Armenia, le sfide del nuovo governo Pashinyan

Il primo ministro armeno uscente Nikol Pashinyan è stato riconfermato vincitore della tornata elettorale dello scorso 7 giugno. Anche se potrà formare un governo monocolore, dovrà districarsi tra i numerosi vincoli esterni e un’opposizione che gli darà filo da torcere

12/06/2026, Luna De Bartolo Yerevan
Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan © Gevorg Ghazaryan/Shutterstock

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan © Gevorg Ghazaryan/Shutterstock

Una vittoria convincente per Nikol Pashinyan, ma non tale da assicurargli piena libertà d’azione. Con il 49,8% dei voti alle elezioni parlamentari del 7 giugno, Contratto civile potrà formare un esecutivo monocolore, sebbene non disponga della maggioranza costituzionale.

Il premier uscente riceve un nuovo mandato per proseguire la linea strategica adottata negli ultimi anni: ridurre la storica dipendenza dell’Armenia dalla Russia tramite una politica di diversificazione che ha avvicinato il paese all’Unione europea e agli Stati Uniti – sullo sfondo di crescenti tensioni con il Cremlino – e portare avanti i difficili negoziati di pace con l’Azerbaijan insieme alla normalizzazione dei rapporti con la Turchia.

L’opposizione

Le opposizioni hanno superato le aspettative, raccogliendo nel complesso oltre il 35%. Il voto antigovernativo si è raccolto intorno a tre formazioni che, seppur divise, hanno invocato l’urgenza di rinsaldare i legami con Mosca e rivedere i termini della riconciliazione con Baku: Armenia forte, dell’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan (23,3%); Alleanza Armenia, dell’ex presidente Robert Kocharyan (9,9%); e Armenia prospera, del miliardario Gagik Tsarukyan (3,99%). Il destino di quest’ultima forza, rimasta per un soffio sotto lo sbarramento del 4%, decreterà la composizione finale del parlamento.

Tsarukyan, che al termine dello spoglio sembrava aver raggiunto la soglia utile ma è stato successivamente escluso nei dati aggiornati della Commissione elettorale, ha chiesto il riconteggio. I risultati ufficiali saranno pubblicati il 14 giugno.

Se i dati definitivi confermeranno il quadro preliminare, Contratto civile potrà disporre di 64 seggi su 105. Al contrario, in caso di revisione, scenderebbe a 61, perdendo la maggioranza qualificata dei tre quinti necessaria per determinare le principali nomine istituzionali, in particolare nel sistema giudiziario.

Un’incognita che condizionerà le strategie di Armenia forte e Alleanza Armenia: dopo aver denunciato “arresti mirati” e presunte irregolarità nel contesto del voto, le due forze potrebbero persino decidere di boicottare l’assemblea.

“Stiamo aspettando di capire se l’opposizione avrà un peso sufficiente per incidere sulle nomine di funzionari chiave come il procuratore generale”, ha fatto sapere Narek Karapetyan, nipote di Samvel e leader di fatto di Armenia forte: lo zio si trova infatti agli arresti domiciliari con accuse di istigazione al rovesciamento dell’ordine costituzionale e reati finanziari aggravati.

Le pressioni esterne

A fare da grancassa alle accuse delle opposizioni c’è la Russia. Il Cremlino, che ha esercitato forti pressioni su Yerevan durante la campagna elettorale – imponendo restrizioni agli export armeni, minacciando di interrompere le forniture di energia a prezzi agevolati e alludendo a un potenziale “scenario ucraino” – ha fatto sapere tramite il portavoce Dmitry Peskov di aver avviato un monitoraggio delle “segnalazioni sulle numerose irregolarità emerse”.

La missione di osservazione internazionale Osce/Odihr ha sostanzialmente promosso il voto armeno. Pur evidenziando diverse criticità, ha sottolineato come queste non abbiano inciso sull’esito finale. In merito ai circa sessanta procedimenti penali per violazioni elettorali aperti dalle autorità il 7 giugno, il report parla di una “concentrazione delle indagini su sostenitori e candidati di opposizione” che avrebbe alimentato “la percezione di un’applicazione selettiva della legge”.

Gli osservatori riconoscono la “credibilità” di alcune accuse di inquinamento della competizione mosse al partito di governo, ma precisano di “non aver rilevato un uso sistematico delle risorse amministrative”.

Nel documento diffuso all’indomani del voto, maggiore risalto è dato alle “pressioni dall’estero” esercitate allo scopo di “influenzare gli elettori a favore delle forze di opposizione”. Il riferimento è alle “autorità della Federazione Russa che hanno ventilato ripercussioni economiche e di sicurezza nel caso in cui l’Armenia decidesse di stringere legami più stretti con l’Unione europea”.

In un incontro con i giornalisti, la capodelegazione dell’europarlamento, la francese Nathalie Loiseau, si è espressa con particolare durezza: “Condanniamo fermamente la flagrante ingerenza della Russia negli affari di uno stato sovrano”.

Il rapporto richiama anche le “interferenze” dell’Occidente, citando i “diversi leader stranieri che hanno preso posizione pubblicamente a favore del partito di governo”, tracciando tuttavia un distinguo rispetto alle “pressioni dirette” esercitate da Mosca.

Resta da capire se, e a quali condizioni, la Russia riconoscerà l’esito delle urne, ricalibrando il suo approccio verso relazioni più pragmatiche. Pashinyan non cerca certo una rottura e, nella conferenza stampa in cui ha rivendicato il successo elettorale, ha usato toni conciliatori, sottolineando che l’Armenia “manterrà l’adesione all’Unione economica eurasiatica (Uee) e svilupperà ulteriormente i rapporti con la Russia e con gli altri paesi membri”.

Proprio sull’appartenenza al mercato unico a guida russa si era consumato un duro scontro nelle settimane precedenti il voto: il presidente Vladimir Putin aveva sollecitato Yerevan a convocare un referendum affinché i cittadini potessero “scegliere liberamente tra Ue e Uee”.

Pashinyan, consapevole di quanto l’economia armena dipenda da Mosca, ha ribadito più volte l’intenzione di recarsi al Cremlino per la sua prima visita ufficiale dopo la riconferma. Ma né l’invito né le congratulazioni di Putin sono ancora arrivate.

Intanto, la Rosselkhoznadzor, l’ente russo per la sicurezza alimentare, ha annunciato il divieto di importazione dall’Armenia, dal 12 giugno, di tutti i prodotti soggetti a quarantena, bloccando il loro transito verso gli stati membri dell’Uee.

I rapporti con Baku e Ankara

L’altro nodo riguarda il processo di pace con Baku e la normalizzazione con Ankara. Pashinyan ha ottenuto una maggioranza che gli permette di formare un governo in autonomia, ma non abbastanza ampia da poter avviare modifiche costituzionali.

Un aspetto assai rilevante, poiché l’Azerbaijan ha indicato una revisione della carta fondamentale che elimini qualsiasi riferimento al Nagorno Karabakh come condizione essenziale per la firma del trattato. Sul fronte della connettività regionale, il progetto Tripp – corridoio logistico, energetico e digitale promosso da Washington per collegare l’Azerbaijan alla sua exclave del Nakhichevan tramite il territorio armeno – potrebbe in teoria procedere anche in assenza dell’accordo di pace comprensivo.

Per Yerevan, tuttavia, l’obiettivo è più ambizioso: un sistema integrato che includa la piena apertura dei confini con Baku e Ankara, chiusi dagli anni ‘90, trasformando il Paese in uno snodo del cosiddetto Corridoio di mezzo, la rotta più breve tra Cina ed Europa. Uno sviluppo solo parziale dei collegamenti si tradurrebbe in benefici limitati per l’Armenia.

La Turchia, su impulso di Baku, lega a sua volta la normalizzazione con Yerevan alla firma del trattato di pace. Sarà interessante osservare se, in assenza della prospettiva di un referendum costituzionale, l’Azerbaijan potrà attenuare le proprie condizioni, eventualmente grazie alla mediazione della Casa Bianca.

Le congratulazioni per la riconferma arrivate dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sono un segnale positivo per Pashinyan, ma il margine di manovra del premier resta limitato.

Il terzo esecutivo a guida Contratto civile si apre quindi in salita. I vincoli esterni restano notevoli e, sul piano interno, anche nello scenario più favorevole il governo dovrà fare i conti con un parlamento in cui la sua influenza sarà ridotta rispetto alla scorsa legislatura. Le opposizioni, rafforzate seppur prive di visione unitaria, dispongono di maggiori leve per ostacolarne l’azione. E, in un quadro segnato da un’esasperata polarizzazione politica, la regressione democratica osservata nell’anno elettorale rischia di subire una pericolosa accelerazione.

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