“Scavare tra le ossa per capire chi sono”: Ruska Jorjoliani e il ritorno allo Svaneti
Con “Ardesia”, la scrittrice georgiana Ruska Jorjoliani – che vive a Palermo – torna per la prima volta alla sua terra natale: un libro sull’emozione del ritorno, su una storia familiare avvolta nel mistero e una regione che la modernità sta trasformando in modo irreversibile

Ruska Jorjoliani
Ruska Jorjoliani (foto archivio privato)
Tra lo Svaneti di un tempo – irraggiungibile, isolato, ricco di tradizioni e credenze in gran parte perdute e teatro di drammatiche vicende storiche – e quello di oggi, dove prosperano i b&b ed è possibile gustare uno spritz all’ombra dei ghiacciai, c’è un mucchio di ossa. La storia dell’uomo a cui appartenevano, che dovranno essere esumate per ricavare un alloggio turistico, è avvolta nel mistero. Da questa premessa si sviluppa la storia, in parte autobiografica, di Ardesia (edizioni Italo Svevo, 128 pagine, 16 euro), terzo romanzo di Ruska Jorjoliani.
Nata a Mestia nel 1985 e giunta a Palermo negli anni ’90 in seguito al conflitto in Abkhazia (dove vive tuttora alternandosi con Tbilisi), Jorjoliani ha eletto sin dai suoi esordi l’italiano come lingua letteraria, senza mai dimenticare, nella cultura e nella sensibilità , il paese d’origine.
Nei fortunati due titoli precedenti (La tua presenza è come una città , del 2015, e Tre vivi, tre morti, 2020), però, non aveva mai affrontato la sua terra natale.
Con Ardesia, spiega la scrittrice, è giunto il momento. Ne emerge un libro che è anche una riflessione a tutto tondo sul difficile rapporto con le proprie origini, la ricerca di un senso più profondo, ma anche una riflessione, con tanti interrogativi aperti, sulle rapide trasformazioni che non solo le montagne della Georgia, ma le aree un tempo remote di tutto il mondo, stanno vivendo, fino al rischio di sembrare irriconoscibili.
Cominciamo dal titolo. L'”ardesia” nel romanzo sembra rappresentare molto più che una roccia tipica dello Svaneti e il suo più tipico materiale da costruzione…
L’ardesia è la roccia con cui ho avuto a che fare sin da piccola e ha fatto parte del mio immaginario paesaggistico a Mestia. Quando da bambina mi portavano a passeggio verso le sorgenti del fiume Enguri, ero sempre colpita da certe pareti di ardesia, enormi e incombenti, di un colore grigio fumo non somigliante a nessun altro grigio visto prima, che si perdevano nell’acqua. Un’immagine che mi è rimasta sempre impressa pensando alla mia provenienza e alle mie prime emozioni. L’ardesia mi faceva tornare in quei luoghi, ma allo stesso tempo mi dava la sensazione di poter segnare un passo avanti, di poter andare oltre. Come un simbolo che delimita un termine, una sorta di confine tra ciò che era stato e ciò che sarebbe stato, dando l’avvio a qualcosa di nuovo.
Dall’ardesia si passa presto alla concretezza della terra che avvolge le ossa del suo bisnonno. Nel romanzo lo scavo è un gesto tanto letterale quanto metafisico. Che significato ha la figura del suo avo e quanto è importante riscoprirlo?
Il mio bisnonno era una figura mitologica in famiglia, circonfusa da un alone di mistero. Un personaggio sfumato, vissuto e morto in circostanze poco chiare, che lo rendevano per me quasi un protagonista di qualche romanzo già scritto. Quando sono capitata per caso alla sua esumazione, è stato un momento psicologico fortissimo, direi epifanico: come se fosse sceso dal firmamento letterario per diventare umano.
Questo processo è anche un modo per riconciliarsi con un passato che era stato bruscamente interrotto?
Assolutamente sì. Scavare tra le sue ossa è stato un modo per cercare di afferrare qualcosa di inafferrabile che mi era sempre sfuggito. In quella buca ho visto incrociarsi il mio passato e il mio presente, la mia genealogia e la mia cultura. È stato come guardare attraverso un prisma di ossa per scoprire cose su di me, sulla mia comunità e su ciò che stava accadendo in Georgia. Mettere insieme i frammenti della sua storia mi ha aiutato a far combaciare i pezzi della mia stessa realtà . Un modo per chiudere un cerchio che era stato aperto senza il mio consenso prima che nascessi.
Negli ultimi anni la letteratura italiana si è arricchita delle voci di molti autori con un percorso migratorio alle spalle. A differenza di altri, però, aveva sempre evitato di ambientare le sue storie in Georgia. Perché questa scelta, e cosa l’ha spinta a cambiare idea proprio ora?
Forse è stato un atteggiamento di difesa: non mi sentivo pronta e volevo che certi temi maturassero. Sentivo una grande responsabilità essendo la prima georgiana a scrivere queste cose in Italia; era come se scrivere della Georgia fosse un carico troppo grande da trascinare.
Ho proceduto con i piedi di piombo, usando i primi due romanzi per affinare il linguaggio e imparare a maneggiare meglio la lingua italiana. Volevo essere in grado di raccontare al meglio quello che consideravo il “cuore” della mia storia. Dopo dieci anni di cammino, ho capito che questa vicenda personale, incontrata quasi per caso, rappresentava l’esperienza giusta al momento giusto.
Lei ha scelto di scrivere in italiano e non in georgiano. Perché?
È una scelta strettamente legata alla mia biografia. Quando ho sentito l’impulso di scrivere, a 22 anni, mi trovavo in Italia e stavo vivendo i miei anni di scoperte intellettuali ed emotive come un’immigrata “sui generis”.
Anche se vivevo in una famiglia che sentivo come mia e non mi percepivo come straniera, avvertivo il bisogno di riflettere sulla mia storia e sul distacco dalla mia terra d’origine. Non avevo mai scritto seriamente in georgiano prima di allora; l’italiano si è insinuato senza alcun permesso nel mio percorso, diventando il mio vero strumento di espressione. È stato un incontro felice tra il mio stato emotivo di quel momento e la mia maturità personale; ho scritto di getto le prime poesie e racconti, scoprendo che quella lingua mi permetteva di dare un senso a ciò che stavo vivendo.
L’Italia, o almeno l’Europa occidentale, è presente anche in questo romanzo, con i personaggi di Martin e Francesca che osservano con i loro occhi la realtà dello Svaneti. Spesso senza capirla.Â
I loro personaggi mi servivano per dare una prospettiva più ampia attraverso uno sguardo esterno. Nella mia scrittura c’è sempre un aspetto legato alla “messa a fuoco” e allo spostamento del punto di vista. Mi premeva che ci fossero dei testimoni esterni che interpretassero i fatti a modo loro, evidenziando lo scarto profondo tra come una realtà viene vista da fuori e come viene effettivamente vissuta dall’interno.
Come sta cambiando oggi lo Svaneti? Quel mondo ancestrale, pieno di presenze soprannaturali, tradizioni e storie drammatiche che si intravede nel libro esiste ancora, in un mondo ormai scoperto dalla modernità e dal turismo?Â
Il paradigma è cambiato completamente. Il paesaggio fisico sta mutando, con i ghiacciai che si ritirano, e la nostra generazione è la prima ad affrontare questo cambiamento di prospettiva rispetto al futuro. C’è un dinamismo nuovo, ma anche un’ansia per un cambiamento di cui non si capisce la direzione. Se da un lato ci sono aspetti positivi, come l’accesso a cure mediche che un tempo mancavano, dall’altro ci si chiede quale sia il prezzo di questa trasformazione.
Lo Svaneti è passato dall’essere la regione più povera della Georgia, dove gli uomini dovevano emigrare per sfamare le famiglie, a subire un’ondata di “turistificazione” che ha portato ricchezza improvvisa. Molte persone arrivano qui dalle stesse regioni verso cui un tempo emigravano gli svan. E tanti svan sono ancora sotto shock per questo colpo; hanno perso il contatto osmotico con la terra e la voglia di lavorarla, senza nemmeno rendersene conto pienamente. Siamo nel cuore di un movimento magmatico di cui è ancora impossibile capire la forma finale.
Questo contrasto è presente in tutto il libro. Esiste, secondo lei, un punto di incontro?
Secondo me no. Sono due mondi che cercano di dialogare e di scambiarsi elementi, si sforzano di sfumare l’uno nell’altro, ma rimane sempre un margine invalicabile. C’è qualcosa di incomunicabile che va oltre lo Zeitgeist e che non si riesce a oltrepassare. Allo stesso tempo, però, non escludo che emerga qualche chiave di volta, qualche quid che la storia naturale e umana ha spesso in serbo, per cui non voglio dare risposte nette. Non ci sono nel romanzo e credo che non ci siano in generale: l’unico metro consono per rispondere a queste domande è quello del tempo. In questo momento, però, una certezza ce l’ho: è l’urgenza di liberarsi dall’influenza della politica espansionistica russa e avvicinarsi sempre di più all’Occidente.
Tag: Letteratura
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