Ulus, Ankara (Foto kriskaer, Flickr)

I lavoratori degli ex monopoli di Stato turchi guidano mobilitazioni sempre più forti contro la politica ultra-liberista del governo Erdoğan. L'analisi dei rappresentanti sindacali, la solidarietà della popolazione di Ankara con i lavoratori

31/03/2010 -  Alberto Tetta Ankara

Era dal colpo di Stato del 1980 che in Turchia il movimento dei lavoratori non era così combattivo. La disoccupazione alle stelle, la crisi globale, la politica economica ultra-liberista del governo Erdoğan, i licenziamenti dovuti al processo di privatizzazione delle aziende pubbliche stanno alimentando lo scontento tra i lavoratori.

A fare da apripista sono stati i 279 dipendenti dell'azienda pubblica Kent A.Ş., che a novembre hanno organizzato una marcia di 350 chilometri tra Izmir e Ankara per protestare contro l’esternalizzazione dei servizi di pulizia e manutenzione urbana di Izmir che li aveva lasciati senza lavoro.

E' a dicembre, però, che è iniziata la mobilitazione più importante di questi mesi, quella dei lavoratori della TEKEL, i monopoli di stato turchi, che per quasi ottanta giorni si sono accampati, ad Ankara, davanti alla sede del più importante sindacato del paese, Türk-İş, chiedendo di essere assunti come dipendenti statali con lo stesso stipendio, che percepivano prima che la loro azienda venisse privatizzata, circa 1.500 lire turche al mese (750 euro).

Il governo, invece, ha offerto ai diecimila dipendenti TEKEL un contratto di soli undici mesi con stipendi che vanno da un minimo di 300 lire turche (150 euro) a un massimo di 850 (425 euro), a seconda del livello di istruzione. Questo tipo di contratto, il 4/c, che prende il nome dalla legge sulla pubblica amministrazione che lo ha istituito, è stato introdotto per assumere a tempo determinato stagisti e collaboratori. Dal 2004, però, il governo ha iniziato a utilizzarlo come ammortizzatore sociale per i dipendenti delle ex imprese pubbliche rimasti disoccupati dopo le privatizzazioni.

“La lotta non è iniziata a dicembre, sono anni che lottiamo insieme ai lavoratori della TEKEL e ai coltivatori di tabacco”, racconta a Osservatorio Balcani e Caucaso Burcu Ayan, sindacalista di Tekgıda-İş. ”Nel 2004 il governo ha privatizzato il settore alcol dei monopoli statali, poi nel 2008 il settore tabacco è stato venduto alla British American Tobacco. Il fatto scandaloso, però, è che durante la trattativa tra il governo e la multinazionale non si è mai parlato dei 150mila dipendenti della TEKEL. Dopo la privatizzazione, nel 2008, quattro delle sei fabbriche TEKEL sono state chiuse. Quindi il governo, nel luglio 2008, ha parcheggiato i dipendenti in esubero a lavorare nei depositi dell’azienda che erano rimasti di proprietà statale. A fine 2009, però, il governo ha annunciato che entro il 3 gennaio 2010 anche i depositi avrebbero chiuso i battenti, quindi abbiamo iniziato a mobilitarci per salvaguardare l’occupazione.”

Il 15 dicembre, poco prima della chiusura dei depositi, 12mila lavoratori della TEKEL sono arrivati ad Ankara a bordo di 160 pullman organizzati dal sindacato Tekgıda-iş e hanno avviato un presidio davanti alla sede del partito AKP, di Erdoğan. Dopo tre giorni di proteste è intervenuta la polizia e il segretario generale del sindacato, Mustafa Türkel, è stato arrestato, per essere poi rilasciato poche ore dopo. A questo punto il presidio è continuato davanti alla sede della confederazione sindacale Türk-iş.

Il presidio permanente dei lavoratori Tekel (Foto Murat Utku, BIANET)

Il presidio è diventato permanente, sono stati montati più di dieci tendoni e i lavoratori hanno vissuto, mangiato, dormito davanti alla sede del sindacato per 78 giorni. E’ stata un’esperienza incredibile, la solidarietà materiale dei negozianti e degli abitanti del quartiere di Sakarya, dove erano accampati i lavoratori, è stata fortissima. Gli attivisti di diverse organizzazioni non governative turche, sindacalisti, militanti di partiti della sinistra parlamentare ed extraparlamentare e le organizzazioni studentesche hanno sostenuto i lavoratori portando coperte, organizzando eventi culturali nelle tende, cucinando ogni giorno. Il 20 febbraio è stato proclamato dalle quattro maggiori organizzazioni sindacali lo sciopero generale a sostegno dei lavoratori TEKEL. E' a prima volta che si organizzava uno manifestazione di questo tipo dagli anni settanta. Erdoğan ha poi dichiarato che se entro il 3 marzo, termine ultimo per accettare le condizioni contrattuali proposte dal governo, non fosse stato smontato il presidio, sarebbe intervenuta la polizia. Il due marzo il Consiglio di Stato ha dichiarato l’ultimatum del governo illegittimo. In base alla decisione dei giudici, i lavoratori TEKEL hanno diritto ad altri otto mesi di stipendio prima di essere licenziati. Per noi è stata una prima vittoria, anche se solo parziale, quindi abbiamo deciso di interrompere il presidio.”

Secondo Ayan, la battaglia della TEKEL è importante non solo perché si sta lottando per il posto di lavoro di 10mila persone, ma anche perché nei prossimi mesi almeno altri 100mila lavoratori si troveranno disoccupati a causa delle privatizzazioni e, se i lavoratori dei monopoli non dovessero vincere, per gli altri le speranze di essere riassunti sarebbero poche.

Da due anni la crescita economica, fiore all’occhiello del governo Erdoğan, ha subito un rallentamento e, guardando al rapporto sull’occupazione relativo al 2009, pubblicato all'inizio di marzo dal TÜIK, l’Istituto Turco di Statistica, la situazione è tutt’altro che positiva. Il 44% dei lavoratori è in nero, i senza lavoro sono il 14 per cento della forza lavoro e un giovane su quattro è disoccupato.

Ringraziamo i cittadini di Ankara e i negozianti del quartiere di Sakarya per il sosegno che ci hanno dato, Tekgida-Is (Foto Murat Utku, BIANET)

Tayfun Görgün, segretario generale della DİSK, Confederazione Progressista dei Sindacati della Turchia, da noi intervistato, ha le idee chiare sulla politica economica del governo: “La Turchia è uno dei Paesi dove il paradigma neoliberista è stato applicato con più rigore. La concorrenza tra le aziende è altissima e, dato che quasi la metà dell’economia è informale e l’azione dei sindacati è ostacolata in ogni modo, sono i lavoratori a pagare il prezzo più alto della crisi.”

Anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e l’Unione Europea hanno invitato più volte la Turchia ad adeguarsi agli accordi internazionali sui diritti dei lavoratori. “La legislazione sul lavoro è stata riscritta dopo il colpo di Stato militare del 1980 secondo una logica antidemocratica, secondo la quale i sindacati sono organizzazioni dannose per la società, da tenere ai margini”, spiega Görgün. “E’ stato ideato un complesso sistema per rendere la loro azione il più difficile possibile. Per esempio i dipendenti della pubblica amministrazione, gli insegnanti, i lavoratori dei trasporti e dei servizi non possono scioperare e per loro non esiste alcuna forma di contratto collettivo. Negli altri settori invece i lavoratori di una data azienda possono scioperare solo se un sindacato che ha il 51 per cento di iscritti in quel dato posto di lavoro, e almeno il 10 percento in tutte le aziende del gruppo, chiama alla mobilitazione, a questo punto solo gli iscritti al sindacato possono scioperare.”

Intanto i lavoratori continuano a mobilitarsi, il 16 maggio verrà proclamato un nuovo sciopero generale e il primo aprile i lavoratori TEKEL saranno di nuovo ad Ankara per chiedere l’abolizione del contratto 4/c e l’assunzione a tempo indeterminato come dipendenti statali. La neve che ha ricoperto le tende in cui hanno passato quasi tre mesi non c’è più, fa caldo e il sole risplende sulla capitale, ma nelle case dei lavoratori TEKEL la primavera tarda ancora ad arrivare.


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