Allargamento, l’UE spinge i Balcani ad accelerare
Pur tra disagi logistici, il summit di Tivat conferma che Montenegro e Albania sono gli unici candidati con una reale prospettiva d’adesione. Ma nell’intera regione si avvitano le crisi politiche

António Costa, Presidente del Consiglio europeo, Jakov Milatović, presidente del Montenegro, Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione UE
António Costa, Presidente del Consiglio europeo, Jakov Milatović, presidente del Montenegro, Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione UE - Foto F. Bortoletto
Buona ma non buonissima la prima per il Montenegro, che lo scorso venerdì (5 giugno) ospitava a Tivat, nella suggestiva cornice della Boka Kotorska (Bocche di Cattaro), il nono vertice UE-Balcani occidentali. Se è vero che la prova non era delle più semplici – il padrone di casa, il presidente Jakov Milatović, l’ha definita “la riunione diplomatica più significativa nella storia moderna del nostro Paese” (cioè nei vent’anni dalla ritrovata indipendenza) – non si può nemmeno dire che l’autoproclamato “28esimo Stato membro dell’UE” abbia brillato per efficienza organizzativa.
Per mettere in sicurezza il sito è stato bloccato mezzo Paese, il traffico stradale nell’intera Boka interrotto a singhiozzo da giovedì a sabato, con conseguenti forti disagi alla circolazione per residenti, turisti e gli stessi giornalisti. C’è chi, come la corrispondente svizzera Aleksandra, è stata costretta ad un’odissea di oltre dieci ore. “Sono partita con la corriera da Podgorica poco dopo le 15:00 e, dopo una serie infinita di blocchi e deviazioni, ho potuto raggiungere il mio alloggio solo alle 2 di notte”, ci racconta.
D’altra parte, conferma a OBCT l’azienda statale che gestisce gli aeroporti, Aerodromi Crne Gore (ACG), “tra il 4 e 5 giugno si sono mosse circa 40 delegazioni diplomatiche straniere” e la polizia ha messo in campo “i protocolli di sicurezza più severi mai implementati nel Paese”, mobilitando circa 1.500 agenti e blindando letteralmente la sede del vertice. “Durante il summit l’aeroporto di Tivat ha gestito oltre 40 movimenti aerei giornalieri, a fronte di una media stagionale di 25-30”, ci spiegano i portavoce, puntualizzando che “non ci sono stati ritardi o cancellazioni per i voli commerciali, ma solo quattro dirottamenti” su altri scali.
Al netto della logistica, l’agenda del vertice era relativamente scarica e non c’è stata nemmeno una dichiarazione finale. I leader dei Ventisette e dei partner balcanici si sono appartati per una cena informale giovedì sera sulla sommità del Monte Lovćen, per riunirsi l’indomani in una sessione plenaria con annesso pranzo di lavoro a Porto Montenegro, il complesso di lusso che Podgorica considera il fiore all’occhiello del turismo nazionale.
I progressi sull’allargamento
Il tema centrale è stato l’allargamento del club a dodici stelle, in naftalina dal 2013. Il Montenegro si conferma il frontrunner, col trattato d’adesione in fase di stesura e 14 capitoli negoziali provvisoriamente chiusi sui 33 totali. Podgorica mira a finalizzarne almeno altri due in occasione del prossimo Consiglio Affari esteri dell’UE, in programma il 16 giugno a Lussemburgo. Milatović definisce il suo Paese un “modello” per l’intera regione e celebra i progressi negoziali come “il trionfo della nuova cultura politica nazionale”, rivendicando il cambio di passo realizzato con le elezioni del 2023.
Anche l’Albania sta andando bene, almeno sulla carta. Verso fine maggio ha ricevuto una valutazione positiva nell’IBAR, la pagella di metà percorso che permette di iniziare a chiudere i capitoli. A Tivat, il primo ministro Edi Rama ha reiterato il suo appello per l’integrazione graduale dei Balcani occidentali, vale a dire la loro partecipazione incrementale alle politiche e nelle istituzioni comunitarie, prima dell’adesione a pieno titolo.
Ci sono molteplici versioni di questo modello. Una è quella diffusa alla vigilia del vertice in un non-paper franco-tedesco per “semplificare” il processo d’adesione. Parigi e Berlino caldeggiano uno snellimento delle complesse procedure decisionali dell’UE, ventilando al contempo una serie di “incentivi” concreti per far sperimentare i benefici dell’adesione ai candidati che procedono con le riforme. L’attuale metodo, riformato nel 2020, è ritenuto farraginoso anche a Bruxelles, ad esempio dalla titolare dell’Allargamento nell’esecutivo comunitario, Marta Kos.
Sul punto, tuttavia, la presidente Ursula von der Leyen continua a rimanere ambigua: “Il processo rimarrà basato sul merito ma deve diventare più dinamico”, ha dichiarato in conferenza stampa, enfatizzando la necessità di “accelerare” sulle riforme ma guardandosi dal fornire dettagli più precisi. L’unica cosa su cui tutti sembrano d’accordo è che il Montenegro proseguirà il suo percorso secondo le regole attuali. Lo stesso Milatović ha derubricato le discussioni sull’integrazione graduale come “un modo costruttivo per coinvolgere i Paesi candidati”: tutti, tranne il suo.
L’ultima nota positiva su questo versante riguarda Ucraina e Moldova. A Tivat i capi di Stato e governo hanno accolto favorevolmente lo sblocco del loro processo d’adesione, reso possibile dal ritiro del veto ungherese dopo anni di ostruzionismo di Budapest. Anche Kyiv e Chișinău hanno cerchiato sul calendario la data del 16 giugno per l’avvio formale dei negoziati.

Strade bloccate dalla polizia a Tivat la mattina del summit – Foto F. Bortoletto
I nodi da sciogliere
Decisamente in salita, invece, la strada per gli altri candidati balcanici. La Bosnia Erzegovina è paralizzata internamente dalle disfunzioni istituzionali (acuite dalla recrudescenza della retorica secessionista nella Republika Srpska), mentre fuori dai suoi confini è sempre più profonda la spaccatura tra gli alleati transatlantici sulla figura del nuovo Alto rappresentante, che a luglio dovrà sostituire il dimissionario Christian Schmidt.
In attesa di ulteriori emendamenti costituzionali a tutela della minoranza bulgara, l’adesione della Macedonia del Nord rimane ostaggio del veto di Sofia. In Kosovo si sono tenute ieri (7 giugno) nuove elezioni anticipate, convocate a causa dell’incapacità dei partiti di nominare un presidente allo scadere del mandato di Vjosa Osmani, a inizio aprile.
La Serbia resta l’osservata speciale per l’erosione dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali, sebbene il presidente del Consiglio europeo, António Costa, abbia ostentato un cauto ottimismo sulle riforme – in particolare in materia di legge elettorale e indipendenza della magistratura – che dovrebbero venire implementare “nelle prossime settimane”.
A livello domestico, continua il braccio di ferro tra il movimento studentesco – che scalda i motori in vista della prossima tornata elettorale – e il presidente Aleksandar Vučić, ma nel mirino dell’UE ci sono anche le relazioni esterne di Belgrado, soprattutto con Mosca e Pechino. Inoltre, proprio alla vigilia del summit si è consumato l’ennesimo strappo diplomatico col vicino Montenegro, nella forma di respingimenti reciproci alle frontiere motivati col passe-partout della sicurezza nazionale.
In questi giorni, del resto, la situazione si è fatta incandescente anche in Albania, dov’è esploso fragoroso, ampio e trasversale il dissenso contro il governo Rama. La miccia è stata una vicenda di opache concessioni di terreni pubblici nell’area protetta di Pishë Poro-Narta ad una cordata di investitori internazionali capitanata da Jared Kushner, genero di Donald Trump, per l’edificazione di un complesso turistico di lusso.
La mobilitazione – ribattezzata “rivoluzione dei fenicotteri” – procede ininterrotta da una settimana abbondante, riempiendo le piazze di manifestanti che alle iniziali rivendicazioni ambientaliste affiancano ora una critica esplicita e diretta all’esecutivo, chiedendo la fine della corruzione, migliori condizioni economiche e un maggiore coinvolgimento sulle decisioni che impattano il futuro nazionale. In tutta risposta, il premier ha liquidato gli sviluppi come atti di una presunta “guerra ibrida” orchestrata da oscure forze esterne.
Finanziamenti, roaming e assenze
Anche sugli altri fronti non sono emerse grosse novità. Gli esborsi del Piano di crescita procedono secondo la tabella di marcia confermata il mese scorso, quando la Commissione ha reso disponibili altri 49 milioni di euro all’Albania, 65,7 alla Macedonia del Nord e 44,2 al Montenegro. Bruxelles giudica soddisfacenti i progressi di Tirana, Skopje e Podgorica, ma ribadisce l’avvertimento a Belgrado, Pristina e Sarajevo: senza riforme, i rubinetti restano chiusi.
Il capo del Berlaymont [sede della Commissione europea] ha rimarcato l’importanza di “includere i Balcani occidentali nel mercato unico europeo”, citando come esempi l’ingresso dei partner regionali (eccetto il Kosovo) nell’Area unica di pagamento in euro (SEPA) e, soprattutto, l’estensione del programma “Roam Like at Home“, grazie al quale i cittadini dei Paesi partecipanti – gli Stati UE, i membri dell’EFTA, l’Ucraina e la Moldova – possono usare la rete mobile come in patria, senza costi aggiuntivi. Dopo il via libera del Consiglio UE lo scorso giovedì, cominceranno ora i negoziati bilaterali per far accedere i partner balcanici allo spazio di roaming europeo cominciando, neanche a dirlo, da Albania e Montenegro.
A saltare all’occhio nella soleggiata Tivat, infine, c’è stata l’assenza di Giorgia Meloni, unica tra i leader dei Ventisette a disertare la foto di famiglia. Palazzo Chigi giustifica la sedia vuota italiana con impreviste complicazioni dell’agenda, ma i critici suggeriscono che a motivare la scelta – consapevole – della premier siano stati piuttosto dissapori politici con le cancellerie europee, soprattutto Parigi e Berlino.
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