Una biografia di Fabio Levi su Alex Langer, europarlamentare verde morto 12 anni fa. Un viaggio che attraversa anche le guerre balcaniche, e le contraddizioni del pacifismo

13/06/2007 -  Mauro Cereghini

Università di Bolzano, presentazione di "In viaggio con Alex", biografia di Alexander Langer scritta da Fabio Levi. Sala strapiena e numerose persone in piedi. Langer d'altronde era di questa terra, e molti ne hanno condiviso personalmente tante battaglie politiche locali, nazionali o internazionali: dalla sinistra extra-parlamentare alla nascita dei verdi, dalla Campagna Nord-Sud al Verona Forum per la pace e la riconciliazione in ex Jugoslavia, passando per decine di iniziative e temi. Un gigante per la politica in genere autoreferenziale del Sudtirolo, quasi ripiegata sull'unico tema dell'equilibrio tra gruppi linguistici e dell'autonomia da Roma. Ma un gigante scomodo, per quel suo costante rompere gli schemi: no alla separazione etnica, favorire gruppi misti... addirittura candidarsi a Sindaco di Bolzano, lui di madrelingua tedesca nella città a maggioranza italiana e contro il volere di tutti i partiti. Così scomodo che a dodici anni dalla morte - scelta - in questa città non restano quasi segni pubblici della sua persona. "Non mi risulta - risponde la rettrice dell'Università ad una domanda dal pubblico - che si sia mai pensato di intitolare l'Ateneo ad Alex Langer. Certo sarebbe una bella idea, ma non credo sia mai stato proposto". Ecco, appunto.

Il libro di Levi aiuta a ricordare un impegno umano e politico straordinario, dentro e fuori le istituzioni, culminato con due elezioni al Parlamento Europeo e la co-presidenza del Gruppo Verde. Perché Langer, di suo, non ha lasciato libri né sistematizzato i suoi scritti. Un'infinità di articoli, interventi, discorsi, appunti, lettere - che la Fondazione Langer oggi è impegnata ad archiviare - ma nessun testo completo. Levi stesso non fa un compendio del pensiero langeriano, forse è impossibile farlo data "la sua diffidenza verso ogni forma di generalizzazione che, nello sforzo di astrarre, finisse per cancellare la ricchezza dei casi particolari e della vita concreta" (pag. 194). Piuttosto ne segue l'itinerario geografico, attraverso i luoghi di vita (Vipiteno, Bolzano, Firenze, la Germania, Bruxelles...) e quelli degli infiniti viaggi, dalla Russia all'Amazzonia, dal Medioriente ai Balcani. Lo fa da storico attento e rigoroso, leggendosi i temi in classe del liceo come i rendiconti sulle spese da euro-parlamentare. Ma insieme lo fa trasmettendo passione e affetto, perché anche lui sente quell'itinerario personalmente vicino.

"E' la capacità di creare relazioni umane vere - mi racconta Levi a margine della presentazione - anche con persone molto diverse tra loro, che caratterizzava l'opera di Langer. Un fare rete dal basso di cui nemmeno oggi sono chiari tutti i contorni: scrivendo il libro ho scoperto decine di persone in tutta Europa che hanno avuto a che fare con lui, e ne conservano una traccia, un testo, un'idea originale. Langer ha privilegiato questa rete diffusa, senza mai pretendere di cristallizzarla dentro un organismo unitario. Non voleva costruirsi piedistalli, dopo un po' anzi abbandonava le sue creature perché preso da una nuova causa, e qualcuno glielo rimproverava pure". Solve et coagula era uno dei suoi messaggi profondi, che rivolse perfino alle liste verdi, di cui pure era fondatore, all'indomani del loro primo ingresso in Parlamento nel 1987.

In quei viaggi, in quella rete ci fu posto anche per i Balcani. Per l'Albania anzitutto, che visitò più volte a partire dal dicembre 1990 come Presidente della relativa Commissione al Parlamento Europeo. Intrecciò legami diretti tanto con le vecchie istituzioni morenti quanto con le prime espressioni del nuovo pluralismo, anticipando anche i rischi cui andavano incontro. In un discorso dell'ottobre 1992 ammonì: "Con tutta modestia e umiltà ci permettiamo di dare due consigli ai nostri amici albanesi. Uno: ... molto dipenderà da quanto tutti loro, anche le autorità, sapranno uscire da una possibile logica di resa dei conti. ... Due, e lo diciamo soprattutto ai giovani: sappiate contare sulle vostre forze. Sappiamo quanto l'Albania sia stata quasi drogata da una forzata autarchia, ma da lì al contrario, a diventare dipendenti da chi porta aiuti, all'aspettarsi tutto dall'intervento esterno e pensare che questo sia il perno della loro strada, la distanza è grande" (pag. 148).

E poi la tragica vicenda jugoslava. Langer la visse di persona, emotivamente prima ancora che politicamente. Ci arrivò la prima volta nella primavera del 1991, con una carovana pacifista che non a caso si concluse in Kossovo. E ci tornò varie altre volte, sempre per incontrare gruppi alternativi, dissidenti, intellettuali, attivisti... "Comprese molto presto - mi dice ancora Levi - i rischi della disgregazione in atto, mentre in Italia si stentava a coglierli e alcuni appoggiavano con ingenuità le istanze di autodeterminazione. Langer, pur venendo da una tradizione autonomista, criticò gli stati che riconobbero subito Croazia e Slovenia incoraggiando di fatto l'avvio degli scontri". La sua lettura della situazione già nell'autunno del 1991 era molto più complessa e articolata di quanto in genere passasse nell'opinione pubblica italiana: "Tutte le semplificazioni che qua e là vengono addotte a spiegazione si rivelano ben presto insufficienti, parziali e addirittura fuorvianti: da quelle che leggono il conflitto come scontro tra dittatura e democrazia o tra nazioni europee e 'retaggi balcanici', a quelle che parlano di mera guerra di aggressione imperialista o di conquista, o di 'guerra civile', o di scontro tra centralismo e ribellione autonomista (a vari livelli: di Zagabria e Ljubijana contro Belgrado, ma anche della Slavonia contro Zagabria), o tra unità nazionale e separatismo. La verità è che concorrono molti e complessi elementi, non esclusa una pesante eredità storica e socio-economica, che finisce per sommare le disgrazie balcaniche a quelle del dopo-comunismo" (pag. 173).

Langer traduce il suo impegno sulla vicenda jugoslava in iniziative al Parlamento Europeo, specie in favore dei rifugiati, dei disertori e per il coinvolgimento delle opposizioni nelle trattative di pace. Ma anche fuori dal palazzo, partecipando a dibattiti, discussioni, azioni di sostegno... Il primo luogo è la Helsinki Citizens' Assembly, conosciuta anni prima nella stagione delle rivoluzioni in est Europa. Ma in seguito dà vita ad un'iniziativa ad hoc, raccogliendo varie personalità di tutti i paesi della ormai ex Jugoslavia. Nasce così il Verona Forum, rete di intellettuali e attivisti che per alcuni anni cerca di porsi come voce alternativa ai nazionalismi e alle guerre. E attorno a sé Langer coglie le molte altre iniziative, sia politiche sia di solidarietà concreta, che fioriscono specie in Italia. "A me pare - disse nel marzo 1993 - che da questo punto di vista ci sia qualcosa di nuovo. Meno tifoserie e molti più gemellaggi, impegni costanti" (pag. 176).

Nel suo essere problematico, però, Langer rischiava a volte di passare per eretico. Così nella prima fase delle guerre i suoi inviti ad ascoltare le ragioni di tutti lo fecero additare come filoserbo. Oppure i richiami ad un pacifismo concreto e non dogmatico, rivolti nel dicembre 1992 ai 500 della Marcia a Sarajevo promossa dai Beati i Costruttori di Pace, gli valsero numerose critiche anche dagli amici. Ma il tema più scottante per la sua coscienza, e per il dibattito anche dentro i mondi della pace, fu quello dell'intervento armato. A partire dal 1993 Langer iniziò ad esprimersi pubblicamente su un uso limitato e guidato dall'Onu della forza militare. Lo affiancava sempre ad altre azioni civili ed umanitarie, e ad un cambio netto di strategia politica della comunità internazionale, che denunciava come sempre più fallimentare e corresponsabile della crisi. Però lo prendeva in seria considerazione, anche perché intimamente gravato dal peso di dover rispondere agli interlocutori, in particolare bosniaci, che lo interpellavano con fiducia. "Voi state a guardare e non fate niente - scriveva all'Onu Selim Beslagic, Sindaco di Tuzla e suo amico, dopo la strage di giovani del maggio 1995 - mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici" (pag. 219).

Nacque così l'appello "L'Europa muore o rinasce a Sarajevo", rivolto ai capi di stato e di governo che si sarebbero riuniti a fine giugno a Cannes. Chiedeva di dare un futuro europeo ai paesi dell'ex Jugoslavia, addirittura l'ingresso immediato della Bosnia Erzegovina nell'UE, ma insieme un intervento armato per fermare le stragi e rompere l'assedio di Sarajevo. Langer lo appoggiò, pur "sapendo di ferire addirittura i sentimenti e i pensieri delle persone che erano a lui legate" (pag. 219). Fu un passaggio difficile e controverso: negli stessi mesi altra parte del pacifismo italiano era impegnata in un tentativo di dialogo tra le parti meno estremiste, e si opponeva alla "militarizzazione del conflitto".

Nei fatti ci vollero ancora due mesi di massacri, Srebrenica, l'Operazione Oluja prima di un intervento internazionale e dei successivi Accordi di Dayton. Langer, gravato da molti pesi compreso questo, non seppe aspettare tanto. Si tolse la vita il 3 luglio 1995, in solitudine. E questa solitudine è la chiave che ritorna più spesso nel libro, per spiegare l'evoluzione del percorso umano e politico di Langer. Quasi un paradosso, per uno che cercava sempre il rapporto umano e le reti di amicizia. Seminava, ma forse raccoglieva troppo poco per sé e attorno a sé.

Un piccolo seme l'ho incontrato anch'io anni fa, me ne ricordo ora leggendo le pagine di Levi. A Tetovo, in Macedonia, era il 1997. Mi raccontavano delle tensioni albano-macedoni, in particolare sull'istruzione universitaria in lingua albanese. E dell'idea che proprio Langer gli aveva lanciato di un Ateneo plurilingue sotto egida europea. Avevano dovuto ripiegare su una più modesta università privata albanese, e qualcuno aveva proposto di intitolarla a suo nome. Non lo fecero, ma ci pensarono. Almeno lì.


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