Isola di Creta, paesaggio enricod/flickr

Isola di Creta, paesaggio - enricod/flickr

Col trattato di Losanna (1923) che metteva fine allo scontro armato, Grecia e Turchia diedero vita ad un'epocale scambio di popolazione, destinato a cambiare il volto dei due paesi. Oggi,in un clima mutato, i discendenti di molti "turchi di Grecia" vanno alla ricerca delle terre d'origine della propria famiglia

27/04/2011 -  Gilda Lyghounis

Mio padre mi raccontava che il suo primo ricordo era di un uomo che piangeva sconsolato. Nessuno dei due, né il bambino - mio padre appunto, nato nel 1919 in una famiglia cristiana di Creta -, né Mehmed, il turco musulmano “tuttofare” che portava ogni mattina il pane a mia nonna e la aiutava nelle piccole faccende di casa, capivano cosa stava succedendo in quell'estate del 1923, in quella cucina dove la padrona di casa riponeva le pentole e gli attrezzi nel “keleri”, un sottoscala-sgabuzzino che prendeva il suo nome greco dalla parola turca “keler”. E dove Mehmed singhiozzava tenendosi la testa fra le mani, seduto su uno sgabello di legno, venuto a dire addio ai suoi vicini greci senza capire la ragione per cui non avrebbe potuto vederli mai più.

Sapeva solo che quella quotidianità multietnica e amichevole era stata vietata in modo drastico e brutale da lontani signori della guerra e della politica, che avevano firmato un fantomatico per lui “Trattato di Losanna”: il succo era che Mehmed se ne doveva andare dalla cittadina cretese dove era nato e dove i suoi avi erano sepolti. Doveva partire per sempre, così come altri 499mila altri musulmani che vivevano in tutta la Grecia da secoli e che, invece, dovevano “tornare” nella madre patria anatolica che non avevano mai visto, e di cui conoscevano solo la lingua e la religione.

Migrazioni epocali

Allo stesso modo, un milione e mezzo di greci che abitavano da millenni le coste turche da Smirne sull’Egeo fino a Trebisonda (l’antica Trapezunte, colonia greca del VIII secolo a.C.) sul Mar Nero dovevano, a loro volta, “rientrare” nell’Ellade, la quale all’epoca contava tre milioni di residenti. Uno scambio di popolazioni senza precedenti. Come se in Italia arrivassero adesso 30 milioni di persone.

Tutto questo è noto in Grecia come “I megali katastrofì” (La grande catastrofe), e ad essa sono stati dedicati molti libri e film, da ultimo “Un tocco di zenzero” del regista ellenico Tassos Boulmetis uscito nelle sale in Italia nel 2005. O come la mostra “Polis: Nostalgia” (dal 5 aprile esposta nell'isola di Lesbo, dopo essere stata ad Atene e a Istanbul nel dicembre 2010) dedicata ai profughi ellenici che dovettero, in vari periodi a partire dal 1923 fino al 1955 come Boulmetis, lasciare Istanbul, la Polis per eccellenza, l'antica Costantinopoli capitale per un millennio dell'impero bizantino.

Meno nota, invece, era finora l’analoga nostalgia dei discendenti turchi dei moltissimi Mehmed di un tempo. Nel 2001 hanno fondato l’Organizzazione non governativa “Gli 'scambiati' di Losanna”, i cui iscritti sono sempre più numerosi e che organizza, in primavera ed estate, due gite l’anno in Grecia per coloro che vogliono conoscere la “terra delle favole” di cui hanno sempre sentito parlare in famiglia, dai loro nonni o padri. Discendenti come Sefer Ghiuvens, il segretario generale dell’Associazione.

Alla ricerca delle proprie radici

“Ho sempre saputo che i miei genitori erano nati e cresciuti a Egribuzak, paesino da dove erano stati scacciati quando lui aveva 20 anni e mia madre 12”, racconta Ghiuvens al quotidiano ateniese To Vima, a dieci anni dalla nascita dell'Associazione. “Sono morti con il dolore di non averlo più visto. Io sono nato in Turchia. Ma nei miei pensieri Egribuzak restava un luogo mitico, che sono riuscito a visitare solo nel 1999. Ci ho messo mesi per scoprire il toponimo greco e attuale della terra dei miei avi. Alla fine l’ho trovato: è Nea Apollonia, vicino a Salonicco. Per questo ho scritto un libro che raccoglie tutti i vecchi nomi turchi e gli attuali nomi greci dei paesi e delle cittadine dove vivevano i turchi nell’Ellade di un tempo. Per aiutare chi vuole ritrovare le proprie origini a non vivere la stessa Odissea che ho passato io”.

“Lo scopo della nostra Associazione”, continua Ghiuvens, “è mostrare che i popoli greco e turco, vissuti per secoli insieme, non sono nemici ma amici e che entrambi possiamo fare sì che la nostra comune eredità culturale e multietnica non vada perduta. Ma attenzione: non vogliamo avere niente a che spartire con la politica, teniamo le distanze sia dal governo di Atene sia da quello di Ankara. La nostra identità è unica, affonda le radici nella storia. Non ci interessa visitare la Grecia con l’aiuto di istituzioni ufficiali, come i consolati o le amministrazioni locali. Preferiamo rimanere autonomi ed entrare in contatto con greci che hanno vissuto il nostro stesso calvario 'alla rovescia', ossia profughi come noi”.

Per ora sono più di mille gli “scambiati di Losanna”, che dalla Turchia sono riusciti a ritrovare il luogo d’origine della loro famiglia. Molti hanno come lingua madre il greco, perché quella era la lingua parlata quando erano piccoli in casa. L'idioma turco serviva per andare a scuola, per integrarsi nel nuovo mondo. Un mondo che almeno all’inizio era ostile: i nuovi arrivati dalla Grecia non erano considerati turchi ma “seme greco”. E in quel clima post bellico gli autoctoni non volevano neanche parlare con questi singolari stranieri. Un po' quello che è successo ai greci venuti dalla Turchia, confinati in grosse periferie chiamate ancora oggi "Nea Smirni" (Nuova Smirne), per citare la più grossa intorno ad Atene.

“Le difficoltà che hanno attraversato gli 'scambiati' furono molte”, racconta Umit Isler, presidente dell’Associazione. “I miei genitori hanno dovuto abbandonare la regione di Ptolemaida, nel nord della Grecia, dove mio padre era un coltivatore di cereali e allevatore rinomato vicino al paese di Galateia, con un treno per Salonicco. Lì per tre mesi hanno aspettato la nave che li avrebbe portati all’inizio a Kallikrateia sul mar di Marmara e poi a Sampsounta (l’odierna Sampsun ndr). Mia nonna invece era finita altrove e ha rivisto sua figlia, ossia mia madre, dopo 15 lunghi anni!”

Un po' di terra

Ma perchè fiorisce ora questo “turismo della nostalgia”? Cosa sperano di trovare i pellegrini della memoria arrivando nelle patrie dei loro antenati? “Nulla”, ha dichiarato il commerciante Iker Nuri Baskin al quotidiano degli emigrati greci in Australia “Neos kosmos”, che ha dedicato un reportage all’argomento, tramite un’inviata a Edessa, nel nord della Grecia.

“Voglio solo raccogliere un po’ di questa terra per metterla sulla tomba di mio nonno. Vengo spesso in Grecia per motivi di lavoro, sono nel ramo produzione di tabacco, ho anche amici ellenici. Ma è la prima volta che ho cercato il luogo di origine di mio nonno. Come mi avvicinavo a Edessa e ai paesini della regione Aridea con il pullman, ero sempre più sconvolto. Alla fine, nella piazza del paese, qunado ho chiesto a un vecchio greco di 82 anni se aveva mai sentito parlare della mia famiglia. Lui mi ha risposto in perfetto turco: “No, non conosco il tuo cognome. Ma mio padre era originario di Cesarea (nell’odierna Turchia ndr). In casa parlavamo turco, poi ho imparato il greco. Era un profugo anche lui! Anche loro, come noi, cercano le loro patrie perdute”.

Chissà se anche i nipoti di Mehmed, che piangeva nel lontano 1923 lasciando Creta, salutando il bambino greco di quattro anni che era stato il padre della vostra cronista, sono sbarcati nell’isola per cercare la casa avita del nonno. Mio padre non ha mai dimenticato Mehmed. E ora che entrambi non ci sono più, la loro memoria continua.


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