto il maggior numero di voti dal pubblico tramite la votazione online. Si tratta del reportage “Comparse ‘con una missione’: i giornalisti di N1 ad un comizio dell’SNS – dal reclutamento al pagamento delle diarie” di Sara Sekulić e Miloš Zekić, trasmesso da TV N1.
Circa settanta storie pubblicate in Serbia nel 2025 su testate (cartacee e online) ed emittenti televisive hanno concorso alla ventunesima edizione del premio NUNS per il giornalismo investigativo. Un numero record di inchieste che hanno portato alla luce casi di illeciti e violazioni commesse da individui e istituzioni a tutti i livelli di governo, comprese attività criminali di proporzioni sconcertanti.
Tra i numerosi reportage di giornalisti e redazioni in concorso, alcuni dei quali sono stati costantemente oggetto di attacchi diretti da parte delle autorità per il loro lavoro investigativo, la giuria ha deciso all’unanimità che il reportage di Barbara Matejčić meritava il primo premio.
L’articolo in questione ha vinto anche lo European Press Prize 2026 nella categoria “Giornalismo d’eccellenza”.
Abbiamo incontrato Barbara Matejčić per parlare del suo lavoro sulla storia premiata, dei dilemmi etici e dei vari ostacoli che i giornalisti investigativi si trovano ad affrontare, della cooperazione giornalistica transnazionale e altro ancora.
Perché hai deciso di affrontare il tema che è al centro della storia premiata?
In parte perché si tratta di un episodio su cui non è mai stata fatta chiarezza, è rimasto un mistero di cui si vocifera, ma soprattutto perché questa storia solleva importanti interrogativi sulla mia professione. Dove sono i confini della professione giornalistica, specialmente in tempo di guerra? Ai giornalisti è consentito indossare un’uniforme? Cosa è lecito fare per ottenere una “grande notizia”? Se abbiamo prove di un crimine di guerra, le modalità con cui ne siamo entrati in possesso contano?
Durante la realizzazione di questa storia mi sono posta una serie di domande, riflettendo anche sulla vicinanza sconcertante della macchina fotografica in queste immagini. Tale vicinanza suggerisce chiaramente che l’assassino era consapevole di essere fotografato, nonostante il fotografo Bojan Stojanović, vincitore del World Press Photo per una delle foto di questa serie, in seguito abbia affermato che l’assassino non si era nemmeno accorto della loro presenza e che si erano imbattuti per caso in lui per strada. Stojanović era in compagnia del suo collega fotografo e amico Srđan Petrović al momento del crimine.
Guardando quelle fotografie, ho pensato che la macchina fotografica, posizionata così vicino, non fosse solo una testimone passiva di quanto stava accadendo, ma che la sua stessa presenza avesse influenzato le dinamiche dell’evento. Ho notato anche un altro aspetto inquietante in quelle immagini, ossia quell’istante in cui la violenza si trasforma in spettacolo.
Quanto tempo hai dedicato al reportage e come hai lavorato? Qual è stato il problema più grande o la sfida più complessa da superare durante la ricerca?
Ho lavorato per circa tre anni. Ho individuato le fonti di cui avevo bisogno e mi sono messa al lavoro. Col tempo, le fonti si sono moltiplicate e ho parlato con molte persone sparse in diversi continenti, nel testo stesso ne elenco una trentina.
Bisognava trovare queste persone, e mi ci è voluto molto tempo per farlo. Tuttavia, la sfida più difficile, quella che ha richiesto più tempo, è stata trovare Goran Jelisić, l’assassino ripreso dai fotografi. Dopo la sentenza del Tribunale dell’Aja, Jelisić ha scontato la sua pena in Italia, ma le informazioni sul carcere non sono mai state rese pubbliche.
Dopo aver scoperto dove si trovava, ho chiesto il permesso di fargli visita, ma mi è stato ripetutamente negato da diverse istituzioni, l’ultima volta dal ministero della Giustizia italiano, con la spiegazione che non era opportuno che Jelisić avesse alcun contatto con qualcuno interessato al suo passato.
Allo stesso tempo, gli mandavo lettere in prigione. Fortunatamente per me, alla fine del 2022, dopo molti anni in Italia, è stato trasferito all’Aja in attesa che un paese lo accogliesse per continuare a scontare la pena. Dopo l’arrivo all’Aja, ha cercato persino di contattarmi, ma non potevo fargli visita nemmeno lì. Siamo però riusciti finalmente a parlare più a lungo dopo il suo trasferimento in un carcere in Belgio.
Tutto ciò ha richiesto molto tempo. Anche per mettermi in contatto con il fotografo ci è voluto parecchio tempo. Aveva lasciato Belgrado nel 1993, vivendo a lungo nei Paesi Bassi, per poi trasferirsi. Diverse persone mi avevano detto di aver sentito che era morto. Per fortuna, non credo alle storie finché non le verifico personalmente. È stata una sfida anche mettere insieme tutti i pezzi, cioè scrivere un testo partendo dalla mole di materiale che avevo a disposizione, in modo che non annoiasse il lettore. Mi piacciono però le sfide come questa.
Da quanto tempo lavori come giornalista freelance e quali sono le tue esperienze in questo campo?
Lavoro come freelance da diciassette anni. Ho vissuto diverse esperienze, da quelle fantastiche, soprattutto grazie alle persone e alle belle e preziose collaborazioni, a quelle di totale sfruttamento, principalmente a causa di testate giornalistiche che offrono compensi irrisori o vogliono ottenere testi gratis.
Da anni ormai scrivo meno di quanto vorrei, perché i media in Croazia, come anche in Italia, pagano pochissimo. La mia impressione è che la posizione del freelance non sia rispettata, nel senso che non si tiene conto del fatto che per i giornalisti freelance i compensi ricevuti per il loro lavoro giornalistico costituiscono la principale fonte di reddito, è di quello che vivono.
I lavoratori dipendenti vengono presi in considerazione quando scioperano e chiedono salari più alti, come accaduto di recente in Croazia per i docenti universitari, e io appoggio le loro richieste. Tuttavia, un’università pubblica mi ha offerto poco più di trecento euro per insegnare giornalismo investigativo per un intero semestre. Un compenso quasi pari a quelli per lavori occasionali svolti da studenti e certamente inferiore a quello di un addetto alle pulizie, ed è incomparabilmente più basso di quanto guadagnano i docenti a tempo indeterminato nella stessa università per lo stesso lavoro. Potrei continuare a elencare le disuguaglianze.
Tuttavia, quello che conta per me è la libertà, il fatto di non dover fare cose che non voglio fare e in cui non credo, anche se per chi vive in una società capitalista la libertà è sempre un concetto relativo. Sono comunque disposta a pagare un prezzo elevato per questa libertà.
Da quanto tempo collabori con BIRN? Quale lavoro giornalistico realizzato nell’ambito di questa collaborazione ti è rimasto particolarmente impresso e perché?
Collaboro con BIRN a intermittenza da quando ho partecipato al loro Programma di eccellenza giornalistica nel 2009. Non penso tanto al passato quanto a quello che sto facendo (attualmente per BIRN sto lavorando ad un articolo sulla morte) o che vorrei fare (e vorrei continuare a occuparmi di morte). Tuttavia, tre anni fa ho trovato interessante spulciare gli archivi giudiziari alla ricerca di potenziali autori di crimini di guerra nella Slavonia orientale. L’obiettivo era trovare quelli che non sono mai stati processati.
Lavorando a questo caso, ho trovato indizi importanti su alcune persone, ho scoperto dove vivevano e le ho contattate telefonicamente per chiedere loro cosa stessero facendo prima del 1991 e del 1992 a Erdut. Nello specifico, cosa stessero facendo quando erano state viste per l’ultima volta con le persone che in seguito sono state trovate morte. Un uomo che ho rintracciato a Novi Sad, Milenko Dafinić, ha finto di essere qualcun altro. Ho dovuto dimostrargli che conoscevo la sua vera identità. Avevo la sensazione di parlare con un bambino colto in bugia. Solo che quel “bambino” era ripugnante, pericoloso e impunito.
Con quali altre testate collabori e su quali argomenti?
Collaboro con diverse realtà, concentrandomi su temi che in senso lato riguardano i diritti umani e il contesto sociale in cui viviamo. Negli ultimi mesi, i miei articoli sono stati pubblicati sulla rivista olandese De Groene Amsterdammer, sulla testata americana New Lines, sulla rivista spagnola 5W e sulla rivista slovacca Dennik N. A Bratislava ho anche tenuto un workshop per studenti di giornalismo e giovani giornalisti.
Attualmente sto lavorando ad una serie di video reportage sui lavoratori migranti per la Fondazione Friedrich Ebert, con la quale collaboro spesso e volentieri. Mi piace anche collaborare con il settore non governativo e con diverse organizzazioni che si impegnano per migliorare il nostro mondo in crisi. Lì si incontrano sempre persone intelligenti e consapevoli con cui è un piacere lavorare.
Da dieci anni ormai realizzo anche documentari radiofonici per il terzo programma della radio pubblica croata. Quest’estate mi dedicherò ad un documentario sul bracconaggio marino, dopo aver realizzato il primo, “Cicatrici dell’Adriatico”, sull’inquinamento sottomarino, che si può trovare online nella Sala d’Ascolto della Radio croata, e il documentario “Il guardiano del lager”, che è stato molto più difficile da realizzare rispetto alla ricerca fotografica a Brčko. Anche questo è un racconto di guerra, ma il responsabile dei crimini di guerra si è pentito. Ho lavorato a lungo a questa storia e ne abbiamo parlato per molte ore.
Secondo te, quanto è importante la cooperazione transfrontaliera tra giornalisti, soprattutto nell’area post-jugoslava?
È importante, naturalmente, e si svolge sia a livello formale che informale. I giornalisti si aiutano a vicenda. La cooperazione formale, intesa come attività specifiche e possibilità di ottenere finanziamenti comuni, è ancora più importante quando collaboro con giornalisti di paesi che conosco meno.
Per me è più facile lavorare con giornalisti della nostra regione. La cooperazione transfrontaliera è stata fondamentale per il tema dei migranti che muoiono nel tentativo di raggiungere l’Unione europea. Ho lavorato a questa ricerca con un team di giornalisti freelance provenienti da Grecia, Italia, Spagna e Polonia, e per questo lavoro abbiamo ricevuto due anni fa un riconoscimento speciale nell’ambito dello European Press Prize e l’Investigative Journalism Impact Award. L’inchiesta non sarebbe stata così efficace se non avessimo lavorato insieme e scambiato informazioni. Alla fine, ogni giornalista ha scritto un proprio articolo e l’insieme dei testi è stato presentato come una serie complementare.
Mi preme però precisare che alcune storie importanti non sono transfrontaliere. L’aspetto transfrontaliero viene spesso enfatizzato anche quando non sussiste. È difficile finanziare un’inchiesta complessa che riguarda, ad esempio, solo la Croazia. Le collaborazioni transfrontaliere sono certamente importanti, ma è altrettanto importante raccontare le cosiddette storie nazionali, che possono essere lette come universali.
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