Bambini della minoranza islamica di Tracia

Bambini della minoranza islamica di Tracia

Una mostra fotografica riapre la discussione in Grecia sulla minoranza musulmana di Tracia, rimasta in Ellade dopo il trattato di Losanna, nel 1923. Una comunità destinata per decenni ad un'esistenza di marginalità. Abbiamo incontrato la psicologa sociale Thalia Dragona

19/04/2013 -  Gilda Lyghounis

Una giovane donna vestita di tutto punto, con i capelli nascosti da uno spesso foulard, si avvia con l’acqua già fino alle ginocchia a nuotare nel mare di fronte a Alexandrupoli, l’ultima città greca sulla costa egea prima del confine con la Turchia. E’ una musulmana. Fa parte della minoranza islamica della Tracia che conta circa 120mila persone, sparse soprattutto fra paesini isolati sulle montagne intorno a Xanthi e a Kommotini (le due maggiori città elleniche della zona, non lontano dal confine con la Bulgaria) o appunto la litoranea Alexandrupoli. La maggioranza parla turco, ma circa un terzo della comunità è formata da “pomacchi” la cui lingua madre è a volte il bulgaro altre il turco, poi ci sono i rom (circa il 16%) e qualche sudanese musulmano arrivato invece di recente con le ultime ondate immigratorie degli anni ‘90.

Così vicini, così lontani

A questa minoranza traco-islamica, il cui status è regolato dal trattato internazionale di Losanna del 1923 in seguito all’ultima guerra greco-turca (vedi box) è dedicata fino al 27 aprile la mostra fotografica “Così vicini, così lontani” al museo ateniese Benaki. La domanda che ha guidato le due giovani fotografe greche avventuratesi per ben due anni nelle case, nelle piazze, nelle scuole della un tempo ermetica al mondo esterno comunità pomacca e turcofona è: “Cosa sa il cittadino greco medio contemporaneo della Tracia musulmana?” La risposta è: “Conosce poche cose e vaghe”.

Abbiamo provato a saperne qualcosa di più sia guardando le fotografie della mostra al Benaki sia rivolgendoci alla maggiore esperta ellenica dell’argomento: Thalia Dragona, docente di psicologia sociale all’università di Atene che alla integrazione dei bambini e soprattutto delle bambine pomacche e turcofone nella società greca ha dedicato la sua vita lavorativa, da quando nel 1997 le è stata affidata dallo stato greco la supervisione e i nuovi programmi delle scuole che li accoglievano.

Una vita ai margini

Partiamo da una cifra che la dice lunga sulla qualità di questa “integrazione”: nessun matrimonio misto fra pomacchi, turcofoni o rom musulmani e greci. Farebbe pensare a un apartheid. “E così, di fatto, è stato fino a circa vent’anni fa”, racconta la professoressa Dragona, studiosa anche delle molteplici sfaccettature del concetto di “identità” ed “etnia”, più che mai attuali non solo in Grecia, ma in tutta Europa.

“Oggi per fortuna abbiamo però dati più confortanti, almeno sulla scolarizzazione mista. In passato solo cinque bambini della minoranza su cento frequentavano la scuola pubblica elementare ellenica. Il resto o non studiava del tutto, ma aiutava i genitori a lavorare nei campi, oppure frequentava le cosiddette 'scuole bilingui' improvvisate nei paesini di montagna, dove in realtà non imparavano bene né il turco né il greco. Non seguivano un programma comune di studi: entrava il maestro turco (spesso appartenente alla stessa comunità o inviato da Ankara ndr.) e teneva lezioni ad esempio di matematica in turco. Poi arrivava in classe il maestro greco e faceva lezione di geografia in greco. Così, a seconda delle risorse disponibili”.

Da notare che la minoranza bulgarofona (un sesto circa della minoranza) non era assolutamente tutelata dal punto di vista dell’insegnamento della lingua madre. La imparavano a casa e basta.

Ovviamente quasi nessuno proseguiva oltre le elementari, che in questi paesini montani erano accolte in aule pluriclasse (con bambini di prima, seconda e terza a seguire le lezioni in un’unica classe. Quelli di quarta, quinta e sesta nell’aula accanto: troppo pochi bambini per formare classi per età corrispondente).

Poche madri sapevano il greco, perché tanto non serviva loro: sposavano solo uomini turcofoni o bulgarofoni della comunità e, soprattutto, non scendevano mai in città come Xanthi, Kommotinì e Alexandrupoli (a maggioranza greca cristiana) neppure a fare la spesa. Stavano in casa ad allevare figli, per essere buone mogli e madri bastava sapere il turco e non serviva neppure scriverlo.

“Oggi molto è cambiato” racconta Dragona “queste stesse madri sono le prime a venirci a chiedere corsi di educazione permanente e a volte professionale in greco, perché non fanno più come un tempo sei o sette figli a testa. Si sono adeguate al trend demografico ellenico nazionale: partoriscono in media una volta nella vita e se l’unico pargolo è una bambina anche per lei vogliono una vita a tutti gli effetti integrata nella società, con la possibilità di andare non solo al liceo, ma addirittura all’università, cosa un tempo impensabile per le femmine”.

Le cifre del cambiamento

Ecco qualche cifra snocciolata da Thalia Dragona: solo nell’anno 2000, ben il 65% dei bambini della comunità traco-musulmana abbandonava la scuola elementare obbligatoria. Oggi la percentuale di abbandono scolastico è scesa al 30%. Al contempo, nel 1997 solo 1501 fra ragazzi e ragazze frequentavano il ginnasio statale ellenico (le prime tre classi della scuola superiore, corrispondente più o meno alla scuola media italiana, ndr), nel 2010 erano in 3950 con un aumento del 163%. Al liceo, poi, nel 1997 i giovani turcofoni e pomacchi erano solo 547, nel 2010 ben 2750 con un’impennata del 402%. “Una bella soddisfazione” sottolinea Dragona, dovuta anche al fatto che sono migliorate strade e trasporti pubblici che collegano le aree montane isolate, abitate tradizionalmente dalla minoranza musulmana e le cittadine greche dove è più facile trovare scuole superiori”.

Ma passiamo alle cifre più indicative, che riguardano le donne: nel 1997 solo 611 ragazzine (contro 1551 coetanei maschi) andavano al ginnasio. Nel 2010 le adolescenti che continuavano la scuola dopo le elementari erano salite a quota 1513 (contro 1974 maschi). Tanto per avere un confronto con i coetanei “greci doc” a livello nazionale, 48 ragazze su cento vanno al ginnasio, contro a 52 ragazzi su cento (dati ministeriali del 2010).

E al liceo? Pomacche e turcofone musulmane vi arrivano nel 2010 in 756 (ossia il 49,2%) contro i 780 loro coetanei della stessa comunità (50,8%). Mentre nel 1997 le ragazze liceali della minoranza che scendevano in città a frequentare la scuola superiore liceale erano solo 310 (28%) contro 451 ragazzi (59,2%). Da notare che a livello nazionale nel 2010 la frequenza liceale era del 53,5% per le femmine e del 46,5% per i maschi.

“Anche nella minoranza traco-musulmana, insomma, siamo vicini al sorpasso femminile nel campo dell’istruzione”, sottolinea Dragona.

E all’università? Il grande balzo nel 1997 lo facevano solo 29 ragazze traco-musulmane, contro 39 maschi. Nel 2011 le universitarie pomacche e turcofone che frequentano le accademie da Atene a Salonicco a Alexandrupoli sono in 240 (contro 242 maschi della minoranza). “Di questi, 84 ragazzi e ragazze su cento hanno frequentato scuole statali, mentre solo sedici su cento provengono dalla “istruzione bilingue” fatta alla vecchia maniera. “Per intenderci, questa istruzione bilingue non ha niente a che fare con il sistema scolastico bilingue e statale che avete voi in Italia ad esempio in Trentino Alto Adige per le comunità germanofone o ladine. Un sistema che, pur con i suoi inevitabili difetti, ha materiali didattici all’avanguardia che puntano all’integrazione sociale di tutti i bambini. Qui da noi in Tracia, invece, chi frequentava queste scuole “minoritarie” usciva semianalfabeta sia in greco sia in turco! E difficilmente poteva trovare lavoro al di fuori dei paesini montani d’origine”.

Una comunità che resta poco conosciuta

Ma ritornando alla domanda posta dalla mostra del museo Benaki, cosa ne sa il greco medio dei pomacchi della Tracia, soprattutto ora in tempo di crisi economica quando ogni "diverso", purtroppo, tende a essere stigmatizzato quale capro espiatorio dalle aumentate tendenze nazionaliste?

“Ne sa sempre poco. Però i ragazzi della comunità sono molo più istruiti di un tempo, e anche le loro madri, che li incoraggiano a cercare una vita migliore. I pomacchi e i turcofoni musulmani della Tracia, poveri erano prima della crisi e poveri sono rimasti. Per loro non è cambiato molto. Circa la metà degli adulti fanno gli operai o gli artigiani, l’altra metà i contadini. E i nuovi giovani istruiti e “integrati”? Emigrano in Germania. In questo, sono davvero accomunati nel destino ai loro coetanei greco-cristiani”.

Resta, certo, quella immagine di giovane donna che fa il bagno in mare vestita da capo a piedi nelle onde dell’Egeo. “Ma questo non ha nulla a che fare con tendenze religiose estremiste della minoranza musulmana”, spiega Dragona .“Non indossano certo il burka, ma un banale foulard. Del resto molte nostre nonne elleniche (parlo della mia generazione) facevano il bagno vestite! Molte donne traco-islamiche vestono alla maniera tradizionale, altre invece seguono la moda delle loro coetanee greche ed europee. Certo, il fatto che non ci siano a tutt’oggi matrimoni misti fra pomacchi, turcofoni e greco-cristiani fa pensare. Forse, quando la crisi sarà passata e i giovani torneranno, se torneranno, dalla Germania, anche questo fenomeno di chiusura sarà superato”.


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