Il “sistema Jermak” resiste ancora? L’inchiesta che scuote il potere ucraino
Dalle perquisizioni contro NABU alle proteste di piazza, fino all’Operazione “Midas”: il caso Andrij Jermak mostra le tensioni tra potere politico, guerra e lotta alla corruzione nell’Ucraina guidata da Volodymyr Zelens’kyj. Seconda puntata del nostro approfondimento

Andrij Jermak
Andrij Jermak © Oleh Dubyna/Shutterstock
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Il 21 luglio 2025, alcuni agenti dei servizi di sicurezza ucraini (SBU), che rispondono direttamente al presidente, fanno irruzione negli uffici di NABU e SAP. Perquisizioni simultanee, decine di detective in stato di fermo. La giustificazione ufficiale era seria: un funzionario del NABU sospettato di spionaggio per la Russia, un altro con presunti legami commerciali (tramite il padre) con Mosca, altri ancora con accuse che andavano dalle violazioni del codice della strada a presunte irregolarità nell’esercizio delle funzioni.
Il giorno seguente il parlamento ucraino approva una legge per cui gli organi anticorruzione passano sotto il controllo del Procuratore Generale, che ottiene così il potere di sottrarre casi al NABU, impartire istruzioni ai suoi investigatori e ordinare la chiusura delle indagini in corso. Quello che nessuno dice, però, è che tra i detective fermati il giorno prima c’era chi stava guidando l’Operazione Midas.
L'anticorruzione in Ucraina
Il sistema anticorruzione ucraino è composto da tre istituzioni indipendenti tra loro: il NABU (Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina), che conduce le indagini; la SAP (Procura specializzata anticorruzione), che decide i rinvii a giudizio; e l’HACC (Corte suprema anticorruzione dell’Ucraina), l’unico tribunale competente per i reati di corruzione di alto livello. Tutte e tre sono state create tra il 2015 e il 2019 su esplicita pressione di UE, FMI e USA che ne hanno imposto l’effettiva indipendenza dal controllo politico come condizione per l’erogazione di prestiti e per l’integrazione europea. I direttori sono nominati tramite concorsi con commissioni internazionali, un meccanismo ideato per sottrarli alle nomine presidenziali. È anche per questo motivo che ogni tentativo di ridurre la loro autonomia è percepito dai partner occidentali come un segnale di allarme.
Le proteste contro lo smantellamento delle agenzie anticorruzione scoppiano la stessa sera del 22 luglio davanti al teatro Ivan Franko a Kyiv, e poi si allargano in altre città del Paese. Sono le prime manifestazioni di piazza significative dall’inizio dell’invasione su larga scala (la legge marziale comprime ogni forma di opposizione strutturata).
Zelens’kyj, dopo tre giorni, fa un passo indietro e il 31 luglio il parlamento approva quasi all’unanimità una nuova legge che ripristina l’indipendenza delle due agenzie anticorruzione. La crisi sembra rientrata. Quello che non torna, però, è il perché di un dietrofront così rapido da parte del presidente. Non è infatti chiaro se sia stata la piazza, Bruxelles o il rischio concreto di perdere i finanziamenti europei a pesare di più nella sua decisione.
Il 10 novembre 2025, il NABU conduce simultaneamente oltre settanta perquisizioni e la cosiddetta Operazione Midas viene resa pubblica. Lo stretto collaboratore del Presidente Timur Mindič però era già a Tel Aviv e l’ex ministro dell’Energia Herman Haluščenko – poi nominato ministro della Giustizia nel luglio 2025, mentre il NABU conduceva in segreto l’indagine che lo riguardava – cerca di attraversare il confine sul treno notturno Kyiv-Varsavia il 15 febbraio 2026, ma viene fermato sul convoglio e arrestato: non aveva il passaporto israeliano.
Perché Jermak era considerato intoccabile
In ogni grande scandalo c’è un momento in cui il sistema mostra la propria architettura interna e lo fa principalmente attraverso chi riesce a proteggere, e come.
Haluščenko aveva la protezione politica: la vicinanza al presidente, l’appoggio dell’Ufficio del Presidente, la nomina a ministro della Giustizia mentre era sotto indagine. Una protezione che si è rivelata fragile quando il sistema ha cominciato a vacillare, perché Haluščenko è diventato sacrificabile.
Mindič aveva la protezione legale e diplomatica: la doppia cittadinanza e le esenzioni previste dalla legge marziale. È uscito dall’Ucraina poche ore prima della retata, legalmente, con i propri documenti. Adesso si trova in un Paese che non lo consegnerà, in attesa di una procedura giuridica che potrebbe richiedere anni.
Jermak aveva entrambe le protezioni, più una terza: l’ambiguità. Almeno fino alla formalizzazione delle accuse dell’11 maggio scorso. Non è un fuggitivo, ma un uomo che ha rassegnato le dimissioni la sera stessa delle perquisizioni a casa sua. Un gesto che, come ha sottolineato il politologo Fesenko, “era la cosa giusta da fare, il modo migliore per disinnescare potenziali problemi”. Ha mandato un messaggio in inglese al New York Post – il giornale preferito da Donald Trump – dicendo che si sarebbe arruolato e che è “una persona onesta e rispettabile”. Non risulta, però, che abbia mai messo piede all’ufficio di leva, né tantomeno che sia partito per il fronte.
Quello che accomuna i tre è il fatto che la rete di potere li ha coperti finché è stato possibile, per poi gestire i casi in modi diversi: Haluščenko in custodia cautelare in attesa di processo diventa la prova che la giustizia funziona; Mindič in Israele si trasforma in un caso diplomatico; Jermak era semplicemente uscito di scena – il che, nel sistema, equivaleva a essere al sicuro (almeno fino all’11 maggio).
Il sistema viene da lontano
Dopo le dimissioni di Jermak, il portale analitico ucraino Dzerkalo Tyžnja ha titolato un pezzo “Il sistema è collassato”. Ma il sistema, in realtà, non è collassato: la rimozione di Jermak ha colpito il vertice, ma non la struttura. Per capire perché, bisogna guardare più indietro, a come il sistema in cui il capo dell’Ufficio del Presidente esercita più potere reale del primo ministro, senza rispondere a nessun elettore, non sia stato inventato da Jermak, ma affonda le radici nella formazione della statualità ucraina.
Consolidatasi nei primi anni Novanta, si tratta di una struttura costituzionale in cui i poteri del presidente non sono chiaramente definiti e il suo apparato amministrativo colma il vuoto con potere informale. Ogni presidente ha usato questo meccanismo a modo suo – da Kučma a Janukovyč – e Zelens’kyj non ha fatto eccezione, delegando a Jermak la gestione quotidiana di quella macchina.
Jermak l’ha portata a un livello di sofisticazione nuovo, difficile da smontare anche dopo la sua uscita. I suoi uomini sono ancora lì, nei ministeri, nelle procure, nelle prefetture regionali. Tatarov è rimasto al suo posto fino alla fine e molti governatori regionali sono ancora quelli che lui aveva nominato. La premier Svyrydenko è, di fatto, una sua creatura istituzionale. Un segno che il sistema di lealtà personale che Jermak aveva costruito non si dissolve con le dimissioni di chi l’ha costruito.
Dall’inizio del 2026, il posto di Jermak è stato preso da Kyrylo Budanov, ex capo dell’intelligence militare ucraina, l’uomo che ha guidato le operazioni più audaci della guerra, dalle incursioni in territorio russo alle reti di sabotaggio. Una nomina che parla chiaro: Zelens’kyj ha scelto la lealtà provata sul campo di battaglia come criterio principale. Budanov, infatti, ha un profilo radicalmente diverso da Jermak, meno politico e più militare. Parrebbe così che la saldatura tra intelligence e vertice politico, già preoccupazione per gli osservatori internazionali, si sia fatta ancora più stretta.
Se questo si traduca in un segnale di trasparenza o in una nuova forma di controllo informale, è una domanda a cui – ancora oggi – è troppo presto rispondere. Budanov, però, ha un profilo che mal si presta a replicare la macchina di Jermak: il suo capitale è militare e operativo, non politico-amministrativo, e costruire una verticale di nomine richiede un tipo di pazienza e di radicamento negli apparati civili che un generale dell’intelligence difficilmente possiede.
Il che apre tre possibilità distinte: che il sistema semplicemente non si ricostruisca, lasciando un vuoto che Zelens’kyj gestisce direttamente; che la discontinuità sia reale e la guerra abbia prodotto, quasi per caso, un ridimensionamento strutturale del potere informale; che stia prendendo forma un accentramento di tipo diverso, meno mediato e più verticale, con l’intelligence al posto della politica e che per ora non ha ancora un nome.
O, più semplicemente, che non sia cambiato niente: che Jermak abbia contribuito a consolidare il sistema e la guerra lo abbia cementato, e che in cima alla verticale ci sia sempre stato il presidente.
C’è una cosa che va detta con chiarezza, prima di tentare di chiudere il quadro: il NABU ha fatto una cosa straordinaria. Non è un’istituzione neutrale – nessuna lo è, in un sistema come quello ucraino – e le sue indagini si muovono in un campo in cui le pressioni politiche, interne ed esterne, non spariscono mai del tutto.
Ma ha condotto per quindici mesi un’indagine segreta sul nucleo del potere ucraino, resistito alle perquisizioni, agli arresti dei propri detective, alla legge che cercava di smantellarlo e, alla fine, ha reso pubblica un’inchiesta che ha toccato il più stretto collaboratore del presidente.
E, in tempi di guerra, ha costretto alle dimissioni uno degli uomini considerati tra i più potenti del Paese, senza aiuto esterno, perché questo caso specifico non risulta essere nato da una pressione diretta di Bruxelles o Washington. Lo ha fatto con i propri strumenti e la propria indipendenza, quella che a luglio 2025 era stata a un passo dall’essere cancellata.
Questo è accaduto perché migliaia di persone sono scese in piazza anche mentre le sirene antiaeree suonavano. Difendevano organi di cui molti non conoscevano nemmeno i nomi per esteso: uffici anticorruzione, procure specializzate, meccanismi di controllo costruiti negli anni dopo Majdan, e mai del tutto entrati nella vita quotidiana degli ucraini.
Eppure, avevano capito che quelle istituzioni erano l’unica cosa che separava i cittadini da un potere senza controllo, e che smontarle in tempo di guerra non era una questione tecnica, ma una scelta su che Paese si voleva essere.
Ciò non toglie che Mindič sia a Tel Aviv e che la richiesta di estradizione in Israele sia sul tavolo di qualche funzionario che ha probabilmente altro a cui pensare. Mentre questo pezzo viene scritto, le stesse registrazioni del NABU stanno allargando lo scandalo al sistema bancario nazionalizzato, con la stessa logica di nomine informali e protezioni incrociate.
Il punto, però, non è che l’Ucraina sia in grado di fare inchieste contro la corruzione, ma che non sa (o non vuole sapere) come trattare chi la pratica dall’alto.
C’è un paradosso al centro di questa storia. Le istituzioni che hanno fatto cadere Jermak non sono nate da una richiesta della società ucraina: le ha volute l’UE, le ha finanziate il FMI, e per anni sono rimaste percepite come una condizione da soddisfare per ottenere finanziamenti e aprire la strada all’adesione europea, e non come una conquista da difendere.
Poi, una notte di luglio e in tempo di guerra, migliaia di persone sono scese in piazza per salvarle e in quel momento qualcosa si è rovesciato. Non è, però, chiaro se sia cambiato il Paese o solo il modo in cui il Paese guarda se stesso.
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