Ucraina: la battaglia sulla trasparenza non si ferma
Società civile ucraina e media indipendenti avanzano la richiesta di una maggiore trasparenza. Dal 2025 scendono in piazza chiedendo che le informazioni su come viene esercitato il potere restino accessibili e verificabili. Se ne è parlato in un recente incontro a Kyiv, organizzato dal centro per i diritti umani ZMINA

Il report di Zmina – foto C. Bettiol
Il report di Zmina - foto C. Bettiol
Il 21 luglio 2025, le perquisizioni a tappeto contro l’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e la Procura specializzata anticorruzione (SAP) hanno fatto scattare la prima ondata delle cosiddette “proteste sui cartoni”: migliaia di ucraini sono scesi in piazza pacificamente per difendere l’indipendenza delle due istituzioni anticorruzione nate dopo Euromajdan.
A un anno esatto di distanza, il centro per i diritti umani ZMINA ha riunito a Kyiv i protagonisti di quella stagione – dai vertici di NABU e SAP ai giornalisti investigativi e attivisti – per fare un bilancio. Il quadro che ne emerge non è rassicurante, e si intreccia con quello che sta succedendo in Ucraina proprio in questi giorni.
Il rapporto di ZMINA
L’ONG ha presentato uno studio intitolato “La pressione sistemica sugli attori anticorruzione: pratiche 2025-2026”, che ha passato al setaccio 29 casi documentati di pressione su persone impegnate nella lotta alla corruzione tra l’11 luglio 2025 e il 31 maggio 2026: 21 riguardano dipendenti di NABU, quattro ex detective dell’ufficio, due attivisti civici, più un caso legato a un familiare e uno a un testimone. In 24 casi su 29 sono state condotte perquisizioni, venti delle quali senza previa autorizzazione di un giudice istruttore.
L’analisi giuridica del rapporto individua indizi di possibili violazioni di alcuni articoli della Convenzione europea dei diritti umani: tortura, libertà personale, giusto processo, vita privata e uso improprio delle restrizioni dei diritti.
Un dato che pesa più di ogni altro è che, a un anno di distanza, nessuno dei procedimenti aperti con l’accusa di alto tradimento o favoreggiamento dello stato aggressore (l’accusa per le perquisizioni era una presunta “pista russa” dentro NABU) si è concluso con una condanna. Un caso è stato archiviato per insufficienza di prove, un altro si è concluso con un’assoluzione.
Due letture della stessa crisi
Il direttore di NABU, Semen Kryvonos, ha inquadrato le proteste del 2025 come un mandato di fiducia della società verso le istituzioni anticorruzione. Il capo della SAP, Oleksandr Klymenko, è stato più tagliente: i procedimenti contro i detective di NABU proseguono, parte dei beni sequestrati non è stata restituita, e sui giudici che seguono quei casi continuano a essere esercitate pressioni. Ha descritto lo scontro come una guerra tra istituzioni riformate e indipendenti e vecchie logiche di potere non riformate.
Sul fronte della società civile, il capo del Centro di contrasto alla corruzione Vitalij Šabunin è andato oltre, sostenendo che gli eventi del luglio 2025 non sono state azioni scoordinate di singoli apparati, ma un attacco orchestrato e riconducibile al presidente Volodymyr Zelens’kyj in persona. Una tesi che resta contestata ma che circola sempre più apertamente tra gli attivisti anticorruzione.
Il giornalista Mychajlo Tkač, a capo del dipartimento investigativo di Ukrainska Pravda, ha portato la prospettiva dei media sostenendo che non ci sono segnali che il potere abbia cambiato approccio. Per Tkač, il vero segnale di svolta arriverà solo quando la pressione sugli organi anticorruzione cesserà davvero e chi l’ha esercitata ne risponderà.
Non è un giudizio isolato: lo stesso Tkač è parte civile in dodici procedimenti penali per ostacoli al lavoro giornalistico. A marzo 2026 YouTube aveva rimosso un’inchiesta del suo team su Andrij Jermak, all’epoca capo dell’Ufficio del Presidente e di cui abbiamo scritto qui e qui.
Lo scandalo Mindič e la caduta di Jermak
La cornice in cui si inserisce questo bilancio non è astratta. Da novembre 2025 l’Ucraina vive lo scandalo noto come “operazione Midas”: NABU e SAP hanno portato alla luce un sistema di tangenti nel settore energetico. Al centro dell’inchiesta c’è l’imprenditore Tymur Mindič, socio in affari e amico personale di lunga data di Zelens’kyj, che si trova latitante all’estero da mesi, ricercato da Interpol. Nella rete sono finiti anche l’ex ministro dell’Energia e della Giustizia Herman Haluščenko e l’ex vice primo ministro Oleksij Černyšov.
Coinvolto anche Andrij Jermak, dimessosi nell’autunno 2025 dopo le prime perquisizioni NABU e successivamente arrestato dal Tribunale anticorruzione con l’accusa di riciclaggio. Si tratta di un evento senza precedenti nella politica ucraina in tempo di guerra: la persona più vicina al presidente finita sotto processo per corruzione, proprio mentre l’esercito combatte al fronte.
Sono proprio questi sviluppi ad aver alimentato il sospetto che le pressioni giudiziarie e mediatiche contro NABU, SAP e i giornalisti che li seguono non siano incidenti isolati, ma parte di un tentativo più ampio di controllare la narrazione sulla corruzione al vertice dello stato.

Durante la presentazione del report di Zmina, Kyiv 21 luglio 2026 – foto C. Bettiol
Le proteste di oggi: stessa piazza, motivazioni diverse
Il 12 luglio Zelens’kyj ha annunciato un rimpasto di governo che ha portato, tra altre cose, alla rimozione di Mychajlo Fedorov dal ministero della Difesa. Migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la decisione.
Non è la stessa protesta del 2025: allora si scendeva in piazza per difendere l’indipendenza degli organi anticorruzione da un tentativo esplicito di sottometterli al potere esecutivo; oggi ci si mobilita per la gestione delle nomine nell’apparato della difesa.
Eppure, come ha commentato Ukrainska Pravda, il filo che le lega è sottile ma reale: entrambe nascono dalla sensazione diffusa che le decisioni chiave sul potere, sulle istituzioni e sulla gestione della guerra vengano prese sopra la testa dei cittadini, senza trasparenza né rendicontazione; e che tocchi di nuovo alla piazza, e non alle istituzioni di controllo, riportare quelle decisioni sotto la luce pubblica.
La fiducia si gioca sulla trasparenza dell’informazione
Messi in fila, questi episodi raccontano tutti la stessa tensione di fondo in un’Ucraina in guerra: la richiesta, sempre più esplicita da parte della società civile e dei media indipendenti, che le informazioni su come viene esercitato il potere (chi decide, chi viene indagato, chi viene rimosso e perché) restino accessibili e verificabili.
Non è un caso che una delle voci raccolte – quella dell’attivista Zinaida Averina, tra le protagoniste delle proteste del 2025 – abbia messo in guardia sul rischio che l’ignorare a lungo questa richiesta di trasparenza finisca per spostare la rabbia della piazza dai singoli funzionari fino al vertice stesso dello stato, con conseguenze che lei stessa ha definito pericolose per un paese in guerra su larga scala.
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