Serbia, sempre più lontana dall’UE

Nonostante la Serbia resti formalmente impegnata nel percorso di adesione all’Unione europea, gli eventi delle ultime settimane sollevano ancora una volta seri interrogativi sullo stato di diritto, il funzionamento delle istituzioni, i diritti e le libertà fondamentali e il carattere dell’attuale regime di Belgrado

09/06/2026, Danijela Nenadić Belgrado
Belgrado, sede del parlamento della Serbia ©ColorMaker/Shutterstock

Belgrado, sede del parlamento della Serbia ©ColorMaker/Shutterstock

Belgrado, sede del parlamento della Serbia ©ColorMaker/Shutterstock

L’omicidio di Aleksandar Nešović “Baja”, che i servizi segreti e i media da tempo hanno collegato alla criminalità organizzata, avvenuto nel quartiere di Senjak a Belgrado, le circostanze del crimine e un incidente politico verificatosi durante il vertice UE-Balcani occidentali a Tivat, sono tutti tasselli dello stesso mosaico politico.

Parallelamente, la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo ha adottato un nuovo rapporto sulla Serbia, esprimendo osservazioni critiche sullo stato della democrazia, della libertà di stampa e dello stato di diritto.

Il caso “Senjak”

Il caso “Senjak” è diventato molto più di una classica inchiesta giudiziaria. Oltre che sulle circostanze dell’omicidio, l’attenzione è focalizzata sulle accuse di un possibile insabbiamento, il coinvolgimento di agenti di polizia e la reazione dei funzionari delle istituzioni statali.

Aleksandar Nešović, identificato come membro di un gruppo criminale guidato da Dejan Stojanović Keka, è stato ucciso lo scorso 12 maggio in pieno giorno in un ristorante di lusso a Belgrado.

Secondo la procura, Nešović era venuto al ristorante per incontrare Saša Vuković Boske, praticamente sconosciuto all’opinione pubblica prima dell’omicidio.

Nešović è stato invitato all’incontro da Veselin Milić, l’ormai ex capo della polizia di Belgrado, noto per essere un uomo di fiducia del presidente Vučić. Boske è accusato di omicidio e diverse persone sono state arrestate e fermate con l’accusa di favoreggiamento.

Questo caso, di per sé, forse non sarebbe una notizia così rilevante se non avesse una forte connotazione politica e non fosse caratterizzato da numerose controversie.

Innanzitutto, l’opinione pubblica è venuta a conoscenza del caso “Senjak” quasi tre giorni dopo l’accaduto, e il corpo della vittima è stato ritrovato solo undici giorni dopo. Si ipotizza che il periodo di tempo intercorso tra l’omicidio e la diffusione della notizia sia servito a depistare le indagini.

Si sa con certezza che è stato Veselin Milić – fino a poche settimane fa praticamente il secondo uomo più potente della polizia serba – ad invitare Nešović al ristorante. Si ipotizza che Milić volesse appianare le divergenze tra Nešović e Vuković, accusato dell’omicidio. Milić si trovava al ristorante con altri agenti di polizia.

È stato accertato che Vuković è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno del ristorante e che il corpo è stato successivamente trasportato in una località della Vojvodina. Veselin Milić è stato arrestato e accusato di occultamento di prove.

È curioso notare come solo il proprietario del ristorante abbia dichiarato in tribunale che l’omicidio è effettivamente avvenuto al tavolo, mentre gli altri, compresi i camerieri, hanno scelto di non parlare.

Secondo quanto riportato dai media, Milić ha dichiarato di aver partecipato all’incontro con i due criminali, di aver intrattenuto ottimi rapporti con la vittima e di non aver avuto alcun movente per ucciderlo. Ha precisato di aver lasciato il ristorante prima dell’omicidio e di aver redatto un verbale ufficiale dell’accaduto appena ha saputo che la moglie di Nešović ne aveva denunciato la scomparsa.

In Serbia si parla da tempo di legami tra la polizia e la criminalità organizzata. Il caso “Senjak” è particolarmente interessante perché si inserisce in una fase di grande instabilità politica e sociale, ma anche per il sospetto che alcuni membri della polizia abbiano partecipato all’insabbiamento del crimine.

Veselin Milić è noto come stretto collaboratore e, fino a poco tempo fa, consigliere di Aleksandar Vučić. L’opinione pubblica è particolarmente interessata a scoprire i motivi per cui Milić si trovava al ristorante con una persona finita sotto i radar dei servizi di sicurezza e quali erano i suoi legami con i gruppi della criminalità organizzata.

Da tempo ormai i cittadini hanno l’impressione che la Serbia sia diventata il set di un film poliziesco a basso budget. Pur essendo difficile tracciare parallelismi con gli anni ‘90 e la dilagante criminalità in Serbia, è chiaro che la criminalità organizzata pervade ogni poro della società, compreso il sistema politico.

Il vertice UE-Balcani occidentali a Tivat

Mentre il caso “Senjak” veniva seguito con attenzione sia in Serbia che nell’UE, si è verificato un evento che ha momentaneamente distolto l’attenzione dalle indagini.

Alla vigilia del vertice UE-Balcani occidentali a Tivat, le autorità montenegrine hanno vietato l’ingresso nel paese ad un gruppo di 87 cittadini serbi arrivati ​​con un volo charter da Belgrado.

Come affermato dalla polizia montenegrina in un breve comunicato stampa, si riteneva che le persone fermate potessero rappresentare una minaccia per la sicurezza dell’incontro in cui erano stati annunciati alti funzionari europei.

Volendo utilizzare un lessico meno formale, gli uomini arrivati a Tivat sono ben noti in Serbia, ma non per motivi positivi. Conosciamo nomi e cognomi di molti di loro, sono noti per la loro vicinanza al Partito progressista serbo (SNS) e alcuni – lo si sa con certezza – hanno partecipato al pestaggio dei manifestanti e alla “messa in sicurezza di Ćaciland”.

Questo gruppo di “turisti”, vestiti con uniformi pressoché identiche (magliette nere, tute da ginnastica, berretti) e pieni di tatuaggi che li hanno resi riconoscibili, aveva il compito di organizzare una manifestazione a sostegno del presidente della Serbia, che si sarebbe dovuto recare in Montenegro il giorno successivo al loro arrivo.

Non sono riusciti a portare a termine la missione, dato che la polizia montenegrina li ha trattenuti per diverse ore e li ha imbarcati su un volo per Belgrado. Addosso agli uomini sono stati trovati striscioni con la scritta “La Serbia vince” e dispositivi di comunicazione. Se non fosse imbarazzante, questo caso potrebbe diventare una buona parodia.

Per diversi giorni, l’opinione pubblica è rimasta all’oscuro delle dinamiche della vicenda: chi ha deciso di inviare un gruppo di uomini a Tivat, per quale scopo, chi ha organizzato e finanziato il viaggio? I dettagli sono stati rivelati dal presidente Vučić, che in precedenza aveva annunciato che avrebbe parlato dell’accaduto in Montenegro, perché, a differenza dei suoi colleghi montenegrini, lui è coraggioso.

Così abbiamo scoperto che alcuni membri del partito di Vučić avevano radunato degli uomini e li avevano mandati a Tivat per compiacere il presidente. In Montenegro, pochi giorni prima del vertice, erano comparsi striscioni con scritte “Gli studenti vincono”, “Pompa” e con espliciti messaggi offensivi nei confronti di Vučić. Il presidente si è assunto la responsabilità, dichiarando che avrebbe personalmente regolato i conti con gli organizzatori della gita a Tivat, aggiungendo che, nonostante le buone intenzioni, non aveva bisogno di alcun sostegno.

Vučić ha affermato che i montenegrini non sono dei buoni padroni di casa e che lui non avrebbe mai permesso che messaggi simili, offensivi nei confronti dei rappresentanti politici del Montenegro, venissero diffusi in Serbia durante una loro visita. Ha chiesto alle autorità montenegrine come mai quel gruppo di uomini menzionato non fosse stato considerato sospetto quando era venuto ad aiutare a spegnere gli incendi sulla costa montenegrina.

Gli slogan studenteschi hanno da tempo oltrepassato i confini della Serbia, e il regime continua a cercare di tamponare la situazione ovunque sia possibile. È lo stesso copione già visto durante il Campionato europeo di pallacanestro, quando la leadership di Belgrado ha mandato i propri tifosi a fermare i tifosi serbi che sostenevano gli studenti. Non sorprende quindi che la stessa strategia sia stata messa in atto a Tivat.

Il rapporto UE

Mentre la Serbia è travolta da turbolenze politiche che non si attenuano da ormai due anni, da Bruxelles giunge un rapporto estremamente critico che denuncia la stagnazione e la regressione in materia di democrazia, stato di diritto, libertà di stampa ed elezioni. Particolare attenzione è stata dedicata alle pressioni sulle istituzioni indipendenti, alla repressione dei media indipendenti, alla polarizzazione politica e ai problemi nel funzionamento del sistema giudiziario.

Per Bruxelles, il problema principale della Serbia non è più la mancanza di riforme formali, ma la sopravvivenza stessa di istituzioni capaci di funzionare indipendentemente dal potere politico. Pertanto, ci si aspetta che la prossima risoluzione del Parlamento europeo costituisca un serio segnale di allarme per Belgrado. Questa interpretazione è supportata dai messaggi rivolti a Vučić a Tivat.

Alcuni analisti ritengono che oggi a Bruxelles si parli molto di più del Montenegro e che la Serbia abbia perso il suo ruolo di partner più importante nella regione. Secondo alcuni media di Belgrado, il cancelliere tedesco Mertz avrebbe inviato un messaggio chiaro a Vučić: l’adesione all’UE è possibile, ma solo sulla base di riforme credibili e di progressi concreti compiuti dal paese candidato.


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