Per il terzo anno consecutivo il Gay Pride di Belgrado è stato bloccato all’ultimo momento per motivi di sicurezza. Forse nella storia travagliata di questa manifestazione per i diritti della comunità LGBT serba qualcosa va ripensato. Un’analisi

30/09/2013 -  Tijana Morača Belgrado

“Esiste il grave pericolo che si possa giungere al disturbo della quiete pubblica, col rischio per la sicurezza della vita dei cittadini e col rischio di distruzione degli immobili, per questo motivo senza alcuna connotazione politica è stata presa la decisione unanime di vietare tutti i raduni e incontri fissati per domani”. Con queste parole il premier serbo Ivica Dačić, la sera del 27 settembre ha spiegato il divieto del Gay Pride di Belgrado, fissato per la mattina seguente. Alcuni gruppi di ultradestra avevano annunciato la loro contromanifestazione nello stesso momento e nelle vicinanze del luogo dove era previsto lo svolgimento del Pride.

Dopo che è stata resa nota l’interdizione della manifestazione, i gruppi LGBT, gli attivisti e gli organizzatori del Pride sono usciti in strada per protestare, sventolando uno striscione con scritto “Questo è il Pride” e urlando “Il Pride c’è”, “Vittoria”. Questo improvvisato Pride notturno è stato organizzato tramite messaggi SMS, come reazione al divieto di manifestare arrivato a sole 15 ore dal momento fissato per lo svolgimento della Parata, nonostante la richiesta per ottenere il via libera alla manifestazione fosse stata presentata alla polizia quasi un anno fa (nell’ottobre 2012).

Il Gay Pride aveva ottenuto un forte sostegno dalle ambasciate di 16 paesi occidentali, dall’UE, dal Consiglio d’Europa, dalla Missione dell’OSCE. Alla conferenza conclusiva, alla vigilia dell’evento, avevano parlato il capo della delegazione UE Michael Devenport e il ministro svedese per le Questioni europee Birgitta Ohlsson, la quale era arrivata a Belgrado in qualità di relatrice dell’incontro. A seguito del divieto ha parlato anche  il commissario per l’Allargamento Štefan Füle, il quale ha interpretato l’interdizione come un’incapacità di garantire il diritto alla libertà di manifestare e di esprimersi, importanti anche nel quadro dell’imminente avvio dei negoziati ufficiali di adesione della Serbia all’UE.

Tuttavia, questo esito era in parte prevedibile, perché la storia dei tentativi di organizzare il Pride in Serbia è connotata da tensioni, violenze e dall’indecisione da parte del potere di garantire la sicurezza del suo svolgimento.

La triste storia del Belgrade Pride

Il primo tentativo del Pride fu nel 2001, circa sei mesi dopo i cambiamenti democratici [la caduta di Milošević fu il 5 ottobre 2000, ndt.], ed è rimasto nella memoria per gli attacchi ai manifestanti e alla polizia da parte di gruppi di tifosi e di membri delle organizzazioni di ultradestra. Un altro tentativo di organizzare il Pride seguì nel 2009, quando nonostante l’evidente sostegno di personalità pubbliche e della comunità internazionale, la polizia adottò una soluzione con cui si suggeriva di spostare la manifestazione fuori dal centro della capitale, a causa del rischio di disordini. Gli organizzatori videro questa decisione come un divieto (così concluse due anni più tardi anche il Tribunale costituzionale) e rinunciarono al Pride.

L’unico Pride che furono in grado di organizzare e svolgere accadde nel 2010, ma il suo successo è discutibile perché i circa 600 manifestanti furono scortati da 6000 poliziotti, che si scontrarono con gli hooligan in varie parti del centro di Belgrado durante lo svolgimento della Parata. Quindi il Pride, dove erano presenti i rappresentanti dell’UE, dell’OSCE e del Consiglio d’Europa riuscì, ma solo perché era completamente isolato dalle violenze che causarono oltre 140 feriti.

Dopodiché per tre anni consecutivi (2011, 2012 e 2013) per l’impossibilità di garantire la sicurezza della manifestazione si è ripetuto lo stesso scenario del divieto: gli organizzatori del Pride iniziano i preparativi durante l’anno, chiedono incontri con i rappresentanti di governo, ottengono il sostegno dei paesi occidentali, intervengono i gruppi di destra e le tifoserie che minacciano con una contromanifestazione, i media ipotizzano se si terrà o no il Pride, finché alla vigilia della manifestazione piomba il divieto.

Quindi, nel più che decennale tentativo di organizzare il Pride il risultato è: un tentativo, un Pride effettuato, quattro divieti da parte dello stato, e due contromanifestazioni violente. Cosa si può fare per cambiare questo andazzo? Il Pride è solo vittima di una società intollerante, del disinteresse dello stato e dei gruppi di estrema destra oppure c’è qualcosa che possono fare gli organizzatori?

Si può cambiare il Pride?

Di questo, ed altro, si è discusso durante la Settimana dell’Orgoglio (Pride week) , che si è svolta dal 21 al 27 settembre e che avrebbe dovuto concludersi con la Parata del 28. Nelle discussioni qualcuno ha detto che il Pride per tre anni consecutivi è stato “consegnato” nelle mani dello stato e della polizia, cioè che è stato lasciato a loro decidere all’ultimo minuto se la manifestazione si sarebbe potuta tenere oppure no.

Questo non solo allontana il Pride serbo dall’idea originaria dei Moti di Stonewall del 1969, dove la comunità LGBT senza alcun compromesso si erse contro la repressione, ma introduce anche la questione su cosa si ottiene se la Parata di Belgrado viene protetta da alcune migliaia di poliziotti, quando nel frattempo i politici ritengono l’omosessualità una devianza.

Lo ha fatto notare, durante la Settimana dell’Orgoglio, lo scrittore ed editore Dejan Ilić. Anche se la manifestazione si terrà, “chi può ottenere di più è il governo, che potrà mostrarsi come un partner solido e affidabile. Mentre i gruppi che richiedono un miglioramento dei propri diritti non ottengono proprio niente, perché quelli  che li definiscono anormali sono gli stessi che garantiscono loro la sicurezza”.

In questo senso, la manifestazione di protesta improvvisata il venerdì sera può rappresentare un passo verso la possibilità di sottrarre il Pride allo stato e alla polizia, prendendo quindi in mano la questione come un evento politico.

Il Pride finora è sempre stato legato fortemente al sostegno proveniente dall’UE e dagli USA, perché si ritiene che la pressione dall’esterno, in particolare nel contesto del percorso di integrazione europea, possa contribuire allo svolgimento della manifestazione. Tuttavia, questa tattica ha fatto sì che la questione del Pride venisse presentata come l’ennesima richiesta che deve essere adempiuta per l’integrazione nell’UE, cosa che il premier Dačić ha descritto in modo ironico e populista: “Cos’è, adesso devo diventare anche io gay per far sì che tutto sia filo-europeo?”.

Ecco quindi che il Pride finisce nella dicotomia tra i diritti umani incarnati dall’Unione europea e i valori tradizionali. Il Pride, che in questa divisione è stato posto dalla parte dell’integrazione UE, viene “accusato” di essere imposto dall’esterno e di essere rivolto contro la tradizione e la famiglia. Motivo che tra gli altri viene ampiamente sfruttato dal gruppo di ultradestra Dveri, il quale organizza una Marcia della famiglia in segno di protesta al Pride.

Tuttavia, l’aver posto il Pride in una stretta relazione con il sostegno dell’UE, la distanza dalle critiche e dal pensiero degli attivisti, l’inaugurazione della Settimana dell’Orgoglio in lussuosi hotel a quattro stelle a Belgrado, fa sì che il Pride stesso venga messo in questione anche dall’altra parte dello spettro politico, cioè da iniziative di sinistra.

La critica da sinistra

Matija Medenica, del gruppo Marks 21, afferma per Osservatorio: “Questo accade nell’ambito di ristrette cerchie di ONG e in un certo senso suffraga una falsa percezione delle persone LGBT, intese come chi è legato all’Occidente e che crea problemi… Ma io credo che al Pride ci siano anche coloro i quali non sostengono i funzionari dell’UE, per cui stiamo provando a trovare persone con cui possiamo dar vita ad un’alternativa politica. Avevamo pensato di fare il nostro intervento al Pride dicendo che la politica delle 4 stelle non descrive necessariamente la comunità LGBT”.

Tutto questo porta alla seguente domanda: in che misura il Pride è collegato con gli altri gruppi sociali e con le altre questioni della transizione? Bojana Ivković, del Comitato organizzatore, ha riferito ad Osservatorio che uno degli obiettivi fondamentali del Pride è “di essere ampiamente inclusivo, che quindi in esso vengano incluse anche le persone disabili, le associazione rom, qualunque organizzazione di persone oppresse. Noi speriamo che si crei una base di solidarietà rivolta ai diritti umani, in particolare di quei gruppi che sono discriminati in quanto minoranze”.

Però, l’impressione è che il Pride finora non sia stato collegato in modo rilevante con gli altri gruppi i cui diritti sono messi in discussione, siano essi le migliaia di migranti rientrati in Serbia dall’UE dei quali la maggior parte sono rom del Kosovo che non riescono ad ottenere i documenti di identità oppure i quasi 750.000 disoccupati. Uno degli esempi lodevoli fu il sostegno dei rappresentanti del Pride agli studenti che protestavano contro l’aumento delle tasse scolastiche nel 2011.

Uno dei possibili modi per svolgere il Pride in futuro sarebbe quindi di assumere una diversa posizione nei confronti dello stato, che sospende il sostegno, e nei confronti dell’UE, che ci si aspetta che quel sostegno lo offra. Questo include anche il riesame dell’idea che l’UE sia la misura esclusiva del progresso e della realizzazione dei diritti, inoltre riconoscere il collegamento del Pride con altri tipi di privazione dei diritti, siano essi i gruppi definiti come minoranze o quel gruppo eterogeneo dei perdenti della transizione.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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