Agostino Zanotti di fronte alla lapide (Foto Andrea Rossini)

Agostino Zanotti di fronte alla lapide (Foto Andrea Rossini)

Amici e familiari hanno posto una stele nel luogo della strage dei tre pacifisti italiani Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni, uccisi il 29 maggio di venti anni fa mentre portavano aiuti alla popolazione bosniaca

20/05/2013 -  Andrea Oskari Rossini Gornji Vakuf

“Voglio condividere con voi la memoria di quel giorno.” Agostino Zanotti, uno dei due sopravvissuti alla strage del 29 maggio, inizia un lungo racconto. Davanti a lui ci sono alcune decine di parenti e amici delle vittime, italiani e bosniaci, i rappresentanti delle autorità locali e dell'Ambasciata d'Italia.

Siamo su una strada sterrata, tra Gornji Vakuf e Novi Travnik, nel punto in cui 20 anni fa il convoglio di aiuti umanitari organizzato dai volontari di Brescia e Cremona per portare aiuti alla popolazione di Zavidovići fu fermato dai soldati di Hanefija Prijić.

Il vento solleva la polvere mentre Agostino scandisce i dettagli di una storia rivissuta chissà quante volte. Nelle cartine delle Nazioni Unite questo era un tratto della “strada dei diamanti”, un nome di fantasia per definire la lunga direttrice che da Spalato portava fino a Tuzla. Era l'unica via aperta per raggiungere Zavidovići, la cittadina a cui i volontari italiani erano legati da un'amicizia che durava da prima della guerra.

Solo poche centinaia di metri più a valle, fuori da Gornji Vakuf, i caschi blu delle Nazioni Unite avevano dato loro il permesso per il passaggio. In questo punto, però, il camion e la jeep italiane furono fermati dai soldati bosniaci.

“Erano le quattro e mezza del pomeriggio. La stagione era questa. Davanti c'era il camion con Fabio e Sergio, io ero dietro nella Lada con Christian e Guido. I soldati ci hanno fermato qui, e subito è arrivato Paraga [Hanefija Prijić, ndr], il capo del gruppo.”

Davanti ai presenti scorrono le immagini del racconto. Agostino non tralascia nessun dettaglio, come aveva fatto 10 anni fa in un'aula del Tribunale di Travnik di fronte a Prijić e ai giudici.

“Dopo averci derubati di tutto, due soldati ci hanno scortati nel bosco. Abbiamo capito che stavano per ucciderci. Eravamo in fila. Guido era il primo, poi Christian, Fabio, Sergio e io l'ultimo.”

Gli ultimi gesti dei soldati sono strappare la croce che Fabio e Sergio tenevano al collo, prima di cominciare a sparare con i kalashnikov mentre Fabio grida: “Perché?”

Agostino e Christian si salvano fortunosamente, l'uno gettandosi in un fiume, l'altro nascondendosi nel bosco. Si ricongiungeranno solo due giorni più tardi.

I cinque volontari appartenevano al “Coordinamento bresciano iniziative di solidarietà”, un'associazione laica che portava aiuti alla popolazione bosniaca e ospitava in Italia chi fuggiva dalla guerra, e al gruppo “Caritas di Ghedi”. Guido Puletti era giornalista, Christian Penocchio è tutt'ora fotografo.

Il monumento

Il monumento deposto venerdì nel punto in cui il convoglio fu fermato è opera dell'artista bresciano Pietro Zanotti, fratello di Agostino. È diviso in due volumi, “per mostrare la frattura, l'atto violento che ha separato il gruppo dei cinque.”

Nel corso della breve cerimonia Esther Puletti, la sorella di Guido, unisce con una fune i due elementi, “per sancire la separazione fisica ma anche il permanere di una unione.”

Il sindaco di Gornji Vakuf - Uskoplje, Sead Čaušević, esprime le condoglianze alle famiglie delle vittime e il “rispetto per coloro che hanno dato la loro vita per una Bosnia Erzegovina migliore.”

Suad Omerašević, sindaco di Zavidovići, la cittadina verso cui i pacifisti erano diretti e dove prosegue ancora oggi l'esperienza di cooperazione e solidarietà avviata negli anni '90, rivolgendosi ai presenti li ringrazia “per aver trovato la forza di accettare che quanto avvenuto il 29 maggio non appartiene alla Bosnia Erzegovina, e per aver mantenuto il ponte di amicizia creato con questo paese.”

La rappresentante dell'Ambasciata d'Italia, Ilaria Ragnoni, esprime il cordoglio dell'Ambasciata ricordando “i molti italiani che hanno portato aiuto al popolo bosniaco durante e dopo la guerra.”

Il peso dell'impunità

Hanefija Prijić, il capo del gruppo responsabile della strage, è stato condannato in secondo grado dalla giustizia bosniaca il 3 aprile 2002 a 13 anni di carcere per l'uccisione dei tre pacifisti. Ha scontato una parte della pena nel carcere di Zenica prima di accedere ad un regime di semilibertà. Secondo il computo della pena, nell'estate prossima  sarà definitivamente libero. Nel corso del processo non ha detto perché, dopo aver derubato gli italiani, li ha consegnati ai soldati per farli uccidere.

I responsabili materiali delle uccisioni non sono mai stati individuati. Sono due dei (molti) criminali che non hanno trascorso neppure un giorno dietro le sbarre per i delitti commessi in Bosnia negli anni '90.

Una donna di Srebrenica, amica dei pacifisti, abbraccia la sorella di Guido. “So cosa vuol dire seppellire un fratello. Io ne ho sepolti due, oltre a mio marito e mio figlio.”

La cerimonia laica si scioglie dopo gli ultimi interventi delle istituzioni. Sono rappresentati gli enti locali di Alba, Brescia e Cremona, le tre comunità che, dopo il 29 maggio,  hanno dato vita alla “Ambasciata della Democrazia Locale” a Zavidovići, e la Caritas della Bosnia Erzegovina.

Venti anni dopo, nessuno è in grado di dare una risposta alla domanda gridata da Fabio Moreni.

Restano un monumento nel bosco e il testo della lapide vergato dal poeta e scrittore Giacomo Scotti:

“Compiendo una missione umanitaria

i volontari della pace Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana

furono qui massacrati il 29 maggio 1993.

Questa lapide posero i loro compagni.”

 

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