Ucraina: il rimpasto di governo che ha fermato la rivoluzione digitale

La rimozione del ministro della Difesa Mychajlo Fedorov rivela le profonde tensioni tra leadership politica, vertici militari e interessi economici in Ucraina. In piazza a Kyiv scoppia la protesta: sullo sfondo le riforme militari, la lotta alla corruzione e i futuri equilibri politici del paese

 

Proteste a Kyiv - Foto di C. Bettiol

Proteste a Kyiv – Foto di C. Bettiol

Proteste a Kyiv - Foto di C. Bettiol

Il rimpasto di governo avviato da Volodymyr Zelens’kyj a metà luglio – con le dimissioni della premier Julija Svyrydenko e, pochi giorni dopo, la rimozione del ministro della Difesa Mychajlo Fedorov – è già stato raccontato ampiamente nella cronaca, con tanto di commenti e contraddizioni sulla proposta del presidente, il voto in parlamento, le nuove nomine e le proteste in piazza. Quello che resta da capire, a freddo, è cosa ci dice davvero questa vicenda sull’architettura del potere in Ucraina, soprattutto in tempo di guerra.

Civili vs militari?

Le cause della rimozione del ministro della Difesa, come sempre nel contesto ucraino, sono da ricercare tra le cose non dette apertamente. Secondo la ricostruzione di Ukrainska Pravda, la ragione principale è il conflitto ormai permanente tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Sirs’kyj, che ha sostituito nel febbraio 2024 il troppo popolare generale Valerij Zalužnyj.

Le riforme introdotte da Fedorov, infatti, tra epurazioni di personale su vasta scala, passaggio a gare d’appalto aperte, e il rifiuto di approvare automaticamente ogni richiesta dello Stato Maggiore, hanno trasformato il ministero nel principale punto di scontro all’interno della leadership politico-militare. Sarebbe proprio questo il contesto in cui i vertici militari avrebbero posto al presidente un vero e proprio ultimatum: o loro, o la squadra di Fedorov.

Questa però è solo una parte della storia. La figura di Fedorov avrebbe provocato non solo il malcontento dei militari, ma anche quello di svariati “clan delle armi”, estromessi dagli affari legati al settore della difesa dalle nuove regole sugli appalti.

Sullo sfondo anche la mancata riforma della mobilitazione promessa dal ministro, argomento sempre più controverso in Ucraina considerando la crescente resistenza da parte dei civili verso la mobilitazione forzata che di recente ha accesso focolai di protesta a Leopoli, dove gli ufficiali dei centri di reclutamento sono stati violentemente attaccati da svariate dozzine di persone. In questo contesto non facile, Zelens’kyj sembra aver chiaramente deciso di preservare lo status quo della verticale militare a scapito dell’ala civile.

L’uscita di scena di Fedorov, però, è stata piuttosto anomala rispetto a quello che i precedenti rimpasti di governo ci avevano abituato. In un briefing pubblico, il ministro uscente ha criticato apertamente l’ala militare e, indirettamente, il comandante in capo elencando i gravi problemi che ha riscontrato entrando al ministero sei mesi prima. Tra questi un esercito che combatte ancora a livello tattico anziché operativo, un sistema dei corpi d’armata funzionante solo a metà, una catena di comando frammentata in cui “nessuno risponde di nulla”, rotazioni continue dei comandanti, e soprattutto un meccanismo di distribuzione delle risorse fondato sulla lealtà anziché sui dati.

Data la portata mediatica della questione non dovrebbe sorprendere quindi che, nelle ore successive alla notizia della rimozione del ministro della Difesa, svariati comandanti abbiano espresso il loro sostegno a Fedorov. Le gerarchie militari sono corse al riparo serrando metaforicamente i ranghi. Secondo alcune testimonianze, infatti, ai militari sarebbe stato “consigliato” di non esprimere la loro posizione pubblicamente e, addirittura, alcuni comandanti di brigata avrebbero ricevuto la richiesta di registrare video in sostegno di Sirs’kyj.

La proteste di piazza

A sottolineare ulteriormente quanto detto sopra è stata la reazione di una parte della società civile. Nelle ore successive all’annuncio delle dimissioni di Fedorov, migliaia di persone si sono riversate sotto l’ufficio presidenziale di Kyiv, mentre proteste minori si sono accese in una decina di altre città, da Leopoli a Charkiv, da Odesa a Sumy.

Gli slogan erano rivolti quasi tutti nella stessa direzione: sostegno incondizionato a Fedorov, insofferenza verso una classe dirigente percepita come incapace di gestire il cambiamento senza distruggerlo, rabbia per l’ennesima “vittoria strappata”. Copioni e coreografie non troppo diversi da quelli visti un anno fa, proprio nel luglio 2025, quando ci fu il tentativo di frenare l’indipendenza delle agenzie anticorruzione NABU e SAP e costringere Zelens’kyj a una clamorosa marcia indietro. Il sostegno a Fedorov, insomma, si è manifestato con un’intensità e una rapidità che difficilmente possono essere liquidate come rumore di fondo.

Eppure, proprio questa continuità con le proteste del 2025 dovrebbe insospettire chi osserva la scena più da lontano e indurre a una domanda scomoda quanto necessaria: quanto è rappresentativa, davvero, una piazza che si mobilita sempre nello stesso modo, negli stessi luoghi, spesso con la stessa composizione?

Chi ha osservato da vicino le manifestazioni ucraine degli ultimi anni riconosce una sorta di modello ricorrente: a scendere a manifestare è quella parte di intelligencija liberale, urbana, di ceto medio-alto e istruita, orientata culturalmente e ideologicamente verso i valori occidentali ed europeisti – la stessa Kyiv “digitale” da cui proviene, non a caso, lo stesso Fedorov. È una componente reale, legittima e tutt’altro che marginale della società ucraina, le cui richieste meritano di essere raccontate: le voci di chi protesta (pensiamo a un attivista per i diritti umani ed ex prigioniero di guerra come Maksym Butkevyč, o a un giovanissimo cresciuto all’ombra del ministero della Trasformazione Digitale) restituiscono un pezzo autentico e importante del Paese in guerra. Ma restano, appunto, un pezzo, non la sintesi dell’opinione pubblica nazionale.

Il rischio concreto, per chi racconta queste vicende dall’esterno e all’esterno, è di scivolare in un’uguaglianza implicita tra “la piazza” e “la popolazione ucraina” e che fa coincidere una minoranza mediaticamente sovrarappresentata con il resto del Paese meno connesso e in larga parte silenzioso – e che, forse, di questa specifica battaglia istituzionale tra un ministro tecnocrate e un generale si preoccupa molto meno di quanto le immagini da Kyiv lascino intendere.

Raccontare la piazza resta comunque un dovere giornalistico; scambiarla per il Paese sarebbe, però, una generalizzazione grossolana e un errore di prospettiva.

Un’impossibile trasformazione strutturale

Un punto di partenza utile per capire chi è Fedorov, è lo stesso bilancio che l’ex ministro ha voluto lasciare in eredità: nel messaggio con cui ha confermato l’uscita dal governo, ha elencato 22 risultati ottenuti in appena sei mesi di mandato, dal blocco di Starlink ai russi ai contratti Patriot, fino alla campagna di isolamento della Crimea. Un elenco dettagliato, quasi difensivo, costruito apposta per rendere ancora più stridente il contrasto con l’assenza di qualsiasi spiegazione ufficiale e trasparente sulla sua rimozione.

Ma tra questi risultati, quello meno raccontato nei resoconti di cronaca, e forse il più politicamente esplosivo, riguarda proprio il tema degli appalti della Difesa: le fonti confermano che Fedorov ha spostato il criterio di selezione dei fornitori da un sistema basato su rapporti consolidati – relazioni di lunga data tra ministero e specifici fornitori, spesso opache – a uno basato su dati verificabili: efficacia sul campo, rapporto costi-benefici, performance misurabile. È, di fatto, la logica applicata alla Difesa, un settore che fino a quel momento ne era rimasto strutturalmente escluso proprio perché considerato troppo sensibile per essere sottoposto allo stesso livello di controllo pubblico. Il Financial Times parla esplicitamente di riforme che avrebbero “scoperchiato accordi di dubbia trasparenza”, scontrandosi con interessi consolidati sia nell’establishment militare sia in quello politico.

Il ministero di Fedorov si è così trasformato in una sorta di hub di un intero ecosistema industriale-tecnologico, dove finanza, ricerca, produzione e sperimentazione militare dialogano quasi in tempo reale. Ma sarebbe ingenuo leggerlo come il passaggio da un sistema corrotto a uno pulito: significa piuttosto che i “nuovi attori” che entrano nel giro dei guadagni non sono necessariamente più puliti moralmente, sono semplicemente diversi, e soprattutto più giovani (startup, produttori di droni, investitori tech), culturalmente più vicini a Fedorov stesso e al suo network della Trasformazione Digitale che al vecchio establishment militare-industriale. Non è la fine del capitalismo di relazione nella difesa ucraina: è la sua ristrutturazione, con un nuovo azionariato di riferimento – e chi veniva escluso da questo nuovo giro, va da sé, aveva ogni interesse a far saltare il tavolo.

C’è però un dettaglio che rimette in prospettiva l’intera vicenda, ed è forse il più utile per capire la vera natura dello scontro con Syrs’kyj. Brave1, la piattaforma con cui Fedorov ha canalizzato buona parte dei finanziamenti alle nuove tecnologie belliche, non è mai stata un ente indipendente che scavalca i militari: resta a tutti gli effetti una piattaforma governativa, il cui Consiglio di Supervisione include, insieme al ministero della Trasformazione Digitale e a quello della Difesa, anche lo Stato Maggiore Generale e il Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale. I generali, in altre parole, non sono mai stati esclusi dalla stanza dove si decide chi finanziare e quanto.

Quello che le riforme di Fedorov hanno intaccato non è stata la loro presenza, ma il loro margine di manovra discrezionale: meno potere di favorire un fornitore piuttosto che un altro, meno controllo esclusivo sui flussi di denaro, più criteri verificabili da rispettare. Una differenza che cambia sensibilmente la lettura del conflitto con Syrs’kyj.

Alla fine, il ministero della Difesa è tornato nelle mani di un profilo che incarna esattamente ciò che Fedorov non era: Jevhen Chmara, finora a capo dei Servizi di sicurezza (SBU), nominato peraltro non con un voto parlamentare, ma ad interim. È difficile immaginare un epilogo più coerente con i tre nodi attorno a cui ruota questa storia.

  • Il primo è la scelta, tutt’altro che scontata in tempo di guerra, tra un ministero della Difesa guidato da un civile riformatore o da un uomo del sistema di sicurezza: Zelens’kyj, alla fine, ha optato per la continuità istituzionale rispetto alla rottura tecnocratica.
  • Il secondo è il ruolo della piazza, che si è mobilitata con forza reale ma senza riuscire stavolta a invertire la rotta.
  • Il terzo, forse il più silenzioso ma il più significativo, è il destino del cambio di paradigma avviato da Fedorov negli appalti: un tentativo di spostare potere e denaro verso nuovi attori che si è rivelato più fragile della resistenza dell’establishment che avrebbe dovuto sostituire.

Tre fili diversi, che si annodano tutti nello stesso nome: Chmara, appunto, che in ucraino significa “nuvola”: un’immagine che, difficilmente, poteva essere più involontariamente calzante per descrivere quanto resta ancora poco chiara la situazione politica nell’Ucraina del dopo-Fedorov.

Commenta e condividi
Iscriviti alla newsletter

La newsletter di OBCT

Ogni venerdì nella tua casella di posta