Una breve scheda di approfondimento sulle manifestazioni del 9 marzo 1991 a Belgrado

09/03/2011 - 

Il 9 marzo 1991 rappresenta una data cardine, sia per la Serbia che per il disfacimento della Jugoslavia. Da un lato emerge nettamente una forte opposizione a Milošević, opposizione che impiegherà altri 9 anni per abbattere il regime, dall’altro quella data rappresenta un ulteriore indicatore delle intenzioni tutt’altro che pacifiche del presidente serbo.  

Il 9 marzo la guerra nell’allora Jugoslavia non era ancora ufficialmente iniziata. Ma a molti in quel periodo sembrava abbastanza chiaro dove avrebbe condotto la politica di Slobodan Milošević, eletto alle presidenziali del 1990 con il 65% delle preferenze. Già nel gennaio del 1991 gli stipendi subiscono un calo del 22% rispetto al mese precedente. Iniziano ondate di scioperi di lavoratori insoddisfatti.

I fatti di marzo prendono il via da un servizio del giornalista Slavko Budihna sul telegiornale di Tv Beograd in cui si accusava il partito di Vuk Drašković SPO (Movimento per il rinnovamento serbo), allora all’opposizione, di essere filofascista e filo ustaša, di agire contro il popolo serbo, di sfruttare l’insoddisfazione dei cittadini per creare caos. “Un tale scenario, allenato e diffuso dal Cile alla Romania, è noto e riconoscibile, e in Serbia non si deve permettere che accada e non accadrà”, recitava il commento del giornalista della tv controllata dal regime.

Vuk Drašković, che diventerà il leader della manifestazione del 9 marzo e che verrà arrestato la sera stessa,  decide che il limite è stato superato. Indice una grande manifestazione nel centro di Belgrado chiedendo la rettifica del servizio andato in onda durante il tg del 16 febbraio e le dimissioni del direttore  Dušan Mitević e dei quattro redattori responsabili. In caso contrario, Drašković si dice intenzionato ad andare davanti alla sede della TV e prendere di persona i responsabili del servizio televisivo e portarli tra la folla. Milošević schiera imponenti forze di polizia, mezzi blindati con cannoni ad acqua, lacrimogeni. La polizia picchia duro, ma serviranno i carri armati dell’Esercito federale (JNA) a far calare il silenzio per le vie della città.

Furono i primi carri armati per le vie di Belgrado dopo la Seconda guerra mondiale. Milošević riuscì, con una buona dose di disinformazione su quanto stava accadendo a Belgrado, a convincere la Presidenza jugoslava ad impiegare l’Armata popolare contro le 100.000 persone radunate nel centro della capitale serba. Era il preludio dell’uso che ne avrebbe fatto in seguito.

Nel frattempo i media indipendenti Studio B e radio B92 vengono imbavagliati e costretti al silenzio, riprenderanno a svolgere il loro lavoro regolare solo dopo il 12 marzo, quando anche Vuk Drašković sarà liberato di prigione e Milošević, dopo le tenaci proteste studentesche dei giorni successivi, cederà  alle richieste dei manifestanti.

Il 9 marzo è stato forse prematuro, tanto per l’opposizione quanto per il potere. Miloševic aveva sottovalutato la forza dell’opposizione, andando dritto allo scontro nella convinzione che la polizia per le strade avrebbe fatto desistere ben presto i dimostranti. In piazza, oltre all’SPO di Drašković, c’era tutto il Partito democratico: Ðinđić, Koštunica, Mićunović, Lečić. L'opposizione era però impreparata a far muro contro il potere e soprattutto non aveva ben chiaro fin dove volesse arrivare, nonostante fossero tutti consapevoli che si trattava di un cruento braccio di ferro per affermare la libertà di espressione e di manifestazione. L’occidente considerava Milošević come un interlocutore, le forze di polizia e l’Esercito erano dalla parte di Milošević, Drašković a capo di un partito monarchico e nazionalista non era ben voluto dal governo federale. Ciò nonostante la preoccupazione e il nervosismo di Milošević erano evidenti, sia perché chiese l’aiuto dell’Esercito sia perché alla fine accettò le richieste dell’opposizione. Diedero le dimissioni il direttore, i quattro redattori della tv e il ministro dell’Interno.

Le proteste iniziate il 9 marzo termineranno tre giorni dopo. Le violenze della polizia contro i manifestanti porteranno all’arresto di 213 persone, numerosi feriti e due morti. Nedeljko Kosović (1937), membro delle forze dell’ordine, morirà per un caduta mentre cercava di scavalcare un muro, le ferite alla testa gli saranno fatali. Mentre nell’azione dei poliziotti di Požarevac morirà Branivoje Milinović (1973) per colpi d’arma da fuoco sparati alle spalle. In quell’azione la polizia sparò per quasi un minuto senza sosta sulla folla ad altezza d’uomo ad una distanza di circa 150 metri. Oltre a Milinović altre quattro persone furono ricoverate con ferite d’arma da fuoco sparate alle spalle.

Il 9 marzo resta il giorno in cui Belgrado e la Serbia intera mostrano un’inattesa consistenza dell’opposizione, tale da sorprendere il potere. Quella data segna anche la presa di distanza da Milošević di una parte dell’élite accademica e dell’intellighenzia serba. La leadership di Milošević per la prima volta viene messa in discussione. Purtroppo quella data segna al contempo anche il vero volto dell’uomo forte di Belgrado che, seppur intimorito dai fatti di marzo, comprende ben presto che l’opinione pubblica va distolta dalla crisi economica e dalle richieste di democrazia, e per far questo occorre andare alla guerra.