Il Montenegro dalla Jugoslavia socialista all’indipendenza
Il 21 maggio 2026 il Montenegro celebra il ventesimo anniversario dell’indipendenza: un traguardo storico in un momento cruciale per il Paese, lanciato verso l’adesione all’UE. Attraverso la serie “Venti d’indipendenza”, OBCT traccia la traiettoria di Podgorica, cercando di decifrare un presente pieno di contraddizioni. In questo primo episodio ripercorriamo la storia recente del Paese

Podgorica, Montenegro, maggio 2006, durante i festeggiamenti dopo il referendum
Podgorica, Montenegro, maggio 2006, durante i festeggiamenti dopo il referendum - Foto L. Zanoni
In un angolo dell’Europa sud-orientale, c’è un piccolo Stato che il prossimo 21 maggio spegnerà 20 candeline. Il Montenegro, incastonato sulla costa adriatica dirimpetto al Gargano, nel 2006 recide definitivamente il cordone ombelicale con la Serbia e ristabilisce la propria indipendenza con un referendum. Lo storico montenegrino Miloš Vukanović, docente all’Università di Donja Gorica, ripercorre con OBCT i passaggi fondamentali che hanno portato a quel momento fatidico.
Quanto erano vicini Montenegro e Serbia alla vigilia dell’implosione della Jugoslavia?
Quello tra i due Paesi è il legame più stretto all’interno della Jugoslavia socialista (SFRJ), perché l’intreccio delle loro storie, culture, religioni ed economie risale almeno al Medioevo. Ma anche nella Federazione titina, l’allineamento tra Serbia e Montenegro cela una latente animosità tra le rispettive dirigenze, tra le quali rimane costante una certa competizione. Con la sua “rivoluzione antiburocratica” del 1988-1989, il leader serbo Slobodan Milošević lega indissolubilmente i destini politici di Belgrado e Titograd [come viene ribattezzata Podgorica tra il 1946 e il 1992, ndr]. Supportato dall’uomo forte di Belgrado, il triumvirato composto da Momir Bulatović, Milo Đukanović e Svetozar Marović sale al potere in Montenegro, impossessandosi del partito comunista (SKCG) e, entro il 1990, occupando tutti i gangli dello Stato.
Poi la catastrofe. Che linea seguì il Montenegro?
Da quel momento, l’establishment di Titograd martella con un’intensa propaganda bellicista il Paese, che finisce fagocitato nel programma ultranazionalista della “Grande Serbia”. Nel giugno 1991, l’SKCG confluisce nel Partito democratico dei socialisti (DPS), che rimarrà al potere per i tre decenni successivi. A seguito delle secessioni di Lubiana e Zagabria, in estate inizia la sanguinosa disgregazione della Jugoslavia. La comunità internazionale tenta la mediazione, ma i negoziati sono inefficaci. A inizio ottobre, il DPS appoggia l’aggressione dell’esercito federale (JNA) – de facto sotto controllo serbo – contro Dubrovnik, per prevenire una fantomatica invasione croata. Nonostante i tentativi di ridimensionare le proprie responsabilità, il Montenegro partecipa attivamente alle operazioni: non solo sul campo di battaglia ma anche detenendo centinaia di croati nel campo di Morinj, vicino al confine. Il tentativo di Bulatović (presidente) e Đukanović (primo ministro) di riabilitare l’immagine internazionale del Paese – facendo approvare al Parlamento (Skupština) il “piano Carrington” per la dissoluzione pacifica dell’SFRJ – naufraga infrangendosi contro forti pressioni tanto dal fronte interno quanto da Belgrado.
Nasce qui la “terza Jugoslavia”?
Alla fine, il DPS sostiene la proposta di Milošević di consentire alle repubbliche che lo vogliano di rimanere in Jugoslavia, anziché dissolvere quest’ultima. Nel referendum del marzo 1992, il Montenegro vota per restare al fianco della Serbia [reintroducendo l’antico nome di Podgorica, ndr]. A fine aprile – Sarajevo è già sotto assedio da settimane – nasce dunque una nuova entità statale, la Repubblica federale di Jugoslavia (SRJ), che comprende solo Serbia e Montenegro. In realtà, la consultazione è piena di irregolarità: metodi coercitivi adoperati contro gli elettori; repressione sistematica del dissenso; incidenti violenti e deportazioni, soprattutto ai danni della minoranza bosgnacca. In questa fase, il partito tiene in pugno l’intero apparato statale, trasformandolo in grancassa dell’ultranazionalismo militarista serbo. Tale situazione persiste fino alla conclusione della guerra nel 1995, nonostante il collasso economico provocato dalle sanzioni internazionali.

Miloš Vukanović durante una conferenza organizzata da Ukrainian Helsinki Human Rights Union (Foto UHHRU – Miloš Vukanović)
E poi?
Dopo Dayton, il DPS è attraversato da crescenti tensioni interne e cambia gradualmente narrativa, adottando una retorica più marcatamente nazionalista. A cavallo tra 1996 e 1997 le piazze serbe esplodono in protesta contro Milošević. A luglio il DPS si spacca definitivamente tra la fazione leale a Belgrado e quella “riformista”, capitanate rispettivamente da Bulatović e Đukanović. Alle presidenziali di ottobre Đukanović vince di misura contro l’ex alleato. Nel gennaio 1998 ci sono violente sommosse anti-Đukanović in Montenegro, fomentate da Milošević e represse dalla polizia. A febbraio Bulatović fonda un nuovo partito (SNP), ma alle elezioni di maggio vince il “nuovo DPS”. Đukanović non parla ancora apertamente di indipendenza, che rimane il cavallo di battaglia dei liberali (LSCG). Piuttosto, chiede una maggiore autonomia di Podgorica da Belgrado, pur senza mettere in discussione l’assetto federale.
Quando arriva la svolta?
L’escalation della crisi in Kosovo nel 1998-1999 incrina definitivamente il rapporto tra Đukanović e Milošević. Stavolta, Podgorica diserta la mobilitazione ordinata da Belgrado ed evita il coinvolgimento diretto nelle operazioni, portando avanti un dialogo parallelo con USA e UE. A marzo 1999, mentre la NATO bombarda la Serbia, Milošević manda l’esercito al confine tra Kosovo e Montenegro, attraversato da centinaia di migliaia di profughi. Si registrano tensioni tra i militari serbi e la polizia montenegrina in diverse zone del Paese. È chiaro, a questo punto, che nessuno in Montenegro è più disposto a seguire l’autocrate serbo. Le presidenziali federali del settembre 2000, boicottate dalla stragrande maggioranza degli elettori montenegrini, segnano la fine del regime di Milošević, detronizzato definitivamente a inizio ottobre con la “rivoluzione dei bulldozer”. È il momento in cui Đukanović esce allo scoperto e sposa la causa dell’indipendenza.
Cosa ne fu della Jugoslavia nel dopo-Milošević?
I primi anni Duemila sono particolarmente caotici. In Montenegro, dopo le elezioni anticipate dell’aprile 2001 il DPS forma un governo di minoranza col supporto esterno dell’LSCG, con l’obiettivo di rinegoziare i termini della convivenza con la Serbia. Con la mediazione europea, nel marzo 2002 viene stipulato il cosiddetto “accordo di Belgrado”: l’SRJ muta pelle nell’Unione statale di Serbia e Montenegro, un ibrido disfunzionale tra federazione e confederazione. Per congelare almeno temporaneamente la frammentazione di una regione già ampiamente destabilizzata, Bruxelles impone a Podgorica una moratoria di tre anni sulla secessione, inserendo una clausola ad hoc nel trattato. L’LSCG stacca la spina all’esecutivo, ma alle elezioni di ottobre il DPS trionfa promettendo un referendum sull’indipendenza, da celebrarsi decorsi tre anni dal varo della nuova comunità statale.
E infine, il referendum. Come si svolse il voto?
Così, nel febbraio 2003, l’Unione statale nasce già morta. Poco dopo il Montenegro adotta un nuovo inno e una nuova bandiera con l’aquila bicefala e il leone (gli antichi simboli nazionali) al posto del tricolore jugoslavo. Cominciano i preparativi per il referendum ma il corpo elettorale è spaccato, con metà della popolazione ancora a favore dell’unità con Belgrado. UE e Consiglio d’Europa, che s’incaricano di monitorare la consultazione, vogliono un risultato chiaro e incontestabile. Stabiliscono così artificialmente una “super soglia” del 55% per considerare valido il voto, laddove la legge montenegrina prevedeva il 50% più uno delle preferenze espresse. Col senno di poi questa decisione, dalla legittimità democratica quantomeno dubbia, si rivelò efficace: alla fine, con un’affluenza dell’86,49%, il 21 maggio 2006 il “sì” vince con un inequivocabile 55,5%. Nonostante le contestazioni, gli osservatori certificano la regolarità del voto. A livello geografico, si confermano i trend delle consultazioni precedenti: l’indipendenza stravince nelle regioni centrali e meridionali (e presso le minoranze albanese e bosgnacca), nel nord vincono gli unionisti. È l’ormai consolidata contrapposizione tra “l’antico Montenegro” e le aree tradizionalmente più vicine alla Serbia.
È la nascita di una “nuova” nazione montenegrina?
Sì, ma in un certo senso è rimasta incompiuta. La campagna del “sì“ insistette sul ritorno all’antica indipendenza, riprendendo la simbologia monarchica e aggiungendo lo slogan Malo je lijepo (“piccolo è bello”). Il fronte del “no” sosteneva che il Montenegro non fosse autosufficiente e dichiarava di voler “salvare la Jugoslavia”. Per me fu la prima volta alle urne, e percepii un senso quasi rivoluzionario in quello che stavamo facendo, come se ci stessimo dando un nuovo futuro collettivo, democratico ed europeo. Dopo il 2006, tuttavia, il DPS ha commesso alcuni errori nel gestire questa “nuova” comunità nazionale. Ad esempio, nella (ri)costruzione dell’identità montenegrina ha arbitrariamente ridimensionato diversi elementi che rimandavano al patrimonio culturale serbo. Il nuovo Montenegro nasceva con la promessa di essere lo Stato di tutti i suoi cittadini: non solo della componente etnica maggioritaria, ma anche delle minoranze. Eppure, in alcune aree del Paese, il corpo sociale non è ancora pienamente “riconciliato”.
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