Brescia e Zavidovici, una relazione di lungo corso. Dai primi aiuti umanitari alla costituzione nel 1997 dell'ADL a Zavidovici, fino al decennale dell'aprile prossimo. Quale il filo conduttore di questo rapporto? Un'intervista ad Agostino Zanotti, dell'Associazione "Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovici"

22/02/2007 -  Nicole Corritore

Brescia e Zavidovici , due territori vicini grazie ad una relazione di lungo periodo. Quando ha avuto inizio e perché?

Il primo contatto con Zavidovici è nato nel 1992 a seguito di un appello lanciato da alcuni amici bosniaci che erano stati a Brescia a lavorare come taglialegna. Era scoppiata la guerra e purtroppo si ritrovavano in una situazione difficile. La loro richiesta era quella di aiutare delle vedove di guerra, accogliendole in Italia per tre mesi. Abbiamo raccolto la loro richiesta, colpiti anche dall'esperienza della "marcia dei 500" che avevamo fatto a Sarajevo nel dicembre del '92, dove avevamo visto che i riflettori dei media erano tutti puntati su questa città mentre negli angoli nascosti della Bosnia non ci andava quasi nessuno.

Eravamo un gruppo di persone che si interrogavano sulle vicende che accadevano in Bosnia: come mai tutto ciò accadeva? Noi dove eravamo, cosa potevamo fare? Tutti interrogativi che stavano attraversando il pacifismo di quegli anni. Ci siamo poi coalizzati attorno alla sigla "Coordinamento bresciano di iniziativa e solidarietà", la quale accoglieva varie associazioni che avevano sostenuto i bresciani andati a Sarajevo con la "marcia dei 500".

Siete riusciti ad ottenere subito il sostegno dalla municipalità di Brescia?

Al momento la città di Brescia non si era ancora esposta: l'amministrazione era attenta a quello che succedeva ma era un po' meno partecipe dal punto di vista della disponibilità a mettersi in campo, a dialogare. Abbiamo invece ottenuto consenso da comuni più "piccoli" rispetto a quello di Brescia ma sempre di 35.000 abitanti, come Gussago. Era maggiore la possibilità di raggiungere il sindaco, alcuni sindaci si erano dimostrati sensibili, intenzionati ad attivarsi e mettersi in gioco.

Ci siamo dunque organizzati e abbiamo deciso di andare nel cuore del conflitto, non per spirito di eroismo ma con l'intento di proseguire con l'idea della marcia dei 500, cioè con l'idea dell' "ingerenza umanitaria", che nominata oggi fa un altro effetto... Volevamo entrare nel pieno del conflitto per costruire corridoi umanitari che potessero contemporaneamente convogliare aiuti umanitari e avvicinare le persone, farle incontrare. Volevamo cercare di ribaltare ciò che la guerra stava producendo: la disgregazione del tessuto sociale, la polarizzazione delle persone in chiave etnica.

Parliamo di 14 anni fa. Accolte le vedove di Zavidovici, i rapporti di collaborazione sono dunque continuati...

Oltre alle vedove, abbiamo accolto anche altre persone, profughi, bambini, disertori, più di 200 persone tra Brescia, Cremona e Alba. Ci tengo a dire che l'esperienza dell'accoglienza dei profughi è stata molto difficile, umanamente importante e significativa anche dal punto di vista del metodo adottato. Nel senso che avevamo fatto un accordo con la municipalità di Zavidovici: quello di riportare a Zavidovici queste donne ma anche altri profughi che l'avessero desiderato. In realtà si trattava di una duplice promessa: la prima nei confronti dell'amministrazione, alla quale avevamo promesso che non avremmo fatto noi stessi "pulizia etnica" e che ci saremmo adoperati per ricostruire insieme il tessuto sociale. La seconda promessa l'abbiamo fatta alle donne che hanno coraggiosamente deciso di tornare, cioè quella di essere con loro nel momento della ricostruzione. Promesse che hanno rappresentato il binario su cui abbiamo costruito il progetto dell'Ambasciata della Democrazia Locale.

Quando è nata l'Associazione "Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovici"? Con quali scopi?

E' nata ufficialmente nel 1997. Abbiamo impiegato un anno e mezzo a costruire lo statuto dell'associazione, perché l'abbiamo discusso all'interno dei consigli comunali e dei consigli provinciali, assieme agli assessori e ai funzionari dei comuni ma anche alla società civile di Brescia che voleva costituire questa associazione. E' stato un percorso faticoso, ma partecipato e importante. Allora non avevamo ancora un rapporto di continuità con l'amministrazione di Zavidovici, che si è sviluppato nel tempo. Dal '92 al '95 avevamo fatto 8 missioni ma tutte dettate dal ritmo del conflitto. Per cui si restava poco in loco e sempre in stato di tensione, ci confrontavamo con loro su alcuni temi ma con il timore che non fossero comprese fino in fondo. Quindi dal '97 in avanti, proprio grazie al concetto di delegazione permanente a Zavidovici, è stato possibile costruire diversi progetti in molti settori e dare continuità alla relazione.

Molti si dedicavano alla ricostruzione materiale e secondo noi era importante che qualcuno si occupasse della ricostruzione sociale, della ripresa delle cosiddette "misure di fiducia", tra gli uomini e tra le donne dello stesso territorio, che il conflitto aveva distrutto. E' stato questo il nostro filo conduttore, che si è concretizzato, per fare degli esempi, in progetti di microcredito, progetti in campo ambientale, la scuola di giornalismo per giovani, la ricostruzione di spazi di carattere ricreativo e assistenziale... Abbiamo lavorato assieme alle donne e alcuni gruppi vulnerabili, come le donne di Srebrenica sopravvissute al tremendo eccidio del '95. Con loro, a Zavidovici, siamo riusciti a realizzare dei progetti per "addolcire", se si può utilizzare questo termine, la loro quotidianità.

Quale, secondo voi, il livello di partecipazione, di coinvolgimento, sei soggetti dei due territori?

In questi anni abbiamo riflettuto molto sul senso di quello che abbiamo fatto. Non semplicemente dall'Italia, ma anche e soprattutto con gli amici, la controparte bosniaca. Da un lato eravamo partiti pensando che il tempo non fosse un fattore determinante, invece lavorare sulla ricostruzione sociale richiede molto tempo. Questa è una prima critica che ci facciamo. Pensavamo di fare alcune cose in tempi brevi, non siamo riusciti a farle ancora adesso proprio perché esse richiedono tempi molto lunghi. Dall'altra abbiamo verificato che è necessario stare sulle cose e riuscire a portarle avanti e in questo senso il tempo ci ha aiutati. In questi anni sono passate dall'ADL centinaia di persone che hanno offerto il loro contributo, un dato positivo, che testimonia il coinvolgimento da parte del territorio bresciano. Gli anni sono serviti a consolidare il gruppo di lavoro, fatto di relazioni importanti. I rapporti con i nostri partner istituzionali sono ormai consolidati ed essi credono in questo progetto, come sono consolidate le collaborazioni con le università attraverso protocolli scritti, e i rapporti di gemellaggio tra scuole procedono ormai in maniera autonoma.

L'idea di ricostruire un territorio europeo condiviso c'è e funziona, tant'è vero che per il decennale dell'ADL del prossimo aprile, prevediamo l'organizzazione 4 pullman di persone molto eterogenee. Il dato negativo è un po' insito nella consapevolezza del nostro limite. In questi dieci anni pensavamo di toccare anche grandi temi come la macropolitica o la macroeconomia, ma non ce l'abbiamo fatta, abbiamo dovuto un po' abbassare la testa rispetto a questo obiettivo. Riusciamo a lavorare sicuramente bene sul piano relazionale, sulla costruzione di una "speranza di futuro" migliore dell'attuale, sia per loro che per noi... ma la capacità di mettere effettivamente i bastoni fra le ruote o attivare meccanismi nuovi, diversi e significativi, non c'è ancora.

La nostra valutazione rispetto al coinvolgimento del territorio bosniaco è altalenante. A volte ci troviamo di fronte a risposte quasi passive che ci arrivano dalla società civile di Zavidovici e non solo. C'è stata apatia, assenza di desiderio a volersi mettere in campo... per cui a volte ci sembra di continuare a forzare un po' la mano, rispetto a certi temi, come ad esempio l'analisi del conflitto. Però si intravvedono sicuramente spiragli di luce: lavorando con i giovani e con amministratori più sensibili siamo riusciti a porre sul tavolo alcuni ragionamenti che crediamo importanti, soprattutto legati alla concezione dello sviluppo. Ad esempio cercando di realizzare serre biologiche, di aprire ad un turismo "dolce", di lavorare sulla salvaguardia dell'ambiente e dei beni comuni, anche il bene comune che è la democrazia. Abbiamo verificato che è importante continuare a parlare, soprattutto con i giovani e i pochi intellettuali che ci sono ancora.

Ho assistito ad un processo molto partecipato dal dopoguerra fino alle soglie del 2000. In quel periodo la società civile esprimeva una grande energia, molta partecipazione, voglia di credere ad un futuro all'interno del quale c'era effettivamente la parola "Europa". Per tutti i ceti sociali, ha rappresentato una forte delusione il non ingresso in Europa. Delusione che ancora oggi si sente e si respira, che ha portato al "ritiro" ulteriore tra le mura di casa, alla perdita di quel "velo illusorio" rappresentato dall'ingresso in Europa. Per loro è ancora doloroso aver bisogno di un visto per uscire dalla Bosnia Erzegovina.

Hai accennato al decennale. In questa occasione inaugurerete una palestra, il cui impianto di riscaldamento è finanziato con il sistema delle sottoscrizioni. Come mai questa scelta?

Il viaggio che abbiamo organizzato per il decennale si svolge tra il 4 e il 9 aprile. Negli ultimi giorni si concentrano le iniziative previste a Zavidovici e tra questi anche la decima edizione della corsa campestre "Vivicittà", agonistica e non agonistica, che si svolge da anni anche in altre località della Bosnia Erzegovina.

Rispetto alla sottoscrizione. Una scelta che abbiamo ritenuto importante per fare una verifica del radicamento dell'associazione sul territorio di Brescia, e dell'interesse delle persone rispetto a queste tematiche. Si trattava di raccogliere "solo" 10.000, ma attraverso la vendita di biglietti a 1 euro ciascuno! Ciò significava riuscire a coinvolgere migliaia di persone. E' stata una sfida e siamo soddisfatti dei risultati: ne abbiamo venduti già 7.500. E' una risposta forte, importante e significativa, sulla quale vale riflettere perché dà il senso della vicinanza tra noi e il nostro territorio. Raccogliere un euro è poco ma di questi tempi è un dato importante perché non è spersonalizzante come l'SMS. Sei tu che vai dal tuo vicino a chiedere: "Vuoi dare un euro per una palestra?". Lui ti chiede di che palestra si tratta, tu glielo racconti e comincia un dialogo che riteniamo sia un buon strumento attraverso il quale distribuire l'informazione e rafforzare la partecipazione.

Un'altra metodologia utilizzata che credo vada sottolineata, è relativa alla scelta del progetto. Abbiamo indetto un bando cittadino a Zavidovici e sono pervenuti 23 progetti, presentati da diverse realtà del territorio. Abbiamo fatto parte del comitato di valutazione ed è stato scelto il progetto della palestra. Questa è una metodologia che fa parte del nostro DNA, cioè di intervento non imposto ma condiviso. Un metodo che avevamo usato proprio agli inizi, con la realizzazione della "Mappa dei bisogni e delle risorse" per cui tutti esprimevano i propri bisogni, si identificavano le risorse e si individuavano le priorità sul territorio. Si tratta del progetto "Atlante" realizzato nei primi anni del dopoguerra, che ha visto il coinvolgimento di UNDP e diversi soggetti italiani allora attivi in programmi di cooperazione in Bosnia.

Quindi avete collaborato con altri soggetti italiani della cooperazione. La collaborazione continua?

Fin dall'inizio nell'ambito del Consorzio Italiano di Solidarietà, di cui siamo anche soci fondatori, con un rapporto che perdura. Abbiamo collaborato con diverse associazioni internazionali, con quelle italiane un po' meno. Siamo venuti a contatto con "Bergamo per Kakanj" che ha operato nella città di Kakanj dal 1994 al 2000, ma anche altri. Oggi siamo ovviamente in contatto con l'intera rete delle ADL di cui facciamo parte ma in maniera più stretta, proprio per storia comune, con quella di Prijedor. Questa ADL è nata leggermente dopo di noi ma abbiamo avuto sempre momenti di condivisione, che vorremmo maggiormente sviluppare in futuro. Infatti, attualmente stiamo ragionando su di un progetto comune, che interessi sia Prijedor sia Mostar, oltre a Zavidovici.

Intendiamo continuare a stare a Zavidovici e crediamo di poter riaffrontare il tema critico del rapporto con Zepce, una cittadina vicina a Zavidovici a maggioranza bosniaco-croata. E' un territorio un po' critico dal punto di vista della convivenza e desideriamo lavorare sul piano sociale, cercando di approfondire ulteriormente il concetto dei mediatori di comunità, dei mediatori di territorio. Cercare cioè di far emergere le risorse che esistono sul territorio e intersecarle con i bisogni, ma soprattutto far emergere i conflitti esistenti, diventando soggetti attivi in questo ambito sia sul nostro territorio, sia oltre adriatico.