Truccarsi a Sarajevo, Edizioni Messaggero Padova, 2005

A dieci anni dalla fine dell'assedio di Sarajevo un libro che racconta storie di persone incontrate nel corso della guerra nei Balcani tra il 1991 e il 1995. L'autore è Alberto Bobbio, giornalista, inviato speciale del settimanale "Famiglia Cristiana". Riportiamo l'introduzione al libro a firma dell'autore.

03/02/2005 -  Anonymous User

Truccarsi a Sarajevo, Edizioni Messaggero Padova, 2005

Di Alberto Bobbio

All'inizio del dicembre del 1991 arrivai per la prima volta a Sarajevo. Da alcuni mesi viaggiavo in Croazia. Dentro la guerra c'ero capitato per caso e non me ne ero occupato dall'inizio. A marzo le manifestazioni degli studenti di Belgrado erano state brutalmente represse dal presidente serbo Slobodan Milosevic, che aveva mandato i carri armati in piazza nel centro di Belgrado e uno studente era rimasto ucciso. Il 2 maggio, a Borovo Selo, un villaggio della Slavonia sulla riva del Danubio, un manipolo di serbi aveva ucciso 12 poliziotti croati. Il 12 maggio si svolse nelle Krajne croate, i territori di confine dove viveva una maggioranza di popolazione serba, un referendum che sancì la secessione di quelle regioni da Zagabria. Il 15 doveva insediarsi alla presidenza jugoslava il croato Stipe Mesic, secondo il criterio della rotazione dell'incarico, prassi consolidata dalla morte di Tito nel 1980, ma i serbi si opposero dando il via alla prima crisi istituzionale della federazione jugoslava. I 19 maggio si tenne a Zagabria il referendum per l'indipendenza. Il 94 per cento dei croati votò a favore.

La storia, a partire da quella primavera, precipitò in maniera sempre più convulsa e confusa a sud di Trieste. Ci fu la secessione della Slovenia, i carri armati con la stella rossa ai confini italiani, il primo conflitto nel cuore dell'Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. E colse tutti di sorpresa. Il mondo era alle prese con la crisi nel Golfo, era distratto dalle preoccupazioni per l'orso sovietico che dava segni di cedimento a neppure due anni dalla caduta del Muro di Berlino. Della dissoluzione della Jugoslavia, "repubblica federativa socialista di Jugoslavia", nessuno si occupava. Eppure era la fine di un'epoca e anche di un mito, quello della "fratellanza e dell'unità", "bratstva i jedinstva", le parole che poi negli anni a seguire, quando mi infilai completamente nella tragedia dei Balcani, ho sentito ripetere molto spesso con nostalgia.

Molte cose si sono intrecciate dal 1980, quando Tito morì a Lubiana e il treno con il suo feretro attraversò, andando verso Belgrado, il paese degli slavi del sud (perché questo significa Jugoslavia), in un'apoteosi sentimental-ideologica che sembrava già mettere la parola fine a quell'esperienza di socialismo e di federazione di popoli. Ma pochi capirono, quella primavera, che si era arrivati alle resa dei conti, che le coscienze erano state concimate d'odio da intellettuali sprezzanti del pericolo e da politici malandrini, che avevano intuito subito che ogni crociata, soprattutto se sanguinosa, avrebbe portato molto denaro nelle proprie tasche. Lo "jugosfascio" determinerà negli anni successivi la nascita di cleptocrazie, sullo sfondo delle più crudeli mattanze in Europa dall'epoca della Shoah.

Anch'io, come molti in quella primavera e in quell'inizio d'estate 1991, guardavo con poco interesse gli avvenimenti sloveni e croati e la crisi di Belgrado. Poi, una mattina di fine estate, mi trovai improvvisamente a Zagabria a riempire il taccuino con le lacrime delle mamme dei soldati chiusi nelle caserme, con le storie dei primi morti, croati improvvisati guerriglieri caduti a Petrinja, a Sisak, a poche decine di chilometri a sud di Zagabria, linea del fronte di una guerra non dichiarata. Più a sud, l'armata jugoslava e le milizie paramilitari serbe occupavano la Baranja, l'antica Pannonia romana a ovest di Osijek e si apprestavano a bombardare Dubrovnik e la costa dalmata. Non sapevo quasi nulla della Jugoslavia, come la maggior parte dei giornalisti spediti a Zagabria. Scrivevo quello che vedevo. Mi astenevo dal capire e dallo spiegare. Non avevo gli strumenti per farlo. Quando tornai a Roma cominciai a battere le librerie e le biblioteche. Leggevo giorno e notte volumi sulla Jugoslavia, in modo disordinato e vorace: dovevo capire qualcosa prima di tornare. Tornai varie volte in Croazia, finii sul fronte di Vukovar, sfidai i colpi di mitragliatrice lungo una fettuccia di fango infilata a tutta velocità una mattina di nebbia per sfuggire all'accerchiamento di Osijek, passai notti a Novska nella casa delle suore, mentre il cannone tuonava e alla sera bevevo birra in un polveroso bar con ragazzi che il giorno dopo avrei rivisti morti sul tavolo di marmo dell'ospedale.

L'autostrada tra Zagabria e Belgrado era chiusa, interrotta dai fronti di guerra. Per raggiungere la capitale jugoslava bisognava passare attraverso l'Ungheria. A Subotica, la capitale della Vojvodina, affittai un'auto. Raggiunsi Belgrado e poi Sarajevo. In Croazia si combatteva, in Europa si temporeggiava, organizzando una conferenza di pace dietro l'altra. A Jastrebarsko, un paese vicino a Zagabria, il comandante della caserma, Radovan Tasic, negoziò con il governo croato l'abbandono della posizione militare e con 600 uomini, 160 carri armati, decine di cannoni, blindati, missili, batterie antiaeree, anticarro, artiglieria pesante, andò verso la Bosnia. Da Belgrado verso Sarajevo, in quei giorni di dicembre, ricordo colonne di tank e artiglieria che percorrevano le strade della Bosnia centrale. Ricordo soldati regolari e guerriglieri vestiti di nero con le facce torve. Ricordo posti di blocco volanti, facce da galera, sorrisi e risate sulla meta del nostro viaggio. Adesso sappiamo che l'assedio di Sarajevo era stato pianificato per tempo mesi prima, che le artiglierie che circondarono la città venivano da lontano, che la popolazione serba venne equipaggiata con la distribuzione di centinaia di migliaia di armi leggere. Ma in quei giorni, prima del Natale 1991, nessuno se ne rese conto.

Nell'assedio ci entrai così: con la convinzione che non avrei più rivisto Sarajevo in pace e che la prima volta che fossi ritornato in città lo avrei fatto per raccontare la guerra. Mi capitò un fatto straordinario al seconda sera a Sarajevo. Avevo trovato u autista di taxi assai simpatico all'Holiday Inn. L'auto affittata a Subotica non aveva più benzina e per la benzina erano necessarie lunghe code ai distributori. Così mi rivolsi ad un taxi. L'autista aveva lavorato al consolato canadese di Zagabria, prima che venisse chiuso per via della guerra. Era di Sarajevo. Prese la famiglia e tornò in Bosnia. Gli chiesi come andavano le cose. E lui subito, senza stare neppure a pensarci, mi disse che sarebbe scoppiata la guerra pure in Bosnia, anche in città. Io mi sorpresi e proposi le analisi della Comunità internazionale sulla tenuta etnica della Bosnia, dove l'intreccio tra le etnie era così forte da costituire un baluardo di resistenza a chi voleva la guerra e la divisione. Lui mi rispose: "Proprio per questo da noi la guerra sarà più feroce". E mi fece fare un lungo giro per la città, che io non conoscevo. Mi portò in periferia, nei grandi quartieri moderni di Novi Grd, di Alpasino Polje. Mi portò a Stup, a Idlidza. Voleva che vedessi i campanelli delle case, grandi grattacieli di decine di piani. E io vidi che non c'era più neppure un nome. Era il segno che la guerra sarebbe cominciata. Nei Balcani, di solito, dai nomi e dai cognomi si capisce se sei croato o serbo o musulmano. L'Europa ancora non capiva. Le diplomazie del mondo intero erano al colmo della confusione e lo sarebbero state per anni. Quando tornai a Roma ripresi i libri, ne comprai altri: Sarajevo e la Bosnia erano un'altra parte, complicata, del mosaico balcanico. Poi, per anni, viaggiai su tutti i fronti di guerra delle guerre balcaniche, fino al Kosovo e alla Macedonia, e in mezzo alle rivolte d'Albania, alle manifestazioni di Belgrado.

Questo libro racconta storie. Perché ora che sono passati dieci anni dalla fine dell'assedio di Sarajevo, 1300 giorni, 12 mila morti, ora che si sa quasi tutto dell'inettitudine della Comunità internazionale, degli intrecci assai poco virtuosi tra i signori della guerra e il resto del mondo, si comincia anche a fare luce sugli affari, si cercano verità al Tribunale dell'Aja, anche per consegnare alla Storia una memoria giudiziaria dell'orrore. Ma si tendono a scordare e a perdere nella memoria le storie della gente, le sofferenze intime, le piccole azioni eroiche di chi ha resistito, di chi ha detto una parola chiara alla guerra che voleva uccidere la vita.

Le analisi geopolitiche si possono leggere altrove. Non so se tutte le persone che ho incontrato nei mesi passati a Sarajevo, durante l'assedio, sono ancora vive. Di alcune ho perso le tracce, ma ho l'opinione che siano migliorate, che abbiano vinto la sfida della vita. Sicuramente hanno migliorato tutti noi, che abbiamo vissuto con loro qualche settimana, qualche giorno, anche solo qualche ora. Una volta ebbi un autista che si chiamava Izet. Non so più dove sia finito. Ho lavorato con lui nell'estate del 1993. aveva un'auto tedesca nera; prima della guerra faceva l'autotrasportatore e veniva spesso in Italia. Parlava un italiano spettacolare, parole di veneto e "furlan" mischiate a serbocroato. Trovava sempre la benzina a un buon prezzo e qualche volta anche verdura fresca e bottiglie di vino da accompagnare al povero desco dei giornalisti, ospiti di lusso dell'Holiday Inn di Sarajevo. Dentro al città assediata si viveva una vita più intensa, anche dal punto di vista dei sentimenti. Si vedeva dalle piccole cose. Per esempio non ci si poteva lavare le mani da soli, perché occorreva che qualcuno vuotasse adagio l'acqua dalla bottiglia, per non sprecarla, essendo l'acqua un bene prezioso. Una mattina, sorridente come sempre, Izet mi disse: "Oggi, ti faccio conoscere mio figlio. Ma dopo, prima lavoriamo". Lavorammo in giro per la città, correndo in auto come al solito. Finché arrivammo dalle parti dell'ospedale di Kosevo. Izet prese a destra e salì verso la collina. Abitava in una piccola villa con il giardino davanti, dua alberi da frutto, una panchina di legno. "Ecco, mio figlio è sepolto lì", disse semplicemente, senza lacrime. Aveva 22 anni. C'era un cumulo di terra e la stele di legno, secondo l'usanza di seppellire dei musulmani. Il figlio di Izet era stato arruolato nell'esercito della città. Per alcuni giorni aveva dato l'assalto a una colina dalla quale i serbi sparavano sulla parte vecchia della città. Erano morti in tanti, qualcuno era stato fatto prigioniero. Un giorno i serbi se ne andarono da quell'altura. Ma prima uccisero e gettarono giù per la scarpata i prigionieri. Il figlio di Izet era uno di quelli. Quando gli restituirono il corpo era una brutta giornata, troppe granate, troppi colpi dei cecchini. Non riuscirono a raggiungere il cimitero. Lo seppellirono in giardino.

Ora le storie dell'assedio, la guerra in Bosnia, la grande rapina dei condottieri di Belgrado, i luoghi della sofferenza si tendono a dimenticare. Una guerra scaccia sempre quella precedente. All'orrore non si riesce a porre fine: la tragedia del Medio Oriente, le esecuzioni a Baghdad, le fiamme nel Caucaso, i bambini di Beslan trucidati nella scuola numero 1, i conflitti dimenticati dell'Africa. La guerra nei Balcani non appare neppure come una colpa indelebile marchiata sulla pelle dell'Europa e del mondo. La ragione e le analisi geopolitiche tendono a percorrere, dopo, quasi sempre schemi assolutori o, per lo meno, di oblio. Potremmo anche esserne contenti: il fastidio balcanico finalmente è stato rimosso.

Ma proprio ora è importante ricordarsi delle storie dell'assedio. Le storie di questo libro sono state raccolte nel corso della guerra tra il 1991 e il 1995 e nel pesante dopoguerra dei Balcani. Riportano in primo piano le sofferenze e le speranze. Sono quasi tutte scritte con i tempi dei verbi al presente, nel tentativo di riproporre oggi avvenimenti spariti. Perché c'è una memoria che non può essere spazzata via. E' quella della Storia, che si specchia negli occhi delle donne, degli uomini, dei bambini, che l'hanno subita. Nessuno può permettersi di dimenticare Sarajevo.

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