Serbia: crisi e instabilità come metodo di governo

In Serbia l’instabilità non è una fase transitoria, ma un modello di governo. Se il blocco democratico non articola un’alternativa politica e l’UE non smette di considerare Vučić come il ​​male minore, la Serbia non può sperare di uscire dalla crisi. È quanto emerge da un recente report del Centro per la politica di sicurezza di Belgrado

06/08/2026, Srđan Cvijić
Belgrado, Serbia, studenti in manifestazione © Roman023_photography/Shutterstock

Belgrado, Serbia, studenti in manifestazione © Roman023_photography/Shutterstock

Belgrado, Serbia, studenti in manifestazione © Roman023_photography/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Radar)

In un periodo di grande fermento politico, avevamo cercato di fare un passo indietro e di distinguere tra scenari che molti, noi compresi, auspicavano e quelli che sembravano più verosimili. Si era trattato di una valutazione oggettiva degli equilibri di potere: cosa era capace di fare il blocco democratico, fino a che punto il regime era disposto a spingersi e per quanto tempo ancora l’Unione europea avrebbe tollerato un governo che aveva calpestato la Costituzione e le leggi, al tempo stesso promettendo stabilità.

Una recente analisi del Centro per la politica di sicurezza di Belgrado (BCBP) riassume il periodo preso in considerazione da quella prima ricerca. È emerso che nessuno dei quattro scenari ipotizzati si è concretizzato completamente. Non c’è stata una transizione democratica concordata con la mediazione dell’Unione europea. Non si è assistito ad un crollo del regime, ma nemmeno ad una sostanziale deriva verso un regime manifestamente dittatoriale. La Serbia è rimasta intrappolata tra due estremi, in un’impasse politica che si è dimostrata più persistente di quanto non pensassero gli ottimisti, ma anche i pessimisti.

Tuttavia, il fatto che la nostra valutazione iniziale si sia rivelata azzeccata non è la conclusione più importante della nuova analisi. Ancora più importante è che gli equilibri di potere sono cambiati. Il governo ha nuovamente preso l’iniziativa. Non ha vinto né perso, ma ha ricominciato a dettare i tempi: quando ci saranno le elezioni, quando proporrà un dialogo, quando intensificherà la repressione e quando rilancerà una narrativa sulla stabilità, gli investimenti e il percorso europeo, e quando quella sulla storica fratellanza con la Russia o sulla ferrea alleanza con la Cina.

Il regime torna a dettare legge

Nei primi mesi delle proteste, fino al 15 marzo 2025, la leadership al potere si era perlopiù limitata a rispondere alle azioni dei suoi oppositori. Gli studenti avevano imposto i temi e influenzato l’agenda politica. Oggi la situazione è diametralmente opposta. Vučić ha di nuovo in mano il cronometro e la pistola di partenza. Decide il momento in cui indirà le elezioni e crede che il tempo possa fare quello che la repressione non è riuscita a fare: trasformare l’energia in stanchezza e la speranza nella sensazione che nulla possa cambiare.

I moderni regimi autoritari inizialmente vincono cercando di dimostrare di avere ragione e convincendone una parte della popolazione. In seguito, sopravvivono convincendo gli oppositori che il cambiamento è impossibile e che non esiste un’alternativa seria, e raggiungono questo obiettivo principalmente fomentando dissidi tra le fila dell’opposizione. Ecco perché il tempo è una delle risorse più preziose dei regimi autoritari.

Ma se la leadership al potere è riuscita a riprendere l’iniziativa è anche grazie ai disaccordi all’interno del blocco democratico. Il fronte anti-regime non ha ancora una strategia politica comune. Studenti, associazioni di cittadini, partiti di opposizione, attivisti e diversi gruppi sociali riescono a mobilitare le persone, ma non riescono a trasformare questo potenziale in un piano concordato. Mentre si discute pubblicamente su chi sia onesto, chi sia soggetto al controllo, chi sia al servizio della Russia e chi al servizio dell’Occidente, chi abbia il diritto di parlare e chi meriti di essere un candidato alle elezioni, il regime sta conquistando la risorsa di cui ha più bisogno: il tempo.

Questo non significa che le differenze siano irrilevanti o che l’unità possa essere semplicemente proclamata. L’unità si crea, si costruisce e si coltiva. Significa però che la discordia non è più solo una debolezza dell’opposizione. È diventata una risorsa politica per il governo. Il regime non ha bisogno di essere sostenuto dalla maggioranza dei cittadini, questo scenario ormai è impossibile.

Un nuovo sondaggio d’opinione realizzato dal BCBP dimostra che il 47% dei cittadini serbi si oppone al regime, mentre solo il 35% lo sostiene. È sufficiente che la maggioranza che desidera un cambiamento non riesca a trovare un accordo su come realizzarlo perché le percentuali di cui sopra non si traducano in equilibri di potere in parlamento.

Zrenjan, Serbia, studenti in manifestazione, gennaio 2026 © Roman023_photography/Shutterstock

Zrenjan, Serbia, studenti in manifestazione, gennaio 2026 © Roman023_photography/Shutterstock

Un sassolino nella scarpa

In questo contesto, anche l’Unione europea riveste un ruolo importante. La decisione degli stati membri di non aprire il cluster 3 quest’estate, così come la saga della nomina dei membri dell’Organo regolatore dei media elettronici (REM), si inscrive in un contesto segnato dall’annuncio delle dimissioni di Vučić. È sempre più evidente che la leadership al potere è già in campagna elettorale. Tuttavia, in Serbia la politica europea è ancora vista attraverso una serratura: si vede solo ciò che ci riguarda direttamente, mentre il quadro generale rimane fuori dalla nostra vista.

Gli oppositori euroscettici del governo, ma anche molti cittadini filoeuropei, non vedono nella decisione del Consiglio dell’UE di non aprire il cluster 3 un riconoscimento definitivo del rapido declino della democrazia in Serbia. Si concentrano invece sulla raccomandazione della Commissione europea di aprire il cluster 3 e restano sconcertati dalla sua interpretazione apologetica dei “progressi” della Serbia.

D’altra parte, i sostenitori del Partito progressista serbo (SNS) ascoltano ciò che la macchina mediatica del regime propina loro: secondo questa narrazione, la Serbia, per l’ennesima volta, è vittima di doppi standard e dei suoi “nemici storici”, i bulgari e i croati.

Osservando dall’esterno, sembra che la Serbia, pur profondamente divisa, parli quasi con una sola voce riguardo all’UE. Quindi, la vera domanda non è più perché la Serbia non abbia aperto il cluster 3, ma cosa l’UE voglia ottenere oggi con la sua politica nei confronti della Serbia.

In Europa si è ormai consapevoli che la Serbia è ancora lontana dal soddisfare i criteri politici fondamentali su cui si basa l’Unione. Bruxelles sa che in Serbia la magistratura è sempre più subordinata al potere politico, che le condizioni per lo svolgimento delle elezioni sono ancora profondamente problematiche, che il pluralismo dei media è stato ridotto ad un minimo grottesco e che le istituzioni agiscono come la longa manus del potere esecutivo. Dall’inizio delle proteste studentesche nel novembre 2024, a Bruxelles si discute di questi temi in modo più aperto rispetto al passato.

Eppure, la politica europea non è diventata più decisa. È diventata più cauta. Dal punto di vista di Berlino, Parigi o dell’ufficio di Ursula von der Leyen, il regime di Vučić appare come un sassolino nella scarpa. L’Europa si trova ad affrontare la guerra in Ucraina, i cambiamenti tettonici nelle relazioni con gli Stati Uniti, la guerra in Medio Oriente e l’ascesa della Cina. Rispetto a questi problemi, la Serbia sembra un fastidio che si può sopportare ancora per un po’. Come ripeteva Christopher Hill, l’ultimo ambasciatore americano in Serbia, con un’insistenza irritante: “Dopotutto, non siete la Corea del Nord”.

Vista dalla Serbia, la metafora del sassolino nella scarpa assume un significato diverso. Non siamo noi a camminare. Siamo dentro la scarpa. Quando i leader europei decidono che il problema può aspettare un altro vertice, il sassolino non irrita i loro piedi, ma fa venire mal di testa a noi.

Osservando la situazione da Bruxelles, sembra che nell’ultimo anno i rapporti [tra UE e Serbia] si siano effettivamente incrinati. Il Parlamento europeo ha adottato risoluzioni e relazioni molto critiche. Il blocco dei fondi del Piano di crescita è ormai quasi certo. La commissaria Marta Kos ha avuto un colloquio con Vladan Đokić, rettore dell’Università di Belgrado, cosa impensabile fino a poco tempo fa.

Ma altrettanto importante è quello che l’Unione europea non ha fatto. Non ha utilizzato gli strumenti più efficaci di pressione politica. Non ha preso seriamente in considerazione misure mirate contro i responsabili delle più gravi violazioni dei diritti umani in Serbia, come invece ha fatto in Georgia. Allo stesso tempo, la Commissione europea e gli stati membri più potenti hanno chiuso un occhio sul drammatico crollo della democrazia per ragioni geopolitiche e per mantenere una parvenza di progressi nel processo di allargamento. La pressione è aumentata, ma il gioco, in sostanza, è rimasto lo stesso.

Marta Kos, Commissaria all'allargamento UE, e Aleksandar Vučić, presidente della Serbia, aprile 2025 Belgrado © Unione europea

Marta Kos, Commissaria all’allargamento UE, e Aleksandar Vučić, Presidente della Serbia, aprile 2025 Belgrado © Unione europea

A chi l’Europa sta effettivamente dando una mano?

La politica europea nei confronti della Serbia resta intrappolata tra due logiche. La prima è la politica di allargamento: il progresso dovrebbe dipendere dalle riforme. L’altra è la logica geopolitica globale successiva all’aggressione russa contro l’Ucraina e al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: la stabilità dei Balcani è nuovamente considerata un obiettivo strategico in Europa. Quando queste due logiche si scontrano, nasce la politica che vediamo oggi. L’Europa sa che la Serbia non rispetta i principi democratici, ma teme le conseguenze di un conflitto aperto con Vučić. Per questo motivo non cerca più di risolvere la crisi serba, ma di gestirla.

Un altro dato emerso dal nuovo sondaggio d’opinione effettuato del BCBP ben illustra il costo di tale politica. Due terzi dei cittadini serbi favorevoli all’adesione del paese all’UE si oppongono all’attuale leadership di Belgrado. Tra i sostenitori dell’SNS e dei suoi alleati, l’integrazione europea è appoggiata da appena un quarto. Il sostegno all’UE è maggiore tra i giovani, proprio quelli che rappresentano la base sociale delle proteste.

Ecco perché l’affermazione di Nemanja Starović, ministro dell’Integrazione europea, al quotidiano Politico di Bruxelles, secondo cui la mancata apertura del cluster 3 sarebbe “un regalo alle forze antieuropee in Serbia”, è un esempio quasi perfetto di ironia. Quando dice “forze antieuropee”, il ministro descrive praticamente i sostenitori del suo partito. Da anni ormai, il sostegno all’integrazione europea è più debole tra i sostenitori del partito al governo e più forte tra i cittadini che vi si oppongono.

La dichiarazione del ministro illustra perfettamente la politica ipocrita dell’SNS nei confronti dell’Europa. A Bruxelles si parla di riforme, stabilità e futuro europeo. In Serbia, invece, vengono prodotte quotidianamente narrazioni antieuropee, i tabloid conducono campagne contro gli stati membri e le istituzioni europee vengono dipinte come centri di potere ostili appena esprimono un’opinione sgradita alle autorità. Quando i funzionari europei lodano la leadership serba l’Europa è un partner; quando invece la criticano, diventa un nemico.

Questa discrepanza non è solo una questione di incoerenza politica, ma incide sul sostegno dei cittadini serbi all’idea europea. Persone che per anni hanno creduto che l’adesione all’UE potesse comportare almeno una protezione minima delle istituzioni, elezioni libere e libertà di parola, ora vedono i leader europei rivolgersi a Vučić come se fosse il loro unico e insostituibile interlocutore. Il regime ne trae un duplice vantaggio: di fronte ai propri elettori, può continuare a portare avanti la sua campagna anti-europea, mentre a Bruxelles può dare un’immagine di sé come dell’unica opzione per la tanto attesa svolta geopolitica della Serbia.

Se l’UE continuerà ad abbassare i criteri per poter continuare a collaborare con il regime ed evitare che la Serbia, come sento spesso dire dagli interlocutori europei, “scivoli completamente tra le braccia di Putin”, non conquisterà i sostenitori della leadership al potere. Il loro atteggiamento nei confronti dell’Europa è già viziato dalla propaganda del regime. Allo stesso tempo, però, Bruxelles perderà il sostegno di quei cittadini che per decenni hanno rappresentato il primo pilastro sociale dell’idea europea in Serbia.

A contribuire a questa dinamiche sono anche alcune iniziative del movimento studentesco, come il memorandum sul Kosovo e la manifestazione organizzata a Vidovdan [il giorno di San Vito] a Kraljevo. Possono sembrare sensate come risposta alla propaganda del regime di Belgrado, ma in parte dell’opinione pubblica europea alimentano lo scetticismo sulla possibilità di cambiamenti democratici in Serbia. Durante una riunione dei decisori europei, tenutasi pochi giorni dopo lo scoppio dello “scandalo Milić” [noto anche come “caso Senjak”] quasi nessuno mi ha chiesto di quell’omicidio mafioso al ristorante “27”. Con mia grande frustrazione, le domande vertevano sul memorandum studentesco sul Kosovo.

Sui corridoi di Bruxelles sempre più spesso aleggia un interrogativo: i successori di Vučić saranno un’alternativa più democratica e filoeuropea? Emissari del regime, come Starović, alimentano attentamente questo dilemma, presentando ogni eventuale cambio di potere come una versione serba della rivoluzione iraniana del 1979: il crollo dell’ordine autoritario spianerebbe la strade alle forze ancora più radicali, nazionaliste e filorusse.

Belgrado, Serbia, 28 giugno 2025 durante una delle manifestazioni di protesta © PrelevicMilos/Shutterstock

Belgrado, Serbia, 28 giugno 2025 durante una delle manifestazioni di protesta © PrelevicMilos/Shutterstock

La crisi come metodo di governo

Tuttavia, il fatto che l’élite al potere sia tornata a dettare legge non significa che la crisi sia finita. Al contrario, la crisi è diventata un metodo di governo. La repressione non è svanita, è semplicemente diventata più selettiva. Le pressioni su studenti, università, attivisti, giornalisti, società civile ed esponenti dell’opposizione sono dosate con cura. In assenza di proteste di massa e blocchi stradali, l’obiettivo non è più una grande dimostrazione di forza, ma piuttosto mantenere l’avversario in costante stato di incertezza e logoramento.

Sospesi nel limbo, i cittadini continuano a domandarsi: ci saranno elezioni, quando e quali, ci saranno nuovi arresti, dialogo, ci sarà più Europa o più Russia? In questa situazione, l’energia politica non scompare all’improvviso. Si consuma goccia a goccia, attraverso la procrastinazione quotidiana, la delusione e la stanchezza. Le persone scoraggiate non devono necessariamente sostenere il regime. È sufficiente che smettano di credere che il cambiamento sia possibile.

Ecco perché le prossime elezioni potrebbero rivelarsi l’evento politico più importante in Serbia dal 5 ottobre 2000. L’importante non è tanto sapere quando Vučić si dimetterà – e quindi se il paese si troverà ad affrontare prima le elezioni presidenziali o quelle parlamentari, oppure le due tornate si svolgeranno contemporaneamente – ma il contesto in cui i cittadini si recheranno alle urne. Le elezioni non sono più solo elezioni. Decideranno se la crisi entrerà in una nuova fase, più violenta, o se potrà essere risolta in maniera pacifica e istituzionale.

Le elezioni in Serbia stanno diventando sempre più pericolose. Violenza, tensioni, pressioni, intimidazioni, incidenti e brogli elettorali quasi sistematici dimostrano che il regime non ha alcuna intenzione di accettare pacificamente la possibilità di perdere il potere. Le elezioni amministrative dello scorso 29 marzo, che hanno interessato dieci comuni, sono state una sorta di esercitazione per mostrare come si potrebbero svolgere le elezioni parlamentari. Negli ultimi due anni, il regime si era preparato a rimanere al potere con la violenza. Una precedente analisi del BCBP dimostra che il partito al governo si comporta come una tipica organizzazione estremista violenta.

Ciò non significa che la violenza sia inevitabile. Significa che sarebbe irresponsabile pensare che il regime possa accettare pacificamente una sconfitta a livello nazionale.

Stabilità che genera instabilità

Qui sorge il principale paradosso europeo. L’UE continua a credere che Vučić, nonostante tutto, sia un fattore di stabilità. La nostra analisi dimostra il contrario: il regime di Vučić sopravvive producendo e alimentando instabilità. Per il presidente serbo, la crisi non è un inconveniente da eliminare, ma uno strumento di governo, in assenza di legittimità. Nei rapporti con i paesi vicini e all’interno della stessa Serbia, le tensioni di tanto in tanto vengono alimentate, poi si attenuano solo per essere nuovamente strumentalizzate per far credere che Vučić sia l’unica figura capace di prevenire un esito ancora peggiore.

I calcoli geopolitici non rafforzano la posizione dell’UE nei Balcani, la indeboliscono. Quando l’UE, nel tentativo di dare una parvenza di progressi nel processo di allargamento, tace sullo sfacelo della democrazia in Serbia, non contribuisce alla stabilità, ma mantiene in vita un regime che genera instabilità.

Oggi il regime di Vučić è più organizzato, meno timoroso, nuovamente detta legge e conta di sfinire gli oppositori. Ma il suo vantaggio attuale non significa una vittoria sicura. La legittimità non è stata ripristinata, il malcontento sociale non è svanito e qualsiasi tentativo di confinarlo entro le istituzioni esistenti si scontra con la consapevolezza che quelle stesse istituzioni sono quasi completamente distrutte.

Ecco perché la responsabilità non ricade solo su Bruxelles. Oggi l’UE è un attore importante nella crisi serba, ma non ha molti motivi per abbandonare l’attuale politica cauta finché a Bruxelles persiste il timore che l’alternativa a Vučić possa essere meno europeista e più nazionalista dell’attuale governo. Ciò che potrebbe portare vantaggi politici in patria, diventa uno svantaggio in Europa. Vučić lo sa e gioca questa carta.

Non ci sarà alcun ritorno alla realtà precedente al primo novembre 2024. L’instabilità non è più una fase transitoria, ma un modello di gestione della crisi. Se il blocco democratico non consoliderà un’alternativa politica e l’UE non abbandonerà l’idea che Vučić rappresenti il ​​male minore, la Serbia non troverà una via d’uscita. Anzi, la crisi proseguirà e temo che si possa aggravare ulteriormente.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea © Alexandros Michailidis/Shutterstock

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea © Alexandros Michailidis/Shutterstock

“E il quinto scenario?”

Il presente contributo si basa su due analisi di scenario realizzate dal Centro per la politica di sicurezza di Belgrado. Nella prima analisi, pubblicata nel novembre 2025, abbiamo esplorato le possibili direzioni di sviluppo della crisi politica e istituzionale in Serbia fino a giugno di quest’anno. La nuova analisi del BCBP, recentemente pubblicata, riassume il periodo precedente, concludendo che il regime si è nuovamente imposto nella sfera politica, senza però riconquistare la legittimità. A giocare a suo favore sono i disaccordi all’interno del blocco democratico e la politica dell’UE che continua a tollerare Vučić per timore che la Serbia scivoli completamente nell’orbita russa, che Bruxelles si ritrovi priva di leve di influenza sul regime di Belgrado e che la Serbia non colga il momento per aderire l’UE.

Quando abbiamo discusso con i funzionari europei la ricerca condotta lo scorso anno dal BCBP, molti ci hanno chiesto: “E qual è il vostro quinto scenario?”. Non si riferivano a nessuna delle quattro ipotesi di sviluppo politico futuro presentate nell’analisi, bensì al ritorno della Serbia alla realtà precedente al primo novembre 2024.

Abbiamo dovuto spiegare che uno scenario del genere non era possibile. Non perché volessimo un epilogo drammatico, ma perché la realtà era ormai cambiata talmente tanto che la società non poteva semplicemente tornare alla situazione precedente. In Serbia, la reazione è stata diversa. Al momento della pubblicazione della prima analisi, nel 2025, molti pensavano che le elezioni con ogni probabilità si sarebbero tenute entro la fine di quell’anno. Noi abbiamo osato pensare diversamente.


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