L'Italia ha istituito, con legge 30 marzo 2004 n.92, un "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano dalmata. Dopo anni di colpevole rimozione, sembra farsi strada l'affermazione di un'altrettanto fuorviante memoria selettiva sulle vicende del confine orientale. Con quale prospettiva?

07/02/2005 -  Michele Nardelli

Nella prefazione al volume "Storie di uomini giusti nel Gulag", Gabriele Nissim scrive a proposito dei concetti teorici e filosofici elaborati attorno alla Shoah come «...la deriva eliminazionista introdotta nel nome di un ordine superiore non abbia colpito solo gli ebrei, gli armeni, le vittime sovietiche, ma abbia attraversato la condizione umana del Novecento».

Credo che quando parliamo di memoria dovremmo in primo luogo aver coscienza di ciò. Altrimenti ognuno coltiverà la propria memoria, piangerà i propri morti, con l'esito di considerare la propria narrazione come l'unica possibile, la verità sulla quale costruire il destino della propria comunità.

La realtà è invece che ci sono diverse narrazioni, in Palestina come in Bosnia, in Istria come in Sud Tirolo, nel nord America come in Sudafrica, e che la ricerca della verità è cosa complessa che non può prescindere da un altrettanto complesso lavoro di elaborazione delle vicende storiche e dei conflitti che l'hanno accompagnate, a partire dai punti di contatto delle diverse narrazioni. In particolare laddove l'eliminazionismo ha interagito con lo stesso territorio a fasi alterne. È il caso dell'Istria e del dibattito sulle foibe.

Una memoria a senso unico non potrà avere come esito che il rinfocolare del rancore a dispetto del tempo. Ed è ciò che sta avvenendo. Al proliferare delle giornate della memoria non corrisponde infatti una rigorosa ricerca storica e tanto meno percorsi di elaborazione collettiva dei conflitti, ma un uso strumentale e di parte della storia, in genere funzionale al proprio approccio politico e culturale. In altre parole, disonestà intellettuale.

Un tema, quello della memoria, che andrebbe invece trattato con estrema prudenza. Anche perché ad una lettura di parte, corrispondono molto spesso retorica e ritualità, componenti che ingessano la memoria come capacità di rileggere la storia. Ma soprattutto impediscono di fare l'unica cosa veramente importante e cioè capire ciò che è accaduto, perché è potuto accadere, indagare sulla colpa individuale, sulle responsabilità collettive, ma anche sulla rimozione e sulla falsa coscienza. E tutto questo non per avere vendetta, ma perché solo il riconoscimento di ciò che è accaduto può metterci nelle condizioni di parlare almeno di convivenza, se non proprio di riconciliazione. Perché quest'ultima è un processo ancora più complesso che prevede - oltre all'elaborazione del conflitto - anche forme specifiche di risarcimento. Non parlo di perdono, che riveste una sfera individuale oltreché controversa: «È possibile perdonare l'imperdonabile?» si chiedeva Vladimir Jankélévitch nel suo "Perdonare?"

E se è vero che la logica concentrazionaria ed eliminazionista ha attraversato tutto il Novecento, potremmo dire che la vicenda delle foibe, forse ancor più della Shoah e del Gulag, hanno descritto una tragica reciprocità, l'assonanza degli opposti. Anche in questo caso i mezzi, l'eliminazione del nemico, testimoniano lo stesso disprezzo per la vita, la stessa demonizzazione dell'avversario, ma insieme anche le affinità culturali che hanno segnato la "strana coppia" del Novecento, per usare l'immagine di Marco Revelli.

Affinità e cinismo che hanno fatto sì che tanto le pagine nere del colonialismo italiano (altro che "italiani, brava gente") di là dell'Adriatico quanto della contro-pulizia etnica jugoslava nell'immediato secondo dopoguerra, potessero cadere sotto decenni di oblio, nel comune interesse a mettere sotto silenzio quel che poteva essere ingombrante alla retorica dei vincitori.

Oggi si è rotto il silenzio, ma siamo ancora ben lontani da un processo di elaborazione del conflitto, tanto sul piano della ricostruzione della verità storica quanto sotto il profilo di una capacità collettiva delle comunità, ognuna delle quali tende a coltivare una memoria separata.

Lo stesso operato del TPI per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia tende a riprodurre il modello Norimberga (quello giuridico è del resto il suo mandato) piuttosto che indagare sul male assoluto, sulla sua banalità, sulle ipocrisie che l'hanno accompagnato. Ma per fare questo non servono i tribunali, serve quel paziente lavoro di ascolto e di elaborazione senza il quale non vi sarà, in Istria come altrove, riconciliazione alcuna.


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