Alla frontiera con il Daghestan (Foto Carpetblogger, Flickr)

Alla frontiera con il Daghestan (Foto Carpetblogger, Flickr )

In Daghestan, l’attentato terroristico ai danni del teologo Chirkeisky mette in pericolo il dialogo tra la maggioranza sufi e la comunità salafita. Il numero delle vittime degli scontri tra separatisti e forze governative diminuisce in Cecenia, ma cresce nelle altre repubbliche del Caucaso del Nord. Mosca sta pensando di applicare anche altrove il metodo Kadyrov?

20/09/2012 -  Nicola Del Medico

(Articolo pubblicato anche su The Post Internazionale)

Il 28 agosto Aminat Kurbanova Saprykina si è fatta esplodere con duecento grammi di tritolo a Chirkey, Daghestan, nell’abitazione del teologo musulmano Said Atsayev – conosciuto nel Caucaso come Said Afandi Chirkeisky. L’attentato ha ucciso altre sei persone, tra le quali un dodicenne.

Kurbanova, di origini russe ma convertitasi all’islam, era stata sposata con tre militanti separatisti, due dei quali uccisi dalle forze di polizia. Da marzo era entrata nel mirino della FSB (i servizi segreti russi) perché sospettata di aver arruolato nuovi combattenti tra gli indipendentisti del Caucaso del Nord.

Ma Kurbanova è riuscita a sfuggire all’intelligence russa e, spacciandosi per una pellegrina, è entrata in contatto con Chirkeisky. Si è dunque introdotta senza problemi nell’abitazione del religioso, per poi farsi saltare in aria.

L’attentato è avvenuto nel giorno in cui il presidente Vladimir Putin si è recato a Bulgar, in Tatarstan, per far visita al mufti Ildus Faizov, ferito durante l’attentato dello scorso 19 luglio a Kazan, e alla vedova di Valiullah Yakupov, ucciso nella stessa circostanza. A Bulgar, Putin ha lanciato un appello all’unità e all’armonia tra le etnie e le popolazioni che compongono la Federazione Russa. E ha condannato duramente “i terroristi e i militanti di ogni tipo”.

Tuttavia, la morte violenta di Chirkeisky ha ribadito la determinazione con cui gli estremisti caucasici hanno intenzione di continuare a lottare contro Mosca. E ha reso evidente il fallimento delle forze governative russe nel fronteggiare i terroristi che tengono in scacco il Caucaso del Nord.

Una guerra sempre meno nascosta

L’attacco terroristico a Chirkey va a sommarsi alla già preoccupante lista di attentati commessi negli ultimi anni nel Daghestan. Insieme all’Inguscezia e alla Kabardino-Balcaria, la repubblica caucasica è divenuta il teatro di una guerra che è sempre meno sotterranea.

Facendo ricorso alla counterinsurgency, il Cremlino ha cercato di sbarazzarsi dei terroristi senza fare troppo clamore. Ma i piani del governo sembrano avviati al fallimento, perché la guerriglia degli insorti non solo non è stata sopita, ma ha esteso il proprio raggio di azione oltre la Cecenia, un tempo zona calda delle insurrezioni separatiste.

Secondo Caucasian Knot, sito internet che monitora la situazione politica e militare nel Caucaso, solo a luglio sarebbero state uccise settantotto persone a causa degli scontri tra i secessionisti e le autorità russe. Cinquantaquattro i morti nel Daghestan, dieci nell’Inguscezia, nove nella Kabardino-Balcaria. Il fatto che in Cecenia siano morte quattro persone conferma come ormai Grozny non sia più l’epicentro delle violenze che stanno martoriando il Caucaso settentrionale.

La fine del dialogo tra sufi e salafiti?

La situazione è resa ancora più preoccupante dalle tensioni esistenti tra le comunità musulmane della regione, i sufi e i salafiti. La repressione perpetrata dalle autorità caucasiche e russe nei confronti dei terroristi ha colpito quasi indiscriminatamente i salafiti, etichettati come wahabiti.

Ciò ha scatenato una spirale di ritorsioni da parte dei salafiti più estremisti ai danni degli esponenti del sufismo, considerati come conniventi del governo federale e della classe dirigente delle repubbliche del Caucaso del Nord.

In Daghestan, dove i sufi sono la maggioranza della popolazione, negli ultimi mesi i leader religiosi, tra i quali Chirkeisky, avevano cercato di mantenere vivo il dialogo con i salafiti. Ma l’uccisione di Chirkeisky potrebbe mettere a repentaglio il riavvicinamento tra le due comunità.

L’attacco terroristico del 28 agosto, infatti, ribadisce il messaggio che alcune frange di salafiti avevano già lanciato con l’attentato di luglio a Kazan e l’omicidio di Maksud Sadikov – rettore dell’Istituto di Teologia e Relazioni internazionali del Daghestan – nel giugno del 2011, a Makhachkala: nessun compromesso può essere raggiunto tra i musulmani determinati a cacciare le truppe governative fuori dal Caucaso e quelli più moderati che predicano la convivenza.

Una pericolosa caccia alle streghe

Gli esponenti delle comunità sufi e salafite del Daghestan, intervistati da Novaya Gazeta, hanno dichiarato che la morte di Chirkeisky non deve arrestare il dialogo avviato negli ultimi tempi, né scatenare vendette. Ma l’aspirazione alla pacificazione delle fratture religiose e politiche non è condivisa da tutti.

Se, da un lato, sui siti internet che danno voce ai gruppi fondamentalisti – come l’agenzia on-line Kavkaz Center, vicina agli indipendentisti ceceni – pullulano articoli che palesano soddisfazione per la morte di Chirkeisky, dall’altro anche alcuni esponenti governativi non sembrano voler adottare una linea conciliatoria. Magomedsalam Magomedov, presidente del Daghestan, ha chiesto alle autorità della repubblica di favorire la formazione di corpi di vigilantes per aiutare le forze di polizia nella lotta contro i terroristi.

Simili reazioni non possono che alimentare l’inquietudine di una regione dove la sete di vendetta miete centinaia di vittime ogni mese. Come ha osservato Liz Fuller di Radio Free Europe/Radio Liberty, la caccia alle streghe contro i salafiti, indiscriminatamente ed erroneamente considerati come wahabiti, non fa altro che fomentare il “circolo vizioso” che ha sta facendo annegare il Daghestan nel sangue.

L’ombra di Kadyrov sul futuro del Caucaso russo

Mentre gli attentati continuano a mettere in pericolo la vita dei civili nel Caucaso del Nord, si delineano due ipotetici scenari per il futuro di questa turbolenta area della Russia. Nel primo caso, un’escalation delle violenze tra gli insorti e il governo potrebbe provocare un nuovo intervento militare di Mosca nella periferia caucasica.

In secondo luogo, pare che Ramzan Kadyrov, presidente della Cecenia, abbia intenzione di replicare nelle altre repubbliche caucasiche quanto già sperimentato in Cecenia per tenere a bada i separatisti, dove Kadyrov ha imposto una relativa stabilità grazie a un mix di repressione e di sussidi finanziari garantiti dal governo centrale.

Secondo The Moscow Times, Kadyrov aspirerebbe a diventare plenipotenziario del distretto federale del Caucaso del Nord, subentrando ad Alexander Khloponin. Tuttavia, la nomina di un nuovo inviato presidenziale plenipotenziario nel Caucaso spetterebbe a Putin. E, in ogni caso, anche se Kadyrov riuscisse a ottenere tale carica, egli dovrebbe attenersi alle disposizioni dettate dal Cremlino, e avrebbe un margine di manovra limitato per imporre il proprio, personale potere sull’intera regione.


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