Sulla carta i diritti vengono garantiti. Ma la realtà è tutt'altra. E' difficile in Albania diventare madri e vedere rispettato il proprio diritto alla maternità. Un reportage della nostra inviata

23/12/2011 -  Marjola Rukaj

“Senza figli la vita non ha senso” dicono gli anziani e in Albania ne sono convinti anche i più giovani. Dopo il matrimonio, o qualche anno di convivenza, le ragazze albanesi diventano madri come il buon senso e la tradizione suggerisce.

Ma mentre diventare madri è quasi una regola non scritta, la vita delle giovani madri albanesi è tutt’altro che agevolata dalla società, dal mercato del lavoro, dalla società civile e dalle strutture che dovrebbero tutelarle.

Non vi sono statistiche al riguardo ma a Tirana, nonostante sia la città più sviluppata del Paese, abbandonare il lavoro dopo aver partorito un figlio, essere licenziate in coincidenza della gravidanza o altre violazioni dei diritti delle donne sono all’ordine del giorno.

Ilira, Arta e le altre

Ilira è una giornalista, tra le più note del Paese. Lavora presso uno dei canali televisivi albanesi che vanta tecnologia e professionalità d’avanguardia nei Balcani. Da poco ha avuto un figlio e la sua vita, come spesso avviene, è cambiata. “Non mi interessa più nulla, neanche il lavoro, però devo lavorare per mantenerlo e per garantirgli una vita dignitosa”, taglia corto mentre la intervisto, chiedendole della sua vita professionale.

Nonostante questo durante la gravidanza ha lavorato senza sosta, anche quando, negli ultimi mesi, non poteva più apparire in tv. Dopo il parto si è presa solo due settimane di permesso e il quindicesimo giorno è rientrata al lavoro. “Non potevo mollare. Non mi hanno fatto nessuna pressione, però so che non posso chiedere al mio datore di lavoro di rallentare il lavoro a causa mia. Non volevo smettere di lavorare, perché avere un bambino a Tirana oggi costa tantissimo” mi spiega, considerando il suo comportamento una normalità. “La maggior parte delle mie colleghe fa così. Altrimenti si rischia di perdere il lavoro. Non siamo più ai tempi del comunismo, quando le nostre madri avevano tutto garantito”.

Arta invece, giornalista di spicco per un’altra televisione, è stata licenziata. “Per inefficienza – spiega – all’improvviso, quando ero al sesto mese di gravidanza, il mio datore di lavoro si è reso conto che io ero inefficiente”. Ma Arta non si è arresa. Stupendo tutti, ha rivendicato i suoi diritti, facendo causa al suo datore di lavoro. Dopo qualche mese i magistrati le hanno dato ragione e lei ha ottenuto il dovuto risarcimento. In seguito però ha dovuto trovare lavoro presso un altro gruppo editoriale.

Il caso di Arta è isolato e mentre lo menziono ad Iliria e alle sue colleghe i commenti sono tutt’altro che confortanti. “Si, si può far causa, si può anche vincere, ma dopo? Come faresti a continuare a lavorare in un ambiente ostile? E poi non è importante ciò che avviene in quei pochi mesi della gravidanza, ma il dopo, condannarsi alla precarietà quando si ha più bisogno di prima di sicurezza? Meglio un compromesso”.

Garantismo non fa rima con capitalismo

Eppure sono ben chiare le previsioni normative che garantiscono i diritti della maternità. Non solo, si tratta di una legge comparabile alle migliori esistenti nell’Unione europea. Nel 2010, nell’ambito della riforma della legislazione albanese, e l’avvicinamento all’Unione europea, il parlamento ha approvato senza grossi dibattiti una legge che concede il diritto di assentarsi per alcuni mesi dal lavoro persino ai padri. Le madri possono assentarsi dal lavoro fino a 365 giorni in totale. Obbligatorio assentarsi 35 giorni prima del parto e non rientrare prima di 42 giorni dopo.

Quella che sembra la tendenza delle donne albanesi è l’usufruire il minimo possibile dei propri diritti, o addirittura in misura molto inferiore rispetto a quanto prevede la legge. Mentre tra i padri nessuno sceglie di usufruire del diritto di assistere il neonato rinunciando al lavoro per un certo periodo, come la legge suggerisce. Di conseguenza, le nuove norme sul diritti dei genitori e del nascituro, si aggiungono a quell'ampio spettro di leggi albanesi, estremamente moderne ma destinate a rimanere sulla carta, senza segnare alcun progresso reale nel rispetto dei diritti dei lavoratori.

Donne vanno in politica

Quello che emerge per lo più in Albania è la sfiducia nei propri diritti. Una mentalità ereditata dal totalitarismo e che rivisitata in tempi di capitalismo selvaggio suggerisce che sia normale che il cittadino venga schiacciato dal sistema, da chi è più forte. Ribellarsi è roba da idealisti ingenui d’altri tempi, che lottano contro i mulini al vento. La scelta giusta è il compromesso, per conservare le poche certezze che si hanno.

A peggiorare la situazione si aggiunge anche la profonda crisi che caratterizza attualmente la società civile albanese. Di anno in anno le Ong che si occupano dei diritti delle donne sono diventate sempre meno numerose. Alcune donne a capo di progetti interessanti seppur di breve termine in passato, hanno abbandonato il loro attivismo civile per entrare in politica per lo più nelle fila del Partito Socialista. Una volta in politica però le ex attiviste si sono reinventate, voltando pagina e considerando le questioni femminili con la stessa sensibilità con cui le considerano i loro colleghi maschi. Il risultato è il solito opportunismo politico e la società civile utilizzata come un trampolino preparatorio all’approdo in politica. L’interesse civile sembra l’ultima delle priorità.

Ad Ilira, Arta e a molte altre non rimane che vivere quotidianamente il loro essere donne emancipate e madri in carriera, passando da un compromesso all’altro. Sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti, correndo a ritmo di capitalismo selvaggio, per non arrendersi del tutto.


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