Lei lo accusa di indebite ingerenze, lui di essere una fidata scudiera dell'opposizione. In Slovenia la guerra tra procuratrice generale della Repubblica e ministro della Giustizia ha messo in pericolo la maggioranza di governo

16/04/2010 -  Stefano Lusa Capodistria

La guerra tra la procuratrice generale della Repubblica, Barbara Brezigar ed il ministro per la Giustizia, Aleš Zalar, ha fatto tremare per una decina di giorni il governo sloveno. La Democrazia liberale ha minacciato di lasciare l'esecutivo, ma alla fine è stato fatto soltanto molto rumore per nulla.

Il braccio di ferro tra il procuratore ed il ministro dura oramai da mesi. Non è un mistero, infatti, che Democrazia liberale ed anche una buona fetta del centrosinistra si libererebbero volentieri dello scomodo magistrato. Ai loro occhi la Brezigar non è che una fidata scudiera dell’ex premier Janez Janša. Lei, infatti, si è candidata con il suo sostegno alle politiche ed alle presidenziali; è diventata ministro della Giustizia nel 2000, nella breve parentesi del governo Bajuk; ma soprattutto - per i suoi detrattori - come magistrato avrebbe spesso contribuito a togliere Janša dai pasticci.

Per il centrodestra, naturalmente, il tutto non è che un ben orchestrato attacco alla magistratura, ordito da Democrazia liberale, che dopo aver assunto il controllo del ministero della Giustizia e di quello degli Interni, con Katarina Kresal, ora sta assediando l'ultimo bastione indipendente.

Lo scontro tra Zalar e la Brezigar ha assunto toni talmente accesi tanto che il ministro ha detto chiaramente che uno dei due se ne sarebbe dovuto andare. Poi, quando ha capito che il premier Borut Pahor non necessariamente avrebbe salvato lui, ha tentato di ammorbidire i toni.

La diatriba è iniziata quando il ministro ha ordinato un'ispezione straordinaria della magistratura. A motivare il provvedimento sarebbe stata la decisione di procedere contro il giornalista finlandese Magnus Berglund, autore della trasmissione televisiva che aveva fatto scoppiare il caso delle presunte tangenti nella fornitura all'esercito sloveno dei blindati Patria. Berglund è accusato di aver diffamato l'ex premier Janez Janša, visto che lo ha praticamente incolpato di aver intascato tangenti. Il magistrato che aveva originariamente in mano il caso voleva archiviare il procedimento contro il giornalista, ma a quel punto la Brezigar ha passato l’incartamento ad un altro magistrato che invece ha deciso di procedere.

Zalar, che ovviamente non ha alcuna competenza per entrare nel merito della vicenda specifica, ha comunque approntato una serie di disposizioni, tra le quali una che regola diversamente dall'attuale il passaggio dei casi giudiziari da un magistrato all'altro. Le sue disposizioni sono state immediatamente contestate dalla Brezigar. Presto si è visto che i due interpretano le leggi e le loro rispettive competenze in maniera molto diversa. A quel punto lo scontro è diventato senza esclusione di colpi.

Ad ingarbugliare la vicenda poi sono arrivate le dimissioni di Branka Zobec Hrastar, capo del pool di magistrati che indagava anche sulla vicenda Patria. Tra lei e la Brezigar c'erano insanabili contrasti. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso comunque sarebbe stata una serie di telefonate che la Brezigar avrebbe fatto all'ispettore che stava facendo i rilievi nel garage dove tre cani avevano sbranato un noto medico di Lubiana, con amicizie importanti negli ambienti vicini alla Democrazia liberale.

Per ora non è ancora chiaro cosa si siano detti i due, ma non mancano le speculazioni sugli intenti politici che avrebbe avuto il procuratore. Se ne saprà di più quando verrà reso pubblico il rapporto stilato dall'ispettore di polizia chiamato dalla Brezigar, che per ora è ancora coperto da segreto istruttorio.

Zalar, comunque, ha stilato un'informativa per il governo su quelle che sarebbero le gravi violazioni commesse dalla Brezigar. Il governo le ha prese in esame lo scorso 1° aprile e alla fine ha stabilito di chiedere alla Corte costituzionale l'esatta interpretazione della procedura per la defenestrazione del procuratore generale della Repubblica. Quella che poteva sembrare una vittoria di Zalar però è subito stata vanificata dal premier Pahor, che - incalzato dai giornalisti - ha ammesso seccamente che le argomentazioni dal ministro per il siluramento della Brezigar non lo avevano convinto.

A quel punto Zalar e la Democrazia liberale si sono trovati di fronte ad un bivio. In concitati vertici di partito si è discusso dell'opportunità di abbandonare il governo e di lasciare Pahor in parlamento senza maggioranza. L'idea di rompere con l'esecutivo e di perdere più di qualche incarico nei ministeri, però, avrebbe costretto alcuni importanti funzionari di partito a bussare alle porte dell'Ufficio di collocamento e d'altra parte in parlamento i Demoliberali avrebbero difficilmente potuto fare fronte comune con gli altri partiti d'opposizione. La salomonica soluzione è stata quella di porre un vero e proprio ultimatum al premier ponendo tre effimere condizioni per rimanere nell'esecutivo. Pahor non ha avuto difficoltà ad accettarle tutte, peraltro non cambiando per nulla la sua opinione sulla vicenda Brezigar.

Del resto i Demoliberali sono ancora nell'occhio del ciclone. La Kresal presto dovrà rispondere in parlamento delle pesanti accuse che l'opposizione muove nei suoi confronti per il caso della morte del medico lubianese e per una vicenda legata ad uno stabile preso in affitto dal ministero degli Interni. Non mancano inoltre speculazioni sull'uso disinvolto che la polizia starebbe facendo delle intercettazioni telefoniche nella vicenda che riguarda il fermo del parlamentare del partito nazionale Srečko Prijatelj. Tra le intercettazioni uscite sui giornali anche la telefonata tra il ministro per la Difesa, Ljubica Jelušič e il leader del partito nazionale Zmago Jelinčič, che cercava di farsi dare qualche tenda dell’esercito per il suo museo dell’aeronautica. La cosa ovviamente non ha mancato di scatenare la solita ridda di polemiche.

Intanto nemmeno Pahor sta dormendo sonni tranquilli. Deve, infatti, cercare di ricomporre il suo governo. Dopo gli ennesimi problemi di salute ha dovuto cercare in fretta e furia un sostituto per il ministro della Sanità Borut Miklavčič. Al suo posto è stato nominato Dorjan Marušič. La proposta non andava troppo a genio al partito dei pensionati. Ad ogni modo il nuovo ministro ha annunciato che si sarebbe preso un po' di tempo per prendere in esame la riforma del sistema sanitario a cui stava lavorando il suo predecessore e che era praticamente pronta per essere varata.

Meno fortuna, invece, sembra avere Pahor nella ricerca del nuovo ministro dell'Agricoltura, dopo le dimissioni di Milan Pogačnik, travolto dalle polemiche legate alla morte del noto medico di Lubiana. In queste settimane Pahor non ha mancato di fare i nomi di eminenti esperti del settore, ma tutti gli hanno altrettanto pubblicamente risposto picche.


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