Ucraina: Sumy e la geografia dell’oblio

Ci sono luoghi di guerra, come la città ucraina di Sumy,  non lontano dal confine con la Russia, che scompaiono dai riflettori perché i bombardamenti non fanno più notizia. Mentre il mondo guarda altrove, c’è però chi continua a raccontare queste realtà, trasformando il silenzio mediatico in resistenza

07/07/2026, Claudia Bettiol Kyiv
Sumy © Claudia Bettiol

Sumy © Claudia Bettiol

Sumy © Claudia Bettiol

Negli ultimi mesi Sumy è scomparsa dai titoli internazionali. È stata oggetto di cronaca nei giornali in seguito all’offensiva russa che puntava su Charkiv del 2024, poi con l’operazione ucraina nella regione russa di Kursk e, infine, in occasione dei bombardamenti più pesanti e le stragi di civili.

Ma, come spesso accade, ha smesso di fare notizia. Lo stesso avviene a intermittenza anche con Dnipro, Odesa, Černihiv, Mykolaïv. Per qualche giorno queste città tornano al centro dell’attenzione: si contano i morti, si mostrano le immagini delle distruzioni, si raccolgono le condanne internazionali. Poi il ciclo dell’informazione si sposta altrove.

Lo scrittore ucraino Myroslav Lajuk, che negli ultimi anni di conflitto ha documentato nelle sue inchieste giornalistiche e nel libro Bachmut (inedito in italiano, ma disponibile in lingua inglese), descrive questa dinamica della memoria come “un moccio nero”: quelle particelle invisibili di cenere rimangono nei polmoni, sono residui di vite che erano, di case che non ci sono più, di oggetti quotidiani diventati polvere. È un’immagine che rimanda sia al danno fisico dei bombardamenti sia a quello invisibile: la graduale scomparsa di una città dalla coscienza collettiva.

Ma cosa resta di una città quando si torna a guardare altrove?

Vivendo a Kyiv è facile avere l’impressione che la guerra abbia una geografia dell’attenzione. La capitale rimane costantemente visibile, sia per ragioni politiche sia simboliche. E in queste ultime settimane in particolar modo, dato che la città è diventata un bersaglio psicologico. Altri luoghi emergono invece soltanto nei momenti di vera emergenza.

Eppure, lontano dalla capitale, e spesso anche dall’attenzione dei media internazionali, esistono realtà dove la guerra non è soltanto una sequenza di attacchi e distruzioni.

Sumy e l’assedio dimenticato

Al confine nord-orientale, Sumy entra nel dibattito pubblico soltanto nei momenti di crisi, per poi sparire nuovamente dai radar.

È stata la prima città ucraina in cui ho vissuto. Prima della pandemia, tornarci da Kyiv era quasi un rito per fuggire dalla grande città nei fine settimana, incontrare amici e visitare luoghi familiari, immergendosi nella natura della regione. Poi è arrivato il Covid. E poi l’occupazione del febbraio 2022 con la battaglia di Sumy, passata quasi inosservata dai media internazionali. D’altronde c’erano Buča e Mariupol’ sotto i riflettori. Ma mentre il mondo guardava altrove, Sumy rimaneva isolata per settimane.

Nel febbraio e marzo 2022, le linee di approvvigionamento erano tagliate, i residenti vivevano nei bunker e negli scantinati. Eppure, poche immagini sono arrivate ai media internazionali, poche testimonianze e pochi numeri.

Oggi, nel giugno 2026, la città non è occupata ma rimane in una situazione di precarietà cronica. Sumy dista circa 40 chilometri dal confine con la Russia ed è considerata dalla comunità internazionale una zona ad alto rischio. Ospita ancora circa 200mila persone, nella maggior parte dei casi civili che hanno scelto di rimanere durante la guerra di aggressione russa o che, dopo una prima evacuazione nei mesi più critici, sono tornati nelle loro case (se queste esistono ancora).

Dal 2025 la pressione russa sul confine si è intensificata e diversi villaggi della fascia di frontiera sono stati progressivamente occupati o evacuati. Per molti residenti la guerra è diventata una presenza permanente, fatta di allarmi, posti di blocco e incertezza.

Da quando è stretta nella morsa di questa guerra logorante, io non ci sono più tornata, ma la vivo con i racconti di chi ha la forza di resistere da dentro. In questi anni ho continuato a seguire la città attraverso gli amici rimasti: molti sono entrati nelle forze di difesa territoriali; alcuni sono partiti nei primi mesi dell’invasione e hanno costruito una nuova vita altrove; altri, sorprendentemente, sono tornati. Non perché la situazione sia migliorata, ma perché Sumy continua a essere casa.

Per capire cosa significa vivere oggi a Sumy oltre le cronologie dei bombardamenti, basta leggere Cukr. Non per i numeri, ma per le storie dietro di essi.

Cukr come antidoto all’oblio

Nel 2019 è nata una piccola redazione chiamata Cukr, “zucchero”. Un nome che richiama all’ex zuccherificio che si estendeva nella periferia della città e che oggi indica qualcosa di dolce in mezzo a una realtà che di dolce al momento ha ben poco.

Cukr, con un canale Telegram che conta oltre 20mila follower, non è nato come media di guerra. Era un blog, un progetto di storytelling urbano dedicato a raccontare la città di Sumy: le sue trasformazioni, i suoi spazi pubblici, le storie dei suoi abitanti. Era il genere di media che parla di una città non come coordinate geografiche, ma come comunità viva con una cultura e un’identità proprie.

Quando il 24 febbraio 2022 le bombe hanno iniziato a cadere, Cukr si è trasformato da un giorno all’altro. Non ha smesso di raccontare la città, ha solo iniziato a raccontare come questa resisteva: forniva informazioni in tempo reale ai civili sugli attacchi imminenti, gli edifici colpiti, i rifugi disponibili, le zone da evitare. Aveva dettagli che nessun altro stava raccogliendo perché nessun altro aveva gli occhi puntati su Sumy.

Lajuk ha descritto l’impossibilità di salvare la memoria dalle macerie. In uno dei suoi testi all’interno del libro Bachmut, ha scritto di come, dopo un bombardamento, estrai una saliera fusa dalle ceneri e sorridere al dolce ricordo diventa un atto di resistenza. Cukr fa qualcosa di simile: ogni articolo, ogni inchiesta, ogni post è un modo di dire che questa città e queste persone sono ancora qui, che non sono state cancellate.

Oggi, nel 2026, Cukr opera da uno studio semi-sotterraneo del centro di Sumy, una scelta tanto pratica quanto simbolica. La redazione conta circa venti persone, un numero incredibilmente piccolo per il lavoro di documentazione che svolge. Ha ricevuto minacce da gruppi filorussi online e ha dovuto spostarsi più volte per sfuggire ai bombardamenti. I finanziamenti, inoltre, dipendono principalmente da donatori internazionali e partnership locali, il che significa che la sopravvivenza è precaria quanto quella della città in cui operano e dei civili che la raccontano.

Ma continuano a documentare i crimini di guerra della Russia nella regione, a raccontare le storie dei residenti che scelgono di restare. E, soprattutto, a mantenere viva l’idea che Sumy sia una città con una storia, non solo un teatro di guerra al confine.

Cukr esiste per trasformare quel “moccio nero di memoria” in parole. Per custodire il ricordo di un luogo che altrimenti sarebbe visibile solo nel momento della tragedia.

Perché la memoria, come dice Lajuk, è quello che rimane quando tutto il resto scompare. E una città che viene ricordata, raccontata, documentata, testimoniata, non è mai completamente cancellata.

Questa convinzione era condivisa anche da Victoria Amelina, scrittrice ucraina che ha trasformato la sua carriera letteraria in una ricerca meticolosa sui crimini di guerra prima di trovare la morte in un attacco russo a Kramators’k. Nel suo libro Guardando le donne guardare la guerra, tradotto da Yaryna Grusha per Guanda, Amelina ha documentato i bombardamenti e le atrocità in diverse regioni dell’Ucraina, compresa Sumy, pienamente convinta che il compito della scrittura fosse preservare la verità dall’oblio.

La guerra distrugge edifici, ma modifica anche il modo in cui guardiamo i luoghi. Alcune città rimangono costantemente presenti nella nostra immaginazione, diventando sinonimi della resistenza. Altre appaiono soltanto nei momenti di massima tragedia, per poi tornare nell’ombra, come se la loro sofferenza non importasse.

Forse è questo che resta quando le telecamere se ne vanno: non soltanto le macerie, ma il lavoro quotidiano di chi continua a dare un nome ai luoghi, a raccontarli e viverli. In una città come Sumy, che potrebbe venir dimenticata, raccontare significa anche resistere all’oblio.