I "fratelli del sud" sono stata una vera e propria ossessione per la Slovenia. Gli aiuti economici indirizzati nel periodo jugoslavo alle zone meno sviluppate erano visti con un certo malcontento. Oggi, con la crisi greca, la Slovenia teme di dover aiutare altri "fratelli del sud", questa volta nel quadro dell'Unione europea

18/05/2010 -  Stefano Lusa Capodistria

I “fratelli del sud” sono stati per decenni una vera e propria ossessione per la Slovenia. Al tempo della federazione jugoslava gli aiuti che erano destinati alle “zone meno sviluppate” del paese cominciarono a provocare sempre più fastidio e sempre maggiori perplessità. Si pensava che i soldi sloveni venissero buttati via o andassero, tutto sommato, a dei fannulloni. Con la dissoluzione della Jugoslavia prima e con l’entrata nell’Unione europea poi Lubiana pensava di essersi liberata definitivamente del suo meridione e dei Balcani.

Gli sloveni ce l’avevano messa tutta per entrare “in Europa”. Con la sindrome dei primi della classe, si erano impegnati a fondo per far quadrare i loro conti. Ben presto si accorsero di rischiare di dover versare più soldi nelle casse comunitarie di quanti ne avrebbero ottenuti da Bruxelles. Già a pochi mesi dall’adesione di Lubiana all’Unione europea la cosa non mancò di provocare preoccupazione e più di qualche stizzito commento su come essere troppo diligenti non pagava. Qualcuno cominciò intanto ad evocare scenari simili a quelli della vecchia federazione.

Lo scoppio della crisi greca ha messo Lubiana maggiormente di fronte agli spettri del suo passato. Recentemente il settimanale conservatore Demokracija ha scritto, così, senza mezzi termini che la Slovenia, come al tempo dell’ex Jugoslavia, oltre ai suoi problemi risolverà anche quelli dei “fratelli del sud”, con l’unica differenza che adesso è nell’Unione europea e che i “fratelli del sud” sono i greci.

Lubiana, nonostante molte perplessità, farà la sua parte per il risanamento della crisi finanziaria del paese ellenico. Il suo contributo sarà di quasi 400 milioni di euro, che in percentuale significa lo 0,48% dell’aiuto complessivo che i paesi della zona euro concederanno ad Atene.

Il premier sloveno, Borut Pahor, però, non ha mancato di precisare che Lubiana vigilerà sul piano di risanamento ed ha anche sottolineato che se non verranno seguiti scrupolosamente i criteri imposti verrà bloccata l’erogazione del credito.

Lubiana per aiutare la Grecia, ed anche per risanare i propri conti pubblici, ha annunciato tagli di spesa. Si tratta di ridurre il deficit di bilancio che lo scorso anno si è attestato sul 5,5% del Pil. La Slovenia, intanto deve fare i conti anche con una vera e propria impennata del debito pubblico. Si è passati dal 22,8% del Pil del 2009 al 35,7 del 2009.

Il paese, comunque, non vorrebbe perdere il controllo della spesa pubblica anche perché non vuole rischiare di rimanere escluso dal gruppo dei primi. A Lubiana si evocano intanto gli spettri di un’Europa a due velocità e si rimarca la necessità di far rimanere il proprio vagone attaccato alla locomotiva che procede più spedita, anche se si dovessero fare dei sacrifici.

Oramai si parla apertamente della necessità di elaborare meccanismi per “far uscire” uno stato dalla zona euro se non dovesse o non potesse più rispettare i parametri fissati. I commentatori, del resto, non hanno mancato di sottolineare che la Slovenia per entrare nelle moneta unica ha dovuto rispettare tutti e cinque i criteri di Maastricht, mentre un eguale rigore non era stato adottato per i paesi di prima adesione. A Grecia, Italia e Belgio era stato concesso di entrare con un debito pubblico ben superiore a quello fissato, mentre altri paesi hanno potuto non rispettare qualche altro parametro.

Gli aiuti alla Grecia hanno destato e continuano ad alimentare grosse perplessità. Secondo alcuni i soldi che verranno erogati non saranno mai più restituiti, mentre il leader dell’opposizione Janez Janša ha definito il provvedimento ingiusto ed inefficace. Janša ha puntato il dito sul debito pubblico greco, ma soprattutto sul fatto che i dati reali macroeonomici del paese sono stati celati. Non è la prima volta che accade, ha detto, visto che Atene lo avrebbe fatto anche al momento del suo ingresso nell’area dell’Euro.

In Slovenia non si è mancato di far capire che i soldi dati ad Atene sono denaro tolto di bocca ai lavoratori, che starebbero molto peggio di quelli greci. Lo stesso premier Borut Pahor, nel marzo scorso, non ha mancato di dire che è difficile pretendere che il lavoratore sloveno, che dovrebbe andare in pensione a 65 anni, aiuti quello greco va in pensione a 55.

Vista dalla prospettiva slovena la Grecia, del resto, è un paese di privilegiati. Giornalisti e politici, così, hanno fatto a gara per sottolineare come i dipendenti pubblici ellenici godano di tredicesima e quattordicesima e persino di un’integrazione salariale se arrivano puntuali al lavoro. Benefit questi inimmaginabili per i lavoratori sloveni, che del resto possono contare su stipendi, in media, più bassi.

Di fronte a tutto ciò appaiono incomprensibili le manifestazioni di piazza contro il piano di risanamento adottato dal governo ellenico. In Slovenia, infatti, non si è abituati allo scontro muro contro muro e si tentano di risolvere i problemi con la concertazione sociale. Così è successo anche all’inizio della crisi economica. Il governo voleva fare dei tagli nel settore pubblico, i sindacati non ne volevano nemmeno sentir parlare. Poi a Pahor è bastato alzare un po’ la voce per fare digerire ai sindacati il congelamento degli scatti salariali promessi ai dipendenti pubblici.


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