Il 4 dicembre a L'Aquila, la seconda parte di "Raccontare i Balcani. Dialoghi tra Est e Ovest", seminario di chiusura del progetto Ar.Co, promosso da Cantieri Teatrali Koreja a cura di Franco Ungaro. A lui abbiamo chiesto di tracciare una valutazione conclusiva. La seconda di due parti

11/12/2006 -  Giulia Mirandola

Vai alla prima parte dell'intervista

Quali i punti nodali del seminario di chiusura organizzato a L'Aquila?

L'incontro a L'Aquila è sostanzialmente di "sponda" fra quello che è stato fatto sinora e ciò che potrà succedere nei prossimi mesi. È stata infatti prevista la presenza di operatori, che non sono partner di Ar.Co ma che sono comunque interessati ad essere coinvolti in percorsi futuri di cooperazione transfrontaliera. Saranno infatti presenti i rappresentanti di Mess Festival e del festival Castel dei Mondi di Andria insieme a numerosi altri rappresentanti di amministrazioni locali (Casarano, Corato ecc.). Sarà soprattutto importante per gli artisti presenti incominciare a pensare come, superata questa fase necessaria di conoscenza, passare a ipotesi di produzione e coproduzione artistica transfrontaliera.
Nel novembre 2005 esce Dove non suonano più i fucili. In giro fra l'Erzegovina e la Bosnia di Livio Romano. È il primo numero della collana "Paesaggi e culture", una rassegna dei Balcani regione per regione, secondo Simona Gonella, Fabio Sanvitale, Loredana De Vitis, Franco D?Ippolito, Davor Miskovic, Nico Garrone. Lei ne è stato coordinatore editoriale, ce ne parla?
Sono stati pubblicati cinque volumi che raccontano il paesaggio culturale dei Balcani e quello della Puglia e dell'Abruzzo. Sono il risultato delle cinque visite di studio che sono state affidate a scrittori, giornalisti e registi e testimoniano soprattutto dialoghi e incontri da loro avuti con alcuni dei protagonisti della scena culturale in area adriatica. Naturalmente il paesaggio è molto vario e diversificato con punte di eccellenza ma anche tante criticità. Soprattutto dove più difficili sono le condizioni di vita materiali, si percepisce più forte la voglia di riprendere il lavoro artistico e culturale e di dialogare con il mondo. I cinque volumi sono molto ricchi di informazioni e di dettagli utili per chi voglia conoscere dal punto di vista culturale queste nostre realtà. Altri due volumi, quelli curati da Franco D'Ippolito e Andrea Maulini, sono la sintesi di due indagini effettuate sul sistema culturale e artistico fra le due sponde; l'uno finalizzato a indagarne modelli organizzativi, l'altro più orientato a rilevare gli standard di qualità dei servizi culturali.
Quale dei testi pubblicati Le sembra il più interessante? Quale il più debole e perché?
Ognuno dei testi, per la varietà che li connota e per la differente provenienza professionale di chi li ha scritti, ha un valore specifico. Quello di Livio Romano ha una leggerezza e facilità di scrittura che lo fa assomigliare a un road movie; quello di Simona Gonella è una puntualissima guida ai teatri montenegrini come ne avremmo bisogno in Italia, con un taglio interpretativo interessante; quello di Nico Garrone è interessante perché ha messo a confronto due generazioni teatrali serbe, prima e dopo la guerra. Probabilmente l'approccio di Davor Miskovic alla realtà pugliese e abruzzese non è stato in linea con l'obiettivo affidatogli; il volume risente di eccessiva deformazione sociologistica, vengono fuori poco le emozioni del paesaggio culturale e più le elucubrazioni sociologiche.
Se si esclude Davor Miskovic, tutti gli autori sono italiani. Perché questa scelta?
Nei programmi INTERREG c'è un limite massimo che può essere speso nei paesi adriatico orientali e pertanto non ci consente di superare una certa soglia. È un problema grosso che con la prossima programmazione verrà superato poiché verrà data facoltà ai partner balcanici di gestire un proprio budget e di avere autonomia finanziaria. Ciò significherà un maggiore coinvolgimento di risorse umane dell'area balcanica.
Cosa significa "Raccontare i Balcani"? Come cambia il racconto da una parte all'altra dell'Adriatico?
Sono risultate evidenti a tutti le differenti modalità di racconto costruite per esempio da Predrag Matvejevic o dall'economista Franco Botta o dal giornalista Raffaele Gorgoni. Raccontare è cosa diversa dal pensare, dal riflettere, dall'analizzare. Il racconto scava nella memoria, nelle emozioni, nell'immaginazione, oltre i semplici dati numerici, economici, sociali. Con i due seminari di Lecce e L'Aquila proviamo a registrare e raccogliere umori, tensioni e utopie della nostra "generazione di mezzo" che ha subito le sue sconfitte; su una sponda le sconfitte e l'amaro risveglio da una guerra assurda e sull'altra le sconfitte legate all'impermeabilità di un tessuto sociale e politico che stenta a rinnovarsi e a cambiare. Dopo due anni di lavoro con il progetto Ar.Co mi sembra di aver colto più problemi e contraddizioni nel nostro bel sistema "assistito e sovvenzionato" che non in quello caotico e disordinato dell'area balcanica. Avremmo bisogno soprattutto di ritrovare da questa parte motivazioni ed entusiasmi.
La ricerca iniziata nell'ambito del progetto Ar.Co procede o finisce qui?
Non può finire qui, perché le relazioni avviate produrranno altre occasioni per sviluppare conoscenza e ricerca.
Quali reazioni nel nostro Paese tra chi più da vicino si occupa di teatro? Penso a teatri, organizzatori, curatori di progetti di cooperazione simili al vostro, critici, attori, ricercatori, docenti universitari, studenti, drammaturghi? Cosa ha stimolato Ar.Co e cosa no?
Confesso di essere molto pessimista, ma il sistema teatrale italiano è malato e agonizzante, troppo autoreferenziale e chiuso in se stesso. La preoccupazione maggiore dei nostri operatori è conservare privilegi, risorse e status quo acquisiti, coltivare il proprio piccolo orticello (ogni critico, ogni drammaturgo, ogni operatore ha il suo). La politica sciagurata dei grandi eventi e dei festival (della mente, della scienza, della letteratura, del mare, del cielo e via banalizzando) fa poi il resto, oscurando il lavoro di chi mira a costruire processi di radicamento culturale, di chi privilegia l'arte rispetto al business.

Personalmente Ar.Co mi è servito molto ad allargare gli orizzonti della mia ricerca, a riscoprire il valore insostituibile della differenza culturale, a mettere in relazione individui diversi fra di loro. Scopro sempre più vera questa missione del teatro di far incontrare le persone. Mi aspettavo sinceramente più attenzioni e coinvolgimento del sistema, diciamo, "ufficiale", "istituzionale", anche se preferisco ancora la logica del "pochi ma buoni" o quella del lavoro sulla qualità piuttosto che sulla quantità. La prossima sfida con "Factory" (il progetto che darà seguito a Ar.Co), sarà quella di sviluppare percorsi comuni di creazione artistica e di sostenere la mobilità degli artisti e degli operatori in area adriatica.

Link consigliati:
www.teatrokoreja.com


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