Sul rapido Sarajevo Belgrado

Sul rapido Sarajevo Belgrado (Carla Falzone - www.balcanicaucaso.org)

Una fotografia nitida di un paese agonizzante. Soffocato da mafie locali e straniere, miliardari senza scrupoli, poteri occulti e politici corrotti. Un'inchiesta a tutto campo sulla Bosnia di oggi. In libreria la seconda edizione aggiornata del libro di Luca Leone, pubblicato da Infinito Edizioni. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

13/01/2011 -  Francesco De Filippo

Da capolinea a capolinea. Che sia un percorso circolare o da un punto all’altro (il che implica, o fa sperare, un ritorno) poco cambia. Qui è la Bosnia.

Con la furia appassionata di un amante tradito che rivuole indietro la propria compagna – e non malata, stato in cui il tradimento l’ha trasformata –l’Otello Luca Leone urla e si dispera per questa Bosnia. Per quella che è e per quella che (ineluttabilmente?) sarà. Dipende dai più forti e un po’ anche da loro, i bosniaci. E da tutti coloro che nel magma fetido della mafia locale intendono metterci mano o voce. Quella locale di mafia e quella importata, più pericolosa perché insospettabile: veste abiti firmati, è di casa nelle insonorizzate stanze del potere, frequenta nomi quotidianamente sui giornali e vescovi o ulema di altissimo rango. Insomma, quella che conta e che decide le mosse sullo scacchiere internazionale.

Qualcuno molto potente tracciava una linea orizzontale molto vicino al vertice della piramide sociale per spiegare che leggi, regole, quotidianità varie sono forme organizzative che attendono alla parte sottostante della figura geometrica; per i pochi che ne sono al di sopra non vigono gli stessi ordinamenti, chi regola le sorti del mondo siede in un pantheon dove le regole devono necessariamente essere diverse.

Non so se sia vero o soltanto accettabile, ma la Bosnia oggi come la racconta Leone è la materializzazione di questa ipotesi. E non per i miliardari locali che affogano nell’oro e gestiscono media, edilizia, mafiette; e nemmeno per i corrotti politici, dal consigliere del piccolo villaggio al parlamentare di una delle due Entità dello Stato bosniaco (BiH), la Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) o la Republika Srpska (RS). No, questi sono le varie specie di parassiti che spolpano la bestia agonizzante o già morta; il nugolo di mosche che ronza intorno alla carogna asportandone più o meno microscopiche porzioni.

No, mi riferisco alle grandi potenze, alle grandi aziende da quelle supportate, ai potenti gruppi finanziari, alle menti che non hanno volto e che ci sono dietro la scelta di far scoppiare un incendio qua, un conflitto là, una crisi economica da qualche altra parte. A quelli cioè che danno la zampata per atterrare la preda. Poi, una volta che questa è ferita, una volta che il giocattolo è pronto, gente patologicamente tarata come un Karadžić o un Mladić si trova dovunque e a buon mercato per fare il lavoro sporco. Una volta terminato, gli eroi di latta possono venir scaricati.

Gli idealisti, i fiduciosi nell’autorità e gli struzzi non credono a questa teoria. Sono convinti che le dinamiche sociali siano tutte spontanee e che – vista la complessità del progetto e la ancor più difficile sua realizzazione – nessuno abbia il potere per controllare intere porzioni di mondo e di contesti sociali. Tutt’al più, qualcuno potrebbe aver soffiato sul fuoco e indirizzato le fiamme in questa o in quella direzione. Personalmente, sono pessimista e ho un gran rispetto (e timore) dell’aggressività umana, specie se covata con il tepore non dell’odio ma dell’indifferenza, della non conoscenza dell’altro, come accade ai tanti banchieri o industriali formatisi al chiuso di grattacieli di ferro e vetro, abituati a decidere di fronte a numeri, tabelle, diagrammi piuttosto che volti, carne e sangue. Agiscono come generali: questi muovono divisioni di soldati, quelli di operai; questi li mandano al macello o a compiere il macello, quelli in un altro stabilimento o a casa.

Ma tant’è: che sia inconfutabile o falsa questa teoria, i dati di fatto e la realtà coeva sono un esito che attecchisce alla sua fondatezza come alla sua inconsistenza. È tanto oltre da ridicolizzare chi perde tempo ad analizzare le cause. Chi ha fame, non si chiede dove è prodotto il cibo che gli viene porto né se la mano che lo porge è ben lavata. Il distinguo e l’analisi sono leziosità appannaggio della sazietà.

Scomparsi i protagonisti visibili e patinati dello scempio della ex Jugoslavia, uno stormo di predatori si è abbattuto sulla regione. Come ogni specie animale che si rispetti, a soccombere è sempre l’esemplare più debole. Dunque nel mattatoio balcanico se la Serbia poteva contare su Mosca, la Slovenia sulla Germania e la Croazia sul Vaticano, a essere terra di conquista non poteva che essere la Bosnia Erzegovina, fino all’altro ieri raffinato e civilissimo laboratorio di pacifica convivenza sociale e religiosa tra musulmani, ortodossi, cattolici, ebrei e altri ancora.

Poi, i cingolati hanno spezzato il ponte di Mostar, i cuori coraggiosi dei cittadini di Sarajevo, le vite dei diecimila di Srebrenica, e non sono più andati via. È stato soltanto sostituito il mezzo meccanico che vi era montato sopra: dal carro armato alla ruspa. Lo spirito di conquista di chi indossa le mimetiche è soltanto più affilato di quelli che indossano i colletti bianchi. Cambia la scacchiera ma il gioco e le pedine sono le stesse. Chi è arrivato dopo le granate non voleva portare via vite ma soltanto ricchezze, quel poco che era rimasto: cementifici, risorse idriche ed energetiche, edilizia. Ai succubi ancora storditi di una guerra la cui fine non hanno mai compreso, non restavano che stipendi da trecento euro al mese, alti tassi di disoccupazione, classe politica acquistabile sfusa o a pacchetti, produzione clandestina di piccola artiglieria da esportazione, potenti mafie cui assoggettarsi senza fiatare. E una scelta prioritaria e definitiva: stare con i musulmani o con i cattolici. Non per convinzione metafisica ma per tutela sociale, come in alcuni Paesi arabi, come in alcuni Paesi occidentali.

Luca Leone non ci consegna un libro, ci dà uno schiaffo. Lui che bosniaco non è, anzi italianissimo, ha il candore di indignarsi ancora davanti alle fosse comuni terziarie di Srebrenica, di arrabbiarsi per le scorie tossiche colate a picco dai francesi nel lago di Buško, di commuoversi davanti alla splendida natura bosniaca, anche se ancora da sminare e forse solo per questo non contaminata, appiattita sotto una coltre di malta, strappata per far largo a torri di hotel.

La sua inchiesta è dettagliata, analitica, completa. Con nomi e dati. Parziale perché ardente, appassionata; l’urlo di un uomo impotente che vede la devastazione e non ha la forza, le armi per fermarla. Se non quella di affidare la sua voce, il proprio sdegno, alle parole e quelle alla stampa e la stampa agli occhi degli altri, nel tentativo di moltiplicare il messaggio, di fomentare altro sdegno e imbarazzo, altra rabbia e incitare al cambiamento.
Qualcosa della fiera, dura e bella gente balcanica è rimasto. Ha il sapore dello spigolo di uno scoglio. Bosnia Erzegovina con Albania e Islanda sono gli unici Paesi de-mcdonaldizzati.

I responsabili, dietro le quinte, della mattanza non pagheranno mai. Quelli che si sono messi in mostra, poco alla volta e con lentezza, vengono risucchiati dal Tribunale penale dell’Aja. Occorre oggi fare sforzi perché la gente comune di questo Paese, il paese dei centomila morti, non fosse altro che per la sofferenza patita, abbia un sospiro di serenità, un futuro tranquillo. Non agiato, pacifico, animato di un nuovo sorriso.


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