Bosnia Erzegovina - Daniele Dainelli

Un racconto datato 12 luglio 1997. Il ritorno a vivere in Bosnia Erzegovina, dopo la fine della guerra. Un documento raccolto grazie alla campagna di crowdsourcing Cercavamo la Pace

04/02/2014 -  Fabio Molon

Arriviamo a Biljani Donj (BiH) dopo diciassette ore di auto e l’ultima ora e mezza di niente: da Bihac a Kljuc solo il rottame di un aereo della seconda guerra mondiale in un campo, muso al cielo ed eliche spezzate. Ai bordi dell’ultimo pezzo di strada resti di case ed erba mossa dal vento in una corona di verdi colline.

A Biljani Donj quaranta case ed un negozio, tornano cinque persone, dai 6 ai 45 anni.

Delle persone ci guardano scendere dal furgone e dall’auto, qualcuno saluta, i più continuano nelle loro cose. Guardo la casetta rimessa in piedi, come le altre ed uguale alle altre, con soldi norvegesi, bianca fuori e grigia dentro, nuda, vuota.

I pacchi portati da Malles si accumulano accanto ad una parete: qualcosa riempiranno. Dentro, la polvere e l’odore di calcina misto a muffa: né un letto, né una sedia o un tavolo, solo un water rosa in un gabinetto, un pugno rosa in uno stomaco vuoto e grigio, senz’acqua e senza energia elettrica.

Ho guardato Giorgio e Marco, ma loro guardavano Samira, 17 anni, che con le mani sugli occhi, quelle mani ormai abituate a scegliere mele alla Geos, cercava di nascondere lacrime e realtà, mani che continuavano a tremare quando hanno preso le nostre per salutarci.

Perdendola di vista tra la polvere della strada del ritorno, mi sono chiesto di quante ore saranno fatti i prossimi giorni di Samira e di quanti giorni i mesi e gli anni. Duecento chilometri più a Nord Donj Ladevac, poco più di un’indicazione su un cartello stradale, dove avevamo accompagnato 4 persone nove mesi fa, prima dell’inverno.

Arriviamo di primo mattino, in auto finché si può poi a piedi, tra fango e bruma. Tre basse casupole di legno scuro, strette e lunghe, due lingue di fumo che escono da tetti non completamente sistemati. Milka, 25 anni, un caschetto di capelli rossi e centinaia di lentiggini, probabilmente pensava di non vederci più, e come lei Kata, sua madre, che per la prima volta abbiamo visto sorridere, mentre lasciava il campo di patate e ci veniva incontro.

Improvvisamente i mesi sono passati tutti insieme e risentiamo l’incerto italiano di Milka mentre ci accompagna dentro una casa con i pavimenti di terra battuta, due stanze separate da un locale più grande, un po’ magazzino un po’ dispensa. In una stanza una vecchia cucina a legna, sulla quale viene subito preparato il caffè, sacchi di patate e cipolle, due scatoloni di cartone dove una trentina di pulcini litigano tra loro, bottiglie di petrolio per lampade. Nell’altra stanza due brandine a castello, un divano, un tavolino, una sedia ed uno sgabello protetti da immagini della Madonna e di Santi incollate alle pareti.

Arriva il padre di Milka ed arriva Ivan, il loro vicino. Hanno piantato alberi di prugne intorno alle casupole, future promesse di sljivovica (grappa di prugne), futuri dialoghi con i loro bicchieri da riempire. Un gallo senza galline razzola in cortile e ci guarda strano.

Milka, 5 anni tra Vipiteno e Malles, è tornata a casa nove mesi fa. Una volta ci parlava della sua terra, della sua casa e dei suoi amici, oggi ci parla della sua casa sul piano, dei suoi amici e dei suoi sogni oltre le colline, di una vita che prometteva tanti regali che non aveva, di questi due campi di granturco e patate che sono la sua vita, dei suoi progetti sognati gettati via proprio come un giorno aveva fatto sua madre.

Parla Milka, parla continuamente mentre ci accompagna attraverso i prati verso la casa di Roza e Mara, sue compagne di esperienze di sfollate. Un grande orto, tanti noci senza frutto ed una macchia rossa di rose selvatiche. La casetta è esteriormente più o meno nelle stesse condizioni di nove mesi fa, con il tetto che è un vero collage di tegole e pezzi di lamiera. Sentendoci arrivare, Kolega, un giovane cane, guadagna una decina di metri di sicurezza poi si ferma ad annusare quegli odori nuovi, forse buoni, forse no. Entriamo nella casetta di due locali dei quali uno, di due metri per tre, è il mondo, il mondo di Roza e della figlia.

Roza ha 90 anni, due occhi azzurri in un gomitolo di rughe avvolta da un fazzoletto nero. Roza, tre guerre e due viaggi nella vita, ci riconosce e subito ricomincia a raccontarci di quando, ad otto anni, era andata in Galizia a salutare suo padre soldato dell’Imperatore, delle quattro case della sua vita e di quest’ultima, finalmente sua, in cui è tornata dopo l’”esilio italiano”.

E’ fiera, come la figlia Mara di sessant’anni, di questa casa: non c’è luce, non c’è gas, non c’è acqua ma è casa sua e lei vi è tornata. Non importa se per prendere l’acqua si deve fare mezzo chilometro di salita e di prati, non importa se per scaldarsi e cucinare bisogna spaccare legna con una schiena spaccata da tempo, non importa: è casa sua.

Sorride Roza quando vede il lampo del flash, sorride cercando di raccogliere con mani sempre fredde e piene di artrosi uno dei numerosi pulcini che, ai piedi del suo letto, beccano il mangime e le parole che le cadono di bocca. Ci dà appuntamento Roza alla prossima volta che passeremo a trovarla, quando sarà, sarà. Una bambina ci osserva da fuori casa attraverso una finestrella, ci saluta ed aiuta Roza e il suo bastone ad uscire da casa. Kolega si è ormai abituato al nostro odore e scodinzola. Per ora va bene così. Per il dolore c’è tempo.


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