Turchia: ripensare l’opposizione col “Nuovo partito”
A fine luglio Özgur Özel, leader dell’opposizione turca, è uscito dal Partito popolare repubblicano, fondato da Atatürk, annunciando la formazione di un “Nuovo partito”. Come questa spaccatura inciderà sulle dinamiche interne all’opposizione e sulla sua capacità di sfidare il regime di Erdoğan? Un’intervista

Özgür Özel © Uunal/Shutterstock
Özgür Özel © Uunal/Shutterstock
Mentre in Turchia prosegue l’iter processuale relativo al fascicolo sulla “nullità assoluta” (mutlak butlan) del congresso della principale forza di opposizione (il Partito popolare repubblicano, CHP) del 2023, tenendo la leadership del partito in uno stato di incertezza legale, si delinea un nuovo riassetto tra le fila dell’opposizione.
In questo contesto, Özgür Özel [ex leader del CHP] ha lanciato il Nuovo partito (Yeni Party, YP), una formazione definita non come frutto di una rottura con il CHP, ma come uno strumento per proseguire il processo di riforma iniziato all’interno del partito nel 2023.
Cosa ci dice questa mossa sullo stato di salute dell’opposizione turca? Il Nuovo partito riuscirà ad imporsi come una forza capace di porre una vera sfida al governo, oppure la scissione rischia di frammentare ulteriormente un’opposizione già divisa?
Ne abbiamo parlato con Murat Somer, professore di Scienze politiche e Relazioni internazionali all’Università Ozyegin di Istanbul ed esperto di polarizzazione comparata, democratizzazione e depolarizzazione.
Özgür Özel ha presentato il Nuovo partito come la continuazione della missione politica del CHP, piuttosto che come frutto di una rottura con essa. Al di là del partito stesso, cosa ci rivela questa nuova formazione sullo stato attuale dell’opposizione in Turchia?
Come spiegato in alcuni contributi accademici, compresi quelli del sottoscritto, dal 2003 l’opposizione turca ha messo in campo diverse strategie cercando di sconfiggere Erdoğan e invertire la tendenza all’autoritarismo. Ma non ci è riuscita, nonostante alcuni successi parziali soprattutto nel 2015, 2019 e 2024.
La missione che la leadership di Özel-İmamoğlu aveva assegnato al CHP era già stata definita nel 2023: rovesciare il governo di Erdoğan, conquistare il potere attraverso le elezioni e ripristinare la democrazia “facendo le cose in modo diverso rispetto al passato”.
Avevano avviato un processo di cambiamento interno, che gli elettori avevano premiato rendendo il CHP il primo partito alle elezioni amministrative del 2024 e conferendogli il mandato di governare i comuni che comprendono circa due terzi della popolazione del paese.
Il governo ha cercato di bloccare questo processo di cambiamento attraverso interventi giudiziari politicizzati, arrestando e destituendo i sindaci del CHP e riportando al potere la vecchia leadership del partito.
L’idea di Özel è quella di portare avanti, con il Nuovo partito, quel processo di riforma dell’opposizione avviato all’interno del CHP, volto a rendere il partito più dinamico, più vicino alla gente e più in sintonia con i movimenti sociali contro il regime.
In un contesto politico altamente competitivo, gli elettori turchi tendono a rimanere fedeli all’identità di partito o a votare strategicamente per la forza di opposizione che appare più capace di sfidare il governo?
Credo che gli elettori del CHP voterebbero in modo strategico se il Nuovo partito riuscisse a garantire che non si allontanerà troppo dai valori tradizionali del CHP, nello specifico dai principi fondanti della repubblica e di Atatürk, come lo stato unitario e la laicità. Tuttavia, sarebbero aperti a interpretazioni più democratiche e inclusive di questi principi.
La propensione degli elettori di altri partiti a votare strategicamente il Nuovo partito dipenderà dalla capacità del partito di strutturarsi come quello che la politologa Jennifer McCoy ed io definiamo un partito “trasformativo e ripolarizzante”. Devono presentare un programma trasformativo che un fronte trasversale di elettori possa sostenere.
In Turchia, l’opposizione si è affidata sempre più ad ampie alleanze per contrastare il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP). Dal punto di vista del governo, questa spaccatura può indebolire la minaccia elettorale dell’opposizione? Può anche comportare nuove sfide e rischi politici per l’AKP?
Il governo forse spera che questa scissione possa indebolire e screditare non solo il CHP, ma l’opposizione nel suo complesso, facendola apparire corrotta e incapace di collaborare. Se il Nuovo partito riuscisse ad affermarsi come una forza politica veramente nuova, potrebbe rivitalizzare l’opposizione guidando uno spettro ideologico trasversale di opposizione sociale.
L’opposizione turca ha sempre fatto affidamento sulle ampie alleanze per sfidare l’AKP, preferendo però alleanze dall’alto verso il basso con partiti istituzionali, che col tempo si sono dimostrate incapaci di rovesciare Erdoğan. Sotto la guida di Özel e İmamoğlu, il CHP era riuscito a vincere nel 2024 basandosi su un modello diverso, ossia su un’alleanza dal basso verso l’alto tra elettori di diversi partiti.
Il Nuovo partito potrà rappresentare una seria sfida per il governo se riuscirà a farsi portavoce della sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti della politica istituzionale, a diventare un partito più vicino alla gente e a mobilitare l’opposizione sociale contro il governo.
Il CHP è stato il pilastro istituzionale dell’opposizione turca dal dopoguerra ad oggi. Al di là del destino di questo singolo partito, cosa ci rivela una rottura di tale portata sulla resilienza dell’opposizione in un contesto da tempo dominato da un regime autoritario competitivo?
Il CHP è rimasto all’opposizione per gran parte del periodo successivo alla transizione della Turchia alla democrazia multipartitica, avvenuta nel 1950, partecipando al potere solo in alcune occasioni all’interno di governi di coalizione. Fatta eccezione per il regime militare del 1980-83, non si è mai opposto al sistema, anzi, si è fatto garante della democrazia repubblicana laica, operando piuttosto come opposizione politica ai governi in carica.
Questa situazione è proseguita sotto il governo guidato dall’AKP che ha gradualmente instaurato un regime autoritario dove un’ideologia religiosa ha preso il sopravvento sulla repubblica laica e su una politica competitiva.
Ciononostante, il CHP ha continuato ad impostare la propria politica principalmente in opposizione all’AKP e a Erdoğan in quanto tali, piuttosto che in opposizione al regime che l’AKP stava costruendo. La nascita del Nuovo partito spiana la strada all’ascesa di un’opposizione capace di agire contro il regime.
Ritiene che stiamo assistendo ad un riassetto temporaneo spinto da rivalità tra i leader, o ad una svolta strutturale più profonda capace di indicare la strada che la politica di opposizione e la competizione democratica seguiranno negli anni a venire?
In Turchia, c’è sempre stata una forte opposizione sociale all’AKP e a Erdoğan. A partire dagli anni 2010, si è delineata una profonda spaccatura nella politica turca, ovvero una divisione tra democrazia e autocrazia. Le alleanze di opposizione che si sono formate dall’alto non sono riuscite a rappresentare la fazione pro-democrazia di questa spaccatura.
Se il Nuovo partito riuscisse ad affermarsi come partito di massa, ancorato all’opposizione sociale, potrebbe consolidare la sua posizione pro-democrazia e rimodellare il panorama politico per gli anni a venire. Tuttavia, il governo in carica è forte, detiene il potere istituzionale ed è determinato a fare tutto il possibile per impedire l’ascesa del Nuovo partito.
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