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L'Albania e l'aborto selettivo

Se è maschio, tutto bene, se è femmina nasce invece il dilemma. In Albania l'aborto selettivo è una pratica diffusa. Secondo il Consiglio d’Europa in Albania nascono 112 maschi per 100 femmine, un dato in notevole squilibrio rispetto al rapporto di crescita demografica naturale. Un reportage dalle cliniche di Tirana

articolo SeeNet

Tirana, giorni freddi d’autunno, sala d’aspetto della maggiore clinica ginecologica del Paese. Esmeralda aspetta in fila il suo turno. Indossa vestiti semplici, colori sgargianti, capelli castani raccolti e zigomi alti e rotondi. Con un forte accento delle montagne mi chiede cosa ci faccia in quella clinica e poi mi dice di essere incinta. “Speriamo sia un maschio, perché se è un maschio porta bene a tutta la famiglia. Una femmina non va bene”. Le chiedo perché, ma taglia corto. “E’ così. E’ la nostra tradizione. Qua a Tirana con tutte queste influenze straniere la gente finge di non capire più certe cose”. Le chiedo cosa farebbe se fosse una bimba. “Non so, decideremo in famiglia. Per me non è una tragedia, però è ovvio che decideremo in famiglia. Queste sono cose importanti“.

Se il feto è una femmina sono alte le probabilità che Esmeralda sia costretta ad abortire. Basta una breve attesa presso una delle cliniche ginecologiche di Tirana per notare che il fenomeno è tutt’altro che marginale.

Secondo un recente rapporto del Consiglio d’Europa in Albania nascono 112 maschi per 100 femmine, un dato in notevole squilibrio rispetto al rapporto di crescita demografica naturale. L’Albania è in buona compagnia di alcuni Paesi del Caucaso, mentre col Kosovo si annovera tra i Paesi balcanici più problematici.

Tradizione e transizione

“L’aborto selettivo non è un problema nuovo della società albanese”, afferma una sociologa attivista dei diritti delle donne. “Nel sistema patriarcale tradizionale le figlie femmine sono considerate come nate per essere date al marito, quindi sono in qualche modo estranee alla famiglia. E per tradizione non tramandano il cognome. Se una famiglia ha solo figlie femmine si usa dire che quella famiglia si estinguerà”, mi spiega.

Dello stesso problema negli anni '60 si era in parte occupato anche il regime di Enver Hoxha, nell’ambito della sua campagna di modernizzazione e sradicamento di tradizioni considerate retrograde. E' di quei tempi una canzone in cui, in versi sdolcinati, si prende in giro la reazione di un pastore che ha avuto una figlia e che inizialmente ne è rimasto deluso ma poi riesce a superare il problema e si 'modernizza'.

Secondo gli esperti del settore per molti anni, durante il comunismo, il problema aveva perso d'attualità. Mentre ora - con la transizione, il vuoto di potere e la fragilità istituzionale - l'aborto selettivo sembra essere una pratica nuovamente utilizzata.

Nuova-vecchia vita in città

La società albanese è caratterizzata da una polarizzazione sempre più marcata e, sentendo parlare di questo fenomeno, molti albanesi che vivono nelle principali città tendono rapidamente a classificare la questione come tipica del nord del Paese, considerato il più arretrato e retrogrado.

Programma SeeNet II 

Il programma di cooperazione decentrata italo-balcanica SeeNet II include attività specificamente volte alla creazione e al rafforzamento di una rete integrata di servizi territoriali che operano nell'ambito del contrasto alla violenza alle donne. In particolare, l'azione con a capo la regione Emilia-Romagna, e partner italiani le Marche e la Regione Toscana, dà il proprio sostegno a questo tipo di attività nell'area di Novi Sad. In Albania, soprattutto nelle aree di Scutari, Elbasan e Valona, la stessa azione guidata dall'Emilia-Romagna sta realizzando un 'percorso nascita' per tutelare la donna dalla gravidanza al post-parto; si occupa di attività di ricognizione del mercato del lavoro e formazione professionale finalizzato allo sbocco lavorativo di giovani e donne, con particolare riguardo a ragazzi/e in uscita dagli orfanotrofi; e infine sta dando il proprio sostegno alla pianificazione e programmazione sociale a livello municipale.

Ma la maggior parte degli aborti avviene nelle città, dove del resto vive la maggior parte della popolazione. In particolar modo nella capitale Tirana il risultato di migrazioni massicce e caotiche è stato la mancanza di coesione e la formazione di vere e proprie società parallele che comunicano poco tra di loro. “Le donne che tendono maggiormente ad abortire quando vengono a sapere che avranno una figlia femmina, sono originarie del nord del Paese. In città continuano a vivere come se fossero ancora nei loro villaggi di montagna” commenta la ginecologa Vjollca Tare.

“Non vi sono statistiche accurate, ma in base ai nostri sondaggi realizzati in quella che è la clinica ginecologica più grande del Paese, la “Kico Gliozheni”, solo nel 2010 sono avvenuti 470 aborti. Le cause principali sono i motivi economici, deformazioni e il sesso del feto“ spiega Rubena Moisiu primario della clinica Kiço Gliozheni.

Per legge l’aborto in Albania è consentito sino alla dodicesima settimana della gravidanza. Entro quella scadenza non è però sempre possibile individuare il sesso del nascituro. “E’ un ostacolo comunque sormontabile – afferma Rubena Moisiu – basta ottenere una giustificazione medica, del medico specialista ed individuare un motivo conforme alla legge per consentire l’aborto”.

Secondo i report sulla corruzione in Albania risulta che i medici siano tra le categorie più corrotte nel Paese. “Non è difficile dimostrare di dover abortire a causa del diabete, o per via dello stato psichico della donna”, spiega Rubena Moisiu.

Quale rimedio

All’interno del Consiglio d’Europa vi è chi, per rimediare al fenomeno, ha proposto di impedire ai medici albanesi di far sapere ai genitori il sesso del feto. Ma i medici a Tirana sono divisi su tale aspetto, e molti di loro la ritengono una violazione dei diritti dei genitori. Sevim Arbana, a capo di una delle associazioni più attive in Albania sui diritti delle donne, sostiene che il miglior rimedio sia informare e intraprendere una campagna di sensibilizzazione per le giovani coppie, per fare in modo che la possibilità di avere una figlia femmina sia accettata con la stessa gioia con cui si accoglie un figlio maschio.

Dello stesso parere il ginecologo Elton Peçi, che denunciando la struttura patriarcale della società albanese invita ad attivare una serie di misure di controlli e sanzioni per i medici che si rendono responsabili dell’aborto selettivo. “Il problema principale - afferma - sono le cliniche private che sfuggono ai controlli dello stato”.

Le autorità sulla questione non hanno mai adottato una posizione netta, in attesa di ratificare passivamente eventuali indicazioni che arriveranno dalle istituzioni europee. Ma c'è chi afferma che lo Stato potrebbe fare rapidamente qualcosa. “La fonte di questo problema riguarda la trasmissione per la linea maschile del cognome e dell’eredità della famiglia. I maschi tramandano il cognome del padre, mentre le femmine lo perdono, per acquisire quello del marito. Si dovrebbe superare questa barriera, fare in modo che all’anagrafe le madri possano trasmettere il proprio cognome ai figli, in alternativa o a fianco a quello del padre”, commenta la ginecologa Vjollca Tare.

Poche settimane dopo la pubblicazione del rapporto allarmante da parte del Consiglio d’Europa, l’aborto selettivo è sparito dalle pagine dei media albanesi, senza che alcuna reazione sia avvenuta rispetto alle istituzioni che dovrebbero occuparsene. Esmeralda, e altre future madri, continueranno a condizionare la loro gravidanza al sesso del feto. E chissà per quanto tempo ancora la maggior parte degli albanesi metterà le mani avanti, stigmatizzando l’aborto selettivo, come “roba da montanari”, ugualmente come si è fatto con un’altra piaga sociale dell’Albania contemporanea, la Vendetta di sangue.

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