Ucraina: come funzionava il “sistema Jermak”, l’uomo più potente dopo Zelens’kyj

L’inchiesta anticorruzione ā€œMidasā€ ha travolto Andrij Jermak, per anni considerato l’uomo più potente dell’Ucraina dopo Volodymyr Zelens’kyj. Tra accuse di riciclaggio, reti di fedelissimi e controllo informale delle istituzioni, emerge il funzionamento del sistema di potere costruito attorno all’Ufficio del Presidente. Approfondimento in due puntate

03/06/2026, Claudia Bettiol Kyiv
Andrij Jermak - Wikimedia commons

Andrij Jermak – Wikimedia commons

Andrij Jermak - Wikimedia commons

Lo scorso 14 maggio, l’uomo che per quasi sei anni ha gestito il potere reale in Ucraina ĆØ uscito da un’aula del tribunale anticorruzione di Kyiv in stato di detenzione cautelare: l’ex braccio destro del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, Andrij Jermak, ĆØ passato cosƬ dal ruolo di uomo di potere a quello di imputato, coinvolto in un grave caso di corruzione.

Lo scorso 11 maggio gli organi dell’anticorruzione ucraina (NABU e SAP) gli hanno notificato formalmente le accuse di sospetto di riciclaggio: 460 milioni di hryvnja (circa 8,95 milioni di euro) convogliati attraverso una rete di societĆ  fantasma, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi.

Tre giorni dopo, l’Alta Corte anticorruzione ha disposto la detenzione cautelare. Fuori dall’aula, ai giornalisti che lo aspettavano, Jermak, negando le accuse, ha annunciato di non avere i soldi per pagare la cauzione e di essere intenzionato a presentare ricorso. Tuttavia, lunedƬ 18 maggio ĆØ stato rilasciato: il denaro necessario per la cauzione sarebbe stato raccolto e versato da sette persone fisiche e sette persone giuridiche.

Chi ĆØ Andrij Jermak, l’uomo chiave del potere ucraino

Classe 1971, Andrij Jermak ĆØ un avvocato specializzato in diritto d’autore, produttore cinematografico e collaboratore di Kvartal 95 – la casa di produzione comica fondata da Volodymyr Zelens’kyj, quella che ha costruito la carriera televisiva dell’uomo che nel 2019 ĆØ diventato presidente.

Quando Zelens’kyj vince le elezioni, Jermak ĆØ giĆ  lƬ, pronto a fargli da ombra. Comincia la sua carriera politica come consigliere, poi diventa il principale negoziatore per gli scambi di prigionieri e sul conflitto nel Donbas e, infine, nel febbraio 2020, viene nominato capo dell’Ufficio del Presidente.

Da quel momento in poi, Jermak ha fatto una cosa sola, ma l’ha fatta con metodo e continuitĆ : ha costruito una verticale del potere. Non attraverso i meccanismi formali – non aveva un mandato elettorale (non guidava un partito) – ma attraverso la nomina capillare di persone di fiducia in posizioni strategiche.

Ministri, governatori regionali, vertici delle forze dell’ordine, dirigenti di agenzie statali: il suo raggio d’azione si allargava oltre l’Ufficio del Presidente, arrivando persino alle istituzioni che formalmente avrebbero dovuto essere indipendenti.

Julija Svyrydenko, l’attuale primo ministro, ha trascorso un anno come vice di Jermak prima di essere promossa al governo, un percorso considerato dagli analisti come tipico per far carriera in quel sistema. Oleh Tatarov – ex funzionario del ministero dell’Interno sotto Viktor Janukovyč, il presidente filorusso rovesciato dalla rivoluzione del Majdan del 2014, e uno di quelli che durante le proteste aveva cercato di convincere giornalisti e diplomatici che i manifestanti si sparavano da soli – continuava a occuparsi dei rapporti con le forze dell’ordine, coordinando per conto di Jermak l’intera sfera della giustizia (polizia, SBU, procure). Ruslan Kravčenko, nominato procuratore generale da Zelens’kyj nell’estate del 2025, era un altro fedelissimo. La catena era quindi lunga, coerente, e aveva un centro unico: Jermak, per l’appunto.

ā€œZelens’kyj aveva un solo pulsante principale sul suo pannello di controllo: ā€˜Jermak’. Certo, parlava direttamente con il primo ministro, il ministro della Difesa e i vertici militari, ma la maggior parte delle istruzioni presidenziali passava da lui. Ora quel pulsante non c’è piĆ¹ā€, ha dichiarato il politologo Volodymyr Fesenko in un’intervista a Meduza dopo le dimissioni di Jermak.

Non siamo davanti a un’iperbole retorica, ma a una descrizione funzionale di come ĆØ (stata) governata l’Ucraina: un sistema a canale unico, in cui la complessitĆ  di uno stato in guerra – i negoziati, la gestione del fronte, le nomine ministeriali, i rapporti con i finanziatori internazionali – convergeva in un solo uomo, senza mandato democratico.

Il problema ĆØ che questo sistema aveva bisogno di proteggere se stesso. E quando le istituzioni anticorruzione hanno cominciato ad avvicinarsi al suo nucleo, la risposta ĆØ stata la stessa di tutti i sistemi quando vengono minacciati: usare ogni strumento a disposizione per fermare le indagini, screditare chi le conduceva e rimettere sotto controllo politico le agenzie che stavano diventando scomode.

L’inchiesta ā€œMidasā€ e il caso Energoatom

Lo scorso 31 marzo, gli uffici legali dell’Ucraina hanno depositato alle autoritĆ  israeliane una richiesta formale di estradizione per Timur Mindič e Oleksandr Cukerman, i presunti imputati dell’Operazione Midas, la più grande inchiesta anticorruzione nella storia ucraina del dopoguerra. Cento milioni di dollari sottratti a Energoatom, l’azienda statale ucraina che si occupa del nucleare, il tutto mentre le cittĆ  del Paese venivano bombardate e i civili vivevano al buio per mancanza di energia.

Mindič e Cukerman hanno entrambi la doppia cittadinanza – ucraina e israeliana – e Israele quasi mai estrada i propri cittadini; se e quando lo fa, i tempi si misurano in anni, non in mesi. Mindič aveva lasciato l’Ucraina poche ore prima che i detective del NABU (il principale ufficio anticorruzione dell’Ucraina, fondato nel 2015 su pressione dell’Unione europea dopo la rivoluzione del Majdan per essere sottratto al controllo politico) bussassero alla sua porta, il 10 novembre 2025. La sua partenza si ĆØ rivelata perfettamente legale poichĆ© ĆØ padre di tre figli minorenni, categoria esentata dal divieto di espatrio in vigore per i maschi adulti in tempo di guerra. Cukerman, con i suoi 61 anni, era anche lui legalmente libero di varcare il confine.

PerchĆ© il ā€œsistema Jermakā€ non ĆØ scomparso

A fine gennaio 2026, ĆØ emerso che Ihor Fomin, avvocato di Andrij Jermak, ĆØ volato a Tel Aviv insieme all’ambasciatore ucraino in Israele, un vecchio socio legale dello stesso Jermak. Fomin ĆØ stato portato in una vettura diplomatica a Herzliya, dove vive Mindič, e ha incontrato il suo avvocato israeliano. Secondo quanto riportato dalla testata Ukrainska Pravda, l’obiettivo era convincere Mindič a non rilasciare dichiarazioni agli inquirenti nell’ambito delle indagini preliminari dell’Operazione Midas contro Jermak – al tempo non ancora formalmente indagato – in cambio di protezione.

Per mesi dopo le dimissioni, Jermak ĆØ rimasto in una zona grigia: fuori formalmente dal potere, ma ancora protetto dalla rete che aveva costruito.

Dalle fonti di Liga.net e Kyiv Independent di febbraio 2026 si evinceva che Jermak – almeno fino all’11 maggio – ĆØ sempre rimasto a Kyiv: si spostava in cittĆ  con un’auto blindata e due vetture di scorta, andava in palestra ogni giorno in una struttura governativa e continuava ad avere incontri con alti profili politici. Il 25 gennaio ha ripristinato il diritto a esercitare la professione di avvocato dopo quasi sei anni di interruzione e, secondo fonti del 16 aprile, avrebbe inoltre valutato la possibilitĆ  di assumere la carica di presidente del Consiglio degli avvocati ucraini o di diventare membro del Consiglio superiore di giustizia, il principale organo di governo del potere giudiziario.

Questo fino all’11 maggio, quando alcune investigazioni del NABU, che lo aveva tenuto nel perimetro dell’inchiesta senza incriminarlo formalmente per mancanza di prove, hanno ribaltato la situazione: Jermak ĆØ stato incriminato non per l’inchiesta Energoatom, ma per un filone parallelo, con l’accusa di riciclaggio di denaro per la costruzione di un complesso residenziale di lusso (Dynasty) a Kozyn, alla periferia di Kyiv.

Questa non ĆØ una storia solo ucraina. Racconta come i sistemi di potere si autoproteggono quando vengono minacciati: non attraverso la corruzione della giustizia – o almeno non solo – ma con un buon passaporto nella tasca giusta, con un sistema costruito per proteggere chi sa navigarci, e con la capacitĆ  di trasformare un’accusa in una fuga legale e una fuga in un limbo diplomatico.

ƈ anche la storia di come un Paese in guerra – che in teoria dovrebbe unire le istituzioni attorno a un obiettivo comune – abbia prodotto, quasi per miracolo, un’indagine capace di toccare il nucleo del potere che, però, nonostante tutto, non sembra essere di fondo cambiato.

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