Sarajevo (foto: Anna Cavarzan)

I primi giorni dell'assedio di Sarajevo nel ricordo di un bambino, costretto ad abbandonare per sempre il mondo della sua infanzia. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

12/04/2012 -  Igor Burić

Questo articolo è originariamente comparso sul quotidiano “Il piccolo

Papà uscì arrabbiatissimo. Sbattendo la porta e senza salutare. Credevo avesse litigato con mamma. La televisione trasmetteva in diretta dalla piazza gremita di gente davanti al Parlamento di Sarajevo. Era il 5 aprile 1992; avevo quattro anni. Molto tempo dopo, scoprii che quella fiumana di musulmani, ortodossi e cattolici, stava protestando contro la guerra che sarebbe scoppiata di lì a poco. La folla fece poi irruzione, occupando la sede del Parlamento. Domandavano di confrontarsi con un rappresentante politico. Tra loro c’era papà. Passò lì la notte.

Qualche giorno più tardi, la baby-sitter mi portò a giocare nel cortile dietro casa. Al nostro arrivo, sentimmo un rumore assordante che veniva e andava: erano gli aerei JNA dell’ex armata popolare jugoslava. Volavano bassi, diretti verso il ripetitore radiotelevisivo. Il primo obiettivo era interrompere le comunicazioni mediatiche. La mattinata di giochi finì prima di cominciare.

Le uscite erano sempre più rare. Non capivo cosa stesse succedendo: domandavo solo che mi accompagnassero a giocare. Un giorno, dopo molte suppliche, papà acconsentì. La sua voce e il suo volto erano diversi da quelli a cui ero abituato. Disse che sarebbe uscito prima di me, per controllare se qualche cecchino fosse appostato nei pressi di casa. Non sapevo chi o cosa fosse un cecchino, ma oggi so che papà rischiò la vita per un mio capriccio.

Fu l’ultima volta che giocai in quel cortile. Uscivamo dall’appartamento solo all’avviso della sirena, per nasconderci in cantina. Era buia, stretta, impolverata e io allergico alla polvere. Le giornate passavano noiose fra uno starnuto e l’altro. Facevo tante domande. Rispondevano di non temere, perché tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Cosa si sarebbe dovuto risolvere? Continuavo a non saperlo.

Mi piaceva una vicina di casa più vecchia di me. Trovavo buona ogni scusa per avvicinarmi, darle la mano e farmi raccontare una fiaba. Andavo matto per la cioccolata.

Lei divideva la sua con me. Fu l’unico vizio di quei mesi.

L’ ultimo ricordo della mia infanzia a Sarajevo risale a metà maggio dello stesso anno. Raggiunta la carovana di automobili che stavano lasciando la città, papà mi abbracciò sistemandomi sul sedile posteriore di una. Ero seduto accanto a mamma che teneva sulle ginocchia la sorellina in fasce. Potevano lasciare la città solo donne, bambini e pensionati. Alla partenza, i miei genitori si strinsero forte la mano e papà, dopo averci accarezzati, chiuse la portiera. Mamma cominciò a piangere. Di riflesso, feci lo stesso.
Non mi capacitavo ancora della realtà; sapevo solo che qualcosa era cambiato. Per sempre.


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