Sul confine turco-siriano - A.Tetta

Sul confine turco-siriano - A.Tetta

Nel nord-est della Siria, regione a maggioranza curda, la guerra civile che devasta il paese diventa anche scontro tra Esercito siriano libero e autonomisti curdo-siriani del Partito dell’unione democratica (Pyd). Uno sviluppo seguito con estrema attenzione in Turchia. Un reportage dal confine turco-siriano del nostro corrispondente

10/01/2013 -  Alberto Tetta Ceylanpinar

Nel piccolo giardino pubblico appena fuori da Ceylanpinar la guerra somiglia ad un reality show, che gruppetti di ragazzini, anziani e rifugiati siriani osservano da dietro la ferrovia che segna il confine tra Turchia e Siria. Ras al-Ayn, dove da settimane si scontrano gruppi islamisti anti-regime e autonomisti curdo-siriani del Partito dell’unione democratica (Pyd), fino a qualche mese fa era solo la parte meridionale dello stesso villaggio e i binari un mero punto di riferimento geografico. “La distinzione esiste solo in turco e arabo, ma per noi curdi non c’è nessuna differenza e Ceylanpinar e Ras al-Ayn sono semplicemente Serêkaniyê  (il nome curdo del paese, ndr) a nord della ferrovia e Serêkaniyê a sud della ferrovia” spiega il sindaco Ismail Arslan del pro-curdo Partito della democrazia e della pace (Bdp).

A Ceylanpinar la vita scorre tranquilla, lungo la strada principale venditori ambulanti cuociono su braci fumanti lunghi spiedini di fegato di montone mentre gruppi di amici passeggiano scherzando tra loro per quella che, quando il confine era ancora aperto, doveva essere la via più trafficata del paese. Una normalità apparente, tuttavia, come ricorda il rumore dei proiettili e dei bombardamenti dell’aviazione di Assad che arriva dall’altra parte del confine e l’andirivieni costante dei carri armati dell’esercito turco.

Lotta nella lotta

A Ras al-Ayn da inizio novembre, oltre alla guerra tra Esercito siriano libero (Esl) e le forze fedeli ad Assad, se ne sta combattendo un’altra interna al fronte anti-regime, quella per il controllo del nord-est del paese tra islamisti e ribelli curdi. A fine luglio i guerriglieri delle Unità di difesa popolare legate all’autonomista Pyd, vicino al Pkk turco, hanno preso il controllo della maggior parte delle città curde nel nord del paese creando un “Kurdistan siriano autonomo” non permettendo né ai ribelli anti-regime né alle truppe di Assad di entrarvi. Nonostante sporadiche tensioni, per mesi non si sono registrati scontri nella zona, tuttavia a fine ottobre, di pari passo con la sempre maggiore influenza di gruppi islamisti radicali come al-Nusra e Ghuraba al-Sham che vedono con fastidio il protagonismo di una formazione laica come il Pyd, la tensione si è trasformata in scontro aperto.

Il 19 novembre i ribelli sunniti che volevano prendere il controllo della zona curda hanno attaccato un posto di blocco del Pyd uccidendo sei miliziani a Serêkaniyê, cittadina sull’immaginario confine che divide l’area controllata dagli autonomisti curdi da quella sotto il controllo del Libero esercito siriano. La battaglia per conquistare la cittadina è durata venti giorni e ha fatto circa cento morti. Se per ora sono stati i ribelli curdi a prevalere, il rischio che la situazione torni critica è alto e molti civili sono stati costretti a fuggire.

Non tutti i profughi sono uguali

A una manciata di metri dal centro del paese, lungo il labile confine tra Turchia e Siria, un gruppo di operai scortati dall’esercito turco sta erigendo una rete di filo spinato alta oltre due metri. Sul lato siriano della frontiera, donne con in braccio i figli piccoli, ragazzi giovani con in mano sacchetti di plastica con le loro poche cose e uomini dalla barba incolta vengono respinti a male parole dai militari che presidiano la frontiera, in fila, sull’attenti, a una decina di metri l’uno dall’altro. Ad intervalli regolari a dare manforte ai soldati di guardia, sul sentiero che corre parallelo alla ferrovia, passano carri armati dell’esercito turco con il cannone puntato verso la Siria.

“Sono più di 3000 le persone che sono scappate da Ras al-Ayn a novembre”, racconta il sindaco Ismail Arslan, mentre mostra il pezzo di una granata arrivata dalla Siria esplosa nel cortile interno del comune all’inizio degli scontri. Secondo Arslan il governo non tratterebbe tutti i rifugiati allo stesso modo: “Nel campo profughi ufficiale, gestito dalla mezzaluna rossa gli hanno detto che non c’era posto per loro, le autorità turche usano due pesi e due misure, sostengono i ribelli sunniti e hanno paura che tra i rifugiati curdi ci siano anche militanti autonomisti, quindi è stato il comune ad aiutare i profughi fornendogli cibo, coperte, medicine e un posto dove stare.” 

Pronto soccorso in tilt

La sera del 13 dicembre il pronto soccorso dell’ospedale pubblico di Ceylanpinar è in tilt, “sono arrivati più di venti combattenti con gravi ustioni e ferite causate da colpi di arma da fuoco e proiettili sparati dagli elicotteri, uno è morto appena arrivato in ospedale”, racconta un medico che preferisce rimanere anonimo, fuori dall’ospedale, la gente protesta perché il pronto soccorso è stato temporaneamente chiuso agli abitanti del paese: “Non è la prima volta che succede una cosa simile, quando arrivano dei combattenti abbiamo la direttiva di dare loro la priorità e poi spesso sono in gravissime condizioni e necessitano di cure immediate”, spiega il medico.

Firaz, vent’anni, militante anti-regime, è seduto al centro di una stanza a fianco di due suoi compagni feriti nei recenti scontri, li ha portati in salvo insieme ad altre dieci persone a bordo di un furgone. Sotto una folta barba scura nasconde un viso da ragazzino, con una voce forzatamente decisa e seria spiega con semplicità perché appoggia al-Nusra e considera i militanti curdi del Pyd come dei nemici: “Noi vogliamo issare la bandiera con su scritto 'non c’è Dio che Dio e Maometto è il suo profeta', i curdi invece sono degli infedeli che stanno dalla parte di Assad”.

Rojda, rifugiata curda, che prima di fuggire a Ceylanpinar faceva la maestra, invece, ha grande fiducia nel Pyd: “Il fatto che la guerriglia sostenga Assad è solo una voce, sotto il regime del Baath l’identità curda non veniva riconosciuta, ma dopo l’inizio del conflitto, ci siamo riappropriati della nostra cultura e della nostra lingua. Abbiamo aperto scuole, centri culturali, associazioni di donne e inoltre il Pyd ha creato tribunali e un'assemblea legislativa autonomi da Damasco.” Una libertà che Rojda non è disposta a perdere di nuovo: “Mio cugino e altri giovani della mia famiglia stanno tutti combattendo, anch’io volevo arruolarmi, come hanno fatto tante altre donne curde, ma i vertici del Pyd mi hanno spinto a desistere dal mio proposito, visto che ho una figlia piccola di cui occuparmi, ma con il cuore sono con loro”.

Rischio "somalizzazione"

Dopo due anni di guerra, mentre ad Aleppo e Damasco i ribelli dell'Esercito siriano libero conquistano terreno, il conflitto tra ribelli islamisti radicali che stanno assumendo sempre più peso in Siria e gli autonomisti curdo-siriani del Pyd che vogliono un Kurdistan autonomo e una nuova costituzione rispettosa dei diritti delle minoranze, rimane una delle più grandi incognite per il post-Assad. Un problema che la neonata Coalizione nazionale siriana e la comunità internazionale dovranno prendere presto in considerazione se vogliono evitare la “somalizzazione del conflitto” paventata lo scorso 6 novembre da Lakhar Brahimi, inviato speciale di Onu e Lega Araba in Siria, in un'intervista rilasciata al quotidiano al-Hayat.

 

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