Palazzo del governo, Grozny, gennaio 1995

Palazzo del governo, Grozny, gennaio 1995 (Mikhail Evstafiev/wikimedia)

Undici anni dopo l'inizio del secondo conflitto con la Russia, una serie di violenti attentati da parte della resistenza cecena ci ricorda che nel Caucaso del nord è in corso una guerra. Nonostante Mosca parli di pacificazione avvenuta

09/11/2010 -  Majnat Kurbanova

L'attacco dei guerriglieri ceceni al Parlamento, in pieno giorno e nel centro di Grozny, mentre il capo della polizia russa e ministro degli Interni Rashid Nurgaliev si trovava in visita in Cecenia, non ha colto di sorpresa solo i deputati che si preparavano alla sessione mattutina. Il raid è stato uno shock per molti osservatori, ma anche per chi negli ultimi anni ha ripetuto instancabilmente che le forze della resistenza erano poche e non in grado di compromettere in alcun modo la stabilità e la prosperità della regione. Tanto più che due mesi prima, a fine agosto, i guerriglieri erano riusciti ad attaccare Centoroj, luogo natale di Ramzan Kadyrov. Sotto il governo di Kadyrov, questo piccolo paesino ai piedi delle montagne si è trasformato in una sorta di fortezza medievale, difesa da centinaia dei più abili uomini della guardia personale del leader ceceno. Entrambe le operazioni hanno dimostrato che non solo la resistenza cecena non è stata soppressa come spesso riportano fonti russe, ma è in grado di penetrare qualsiasi edificio o centro abitato della repubblica, inclusi quelli protetti nel modo più ossessivo.

È interessante notare che entrambi gli attentati vengono attribuiti ai signori ceceni della guerra, da poco emersi dall'ombra dell'auto-proclamato emiro del Caucaso Doku Umarov. In particolare ci si riferisce al quarantenne Khusejn Gakaev, che Umarov ha spogliato di tutti i gradi per insubordinazione.

Per un osservatore esterno è molto difficile raccapezzarsi nei complessi meandri del movimento ribelle ceceno, che negli ultimi anni è diventato una cosa sola con la resistenza di tutto il Caucaso settentrionale. Per comprendere meglio una situazione sempre più complicata, è quindi necessario un breve excursus nella storia recente.

Un passo indietro

Non c'è una data esatta che possa indicare l'inizio della seconda guerra russo-cecena. La maggioranza degli osservatori individua come giorno d'inizio la data del 30 settembre 1999, quando le truppe russe fanno il proprio ingresso in Cecenia. Ma già dal luglio-agosto 1999 l'aviazione russa bombardava a tappeto il territorio della Cecenia, in particolare le zone montuose. Se si considera l'avanzamento delle forze armate russe in Cecenia e lo stabilirsi del loro controllo sulla maggioranza dei centri abitati nella repubblica, attraverso bombardamenti a tappeto e migliaia di vittime tra i civili, questa fase, la cosiddetta fase attiva della guerra, può dirsi oggi conclusa. La contrapposizione tra forze russe e cecene si è però trasformata in una guerriglia permanente che continua tuttora.

Nel corso di questi undici anni, i servizi di sicurezza russi sono riusciti ad eliminare molti fra i principali leader della resistenza cecena, tra cui anche Aslan Maskhadov, eletto democraticamente presidente della Cecenia nel 1997. La stessa sorte è toccata anche al successore di Maskhadov, Abdulkhalim Sadulaev, e al più noto comandante ribelle Shamil Basaev, entrambi assassinati nel 2006. A quel punto la resistenza cecena, privata di molte figure di spicco, si trovava nella situazione più critica dall'inizio della guerra.

Da un lato il Cremlino ha puntato sulla cosiddetta “cecenizzazione” del conflitto, finanziando cospicuamente numerose divisioni delle milizie cecene fedeli alla Russia al comando di Ramzan Kadyrov. Allo stesso tempo, aveva mantenuto sul territorio della repubblica un contingente di un centinaio di migliaia di soldati russi.

La popolazione locale, dopo anni trascorsi cercando disperatamente di sopravvivere alla guerra, si è trovata letteralmente in ostaggio della nuova strategia del Cremlino, secondo la quale a fronte anche di una sola persona che si univa alla resistenza, tutta la famiglia o persino l'intero villaggio andava incontro a repressioni esemplari. Di conseguenza si è venuta a stabilire una situazione in cui la popolazione aveva troppa paura per dare qualsiasi tipo di sostegno materiale o persino manifestare pubblicamente la propria simpatia verso i ribelli.

L'arrivo di Doku Umarov

In condizioni così pesanti, il comando della resistenza cecena è passato in mano a Doku Umarov, eroe della prima guerra russo-cecena e uno dei pochi leader sul campo della vecchia generazione. Nel passato recente Doku Umarov era stato fra i più moderati comandanti ceceni, ma con il complicarsi della situazione adottò piuttosto rapidamente un'esplicita e radicale retorica islamista. Va rilevato che, fino al 2007, a militare tra le fila della resistenza cecena non erano solo ceceni, ma anche interi squadroni di combattenti da tutto il Caucaso del nord, che componevano il cosiddetto Fronte caucasico. Le fiamme della guerra cecena, come pronosticavano da tempo molti osservatori, si erano estese da lungo tempo alle regioni limitrofe. E i sanguinosi scontri fra le forze dell'esercito e i ribelli di Inguscezia, Daghestan e Kabardino-Balkaria, scontenti della politica russa, infuriavano ancora più intensamente che nella stessa Cecenia.

Cecenia - Mappa di Osservatorio Balcani e Caucaso

Nel 2007, annunciando la creazione di un nuovo stato dall'altisonante nome di Emirato Caucasico, che prendeva il posto delle idee di indipendenza nazionale cecena ormai ritenute obsolete, Doku Umarov ha calcato sulla considerazione che nelle repubbliche limitrofe l'opposizione all'aggressione russa non era meno intensa che nella stessa Cecenia. Ma dato che i mujaheddin delle repubbliche in questione non sembravano disposti a combattere e morire solo per la vittoria e l'indipendenza dei ceceni, era sembrato necessario unire le forze contro la Russia, sotto l'egida dell'Islam e sulla base di uno stato caucasico unitario. La decisione di Doku Umarov, arrivato al comando delle forze di resistenza seguendo le procedure stabilite nella Costituzione della repubblica di Ičkeria (lo stato ceceno proclamato dagli indipendentisti), secondo cui in caso di morte di un presidente della repubblica il potere passa al suo vice, è stata accolta senza troppo entusiasmo da molti dei ribelli.

Alcuni comandanti sul campo, ma anche rappresentanti della resistenza cecena in Europa, hanno considerato la decisione di Umarov un tradimento e un allontanamento dai secolari propositi indipendentisti ceceni. C'è stato anche chi assicurava che la proclamazione dell'Emirato caucasico fosse stata finanziata dai servizi di sicurezza russi per privare il popolo ceceno dei fondamenti giuridici dell'indipendenza, ma anche per poter stigmatizzare il movimento d'opposizione come terrorismo islamista. Tuttavia, nonostante le feroci critiche, pochi fra i comandanti ceceni hanno osato contrastare apertamente Umarov, ritenendo evidentemente che non si cambia squadra a metà partita.

Da allora sono passati tre anni, nel corso dei quali la retorica di Umarov si è fatta sempre più estremista, ma per quanto riguarda la liberazione della Cecenia, per non parlare di tutto il Caucaso del nord, poco si è mosso. Le truppe russe e le milizie di Ramzan Kadyrov continuano a portare avanti una politica di terrore e violenza contro la popolazione. I ribelli continuano a compiere attacchi di poco conto contro i soldati. Di tanto in tanto, Umarov dichiara di essere a conoscenza e di avere ordinato tutti i significativi atti di terrorismo che avvengono sul territorio russo, il che ha influito non poco sull'immagine dei ribelli nel suo complesso.

A volte la situazione arriva all'assurdo, come quando l'auto-proclamato emiro del Caucaso ha rivendicato l'esplosione avvenuta nel garage di un manager di medio livello nella capitale russa, oppure quando ha attribuito un incidente in una centrale elettrica all'azione dei suoi uomini. In questo modo la stessa idea di lotta per l'indipendenza si è gradualmente compromessa non solo agli occhi degli osservatori esterni, ma anche degli stessi ceceni. Per l'ideale indipendentista nelle ultime guerre sono morti migliaia di giovani, centinaia di migliaia di persone sono state uccise in una situazione di caos sanguinoso, e ancora di più sono state costrette ad abbandonare la propria patria per cercare rifugio oltre i confini russi. E chi è rimasto deve vivere in condizioni di paura e terrore.

L'inizio di una nuova fase tra i ribelli

Nel corso della scorsa estate si è consumata una scissione tra le fila della resistenza. Alcuni comandanti ceceni, capitanati dal già citato Khusejn Gakaev, hanno dichiarato la propria sfiducia verso Doku Umarov e la volontà di non seguirlo più. Allo stesso tempo, hanno assicurato che intendono continuare a combattere contro l'occupazione russa. Si suppone che il rifiuto di seguire Umarov voglia evidenziare l'intenzione di posizionarsi non come “l'ala cecena della jihad globale”, ma bensì di essere una forza che mira ad ottenere il proprio obiettivo indipendentistico, costringendo la controparte russa a negoziati di pace.

A questo proposito va rilevato che difficilmente Gakaev e i suoi potranno rifiutare completamente l'idea di unificazione del Caucaso. Ancora più difficile sarà per loro sottrarsi alla bandiera dell'Islam: fra i ceceni che si ritengono fedeli musulmani, per quanto moderati, questo significherebbe perdere la base sociale dei giovani oppositori, insofferenti tanto al soffocante sistema di repressione e terrore messo in piedi dall'amministrazione filo-russa quanto alle dichiarazioni radicalmente filo-jihad di Doku Umarov. Più probabilmente Gakaev e i suoi, tornati all'idea di indipendenza cecena, si manterranno su posizioni mediane, il che senza dubbio porterà loro nuove adesioni e allargherà significativamente la base sociale dei ribelli. Anche perché vi sono molti giovani delusi di Ramzan Kadyrov che però non fremono dal desiderio di ritrovarsi in una sorta di ala cecena di Al Qaeda.

Così a undici anni dall'inizio del secondo conflitto russo-ceceno, una parte della resistenza è tornata alle origini, così come ha fatto anche il governo russo. Dopo tutti questi anni di sforzi e vittime, la leadership russa si trova a dover affrontare il fatto che né i bombardamenti a tappeto che hanno raso al suolo intere città e villaggi prima, né il finanziamento a pioggia ai ceceni filorussi poi, e nemmeno gli anni di terrore di massa, astutamente ribattezzati “cecenizzazione del conflitto”, sono riusciti a raggiungere l'obiettivo principale: sradicare dalla coscienza della popolazione l'ostilità verso la Russia e i suoi rappresentanti in Cecenia e sopprimere definitivamente l'opposizione, affibbiandole l'impresentabile etichetta di “terrorismo internazionale”.

Tutto questo significa che purtroppo, nel prossimo futuro, potremo aspettarci in qualsiasi momento e qualsiasi luogo violenti attentati sul modello del raid a Centoroj ad agosto o del recente attacco al Parlamento a Grozny. E questo, a sua volta, potrà solo portare all'intensificarsi del terrorismo e della violenza da parte delle forze dell'ordine russe.


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